SCUOLA/ In vista di settembre, rimettiamola con i piedi per terra

- Giorgio Ragazzini

In vista della ripresa di settembre circolano le ipotesi rivoluzionarie più disparate su come cambiare la didattica. E non hanno alcuna connessione con la pandemia

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Di cosa ha bisogno la scuola per poter riaprire a settembre? Tutto deriva dalla fondamentale esigenza di proteggere la salute degli allievi e degli insegnanti (e, meno problematicamente, quella dei custodi e di chi lavora in segreteria). Per farlo bisogna stabilire la giusta distanza fra i banchi, che porta con sé il numero di allievi compatibile con le dimensioni di ogni aula; si deve anche fare in modo che l’ingresso e l’uscita a scuola e nelle aule avvengano senza ingorghi; si devono studiare regole per l’intervallo, dare indicazioni sulla disinfezione delle mani e dell’ambiente. Ci saranno certamente molti altri particolari da prendere in considerazione, ma è più o meno questo l’essenziale a cui provvedere. Ed è già un compito tutt’altro che semplice sia individuare le regole, sia farle costantemente rispettare.

E invece, in vista del ritorno della scuola “in presenza”, c’è un assembramento di proposte a favore di un radicale rinnovamento della didattica che la pandemia avrebbe reso chissà perché indifferibile.

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In realtà sono le stesse idee più o meno “rivoluzionarie” che circolano da anni (e non hanno con la pandemia nessuna relazione): il “focus” sull’apprendimento invece che sull’insegnamento; la personalizzazione sempre più spinta dei piani di lavoro; la classe “rovesciata” (che però soffrirebbe come la Dad dell’insufficiente numero di computer); la messa al bando della lezione frontale; l’abolizione del voto in decimi (che aumenterebbe le disuguaglianze) e altre ancora. Si è poi sviluppata, forse per effetto della semireclusione in casa, una vera passione per la “didattica all’aperto”: parchi, fiumi, boschi, piazze, monumenti, musei, teatri (questi ultimi però veramente sono al chiuso…) saranno l’occasione per il superamento della vecchia didattica.

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Neppure questa è una novità assoluta: la scoperta del “territorio” risale agli anni 70; e nelle giuste dosi rimane una risorsa. Chi la ripropone in grande stile non sembra però avere la minima idea di quali difficoltà pratiche comporti anche a cose normali ogni “uscita”; e di quelle che si aggiungerebbero nella situazione attuale. Intanto l’insegnante o gli insegnanti accompagnatori devono spesso essere sostituiti nelle altre classi dove hanno lezione. E per il futuro, se effettivamente fosse necessario un maggior numero di docenti per la suddivisione delle classi in piccoli gruppi, il problema delle sostituzioni si aggraverebbe. Inoltre, far camminare ordinatamente una scolaresca sui marciapiedi e farle attraversare le strade richiede una continua vigilanza; e soprattutto i più piccoli vanno pazientemente abituati all’attenzione e alla concentrazione anche in un ambiente esterno. Come si pensa di riuscire a mantenere per strada o (peggio ancora) sull’autobus il distanziamento che in classe viene assicurato dalla posizione dei banchi?

Ci fu un tempo in cui si sentì la necessità – come disse Feuerbach – di rimettere la filosofia con i piedi per terra. Riusciremo mai a fare lo stesso con il dibattito sulla scuola?

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