SCUOLA/ Leggere un’opera (intera) in classe, la bellezza di riscoprire il mondo

- Fiorenza Farina

Leggere un testo intero di letteratura a scuola spalanca gli occhi a una esperienza reale, ridestando un’attenzione nuova per il senso

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(LaPresse)

Nell’ultimo mese sono apparse sul Sussidiario due esperienze similari riguardanti la lettura in classe di testi integrali. Corrado Bagnoli ha parlato  della lettura in classe del Giardino segreto di F.H. Burnett in una scuola in Brianza e Giulia Sponza ha descritto il lavoro nato dalla lettura di Buzzati e Lewis in una scuola di Bucarest. Entrambe le esperienze raccontano di studenti vivi e reattivi.

Tutte e due le esperienze richiamano il lavoro da noi svolto nella Bottega del Libro fondativo che, all’interno di Diesse, porta avanti la proposta della lettura in classe di libri particolari, da noi chiamati fondativi, che rivelano cioè la natura dell’uomo: l’uomo costituito di anima e corpo e l’uomo che percepisce, insieme alla sua grandezza, il proprio limite e la propria fragilità.

La lettura di questi testi aiuta i ragazzi a capire chi sono e il valore della loro vita, non attraverso discorsi, ma mediante l’immedesimazione nelle opere letterarie, siano esse di Omero o Andersen o Tolkien o Cormac McCarthy.

Il nostro lavoro, nato dalla proposta convincente di Paolo Molinari, si è sviluppato per alcuni anni all’interno della scuola primaria per poi aprirsi alla scuola secondaria di primo e di secondo grado.

Abbiamo conosciuto insegnanti che, per vie diverse, sono giunti a proporre un’esperienza letteraria a scuola. Alcuni di essi hanno messo in atto l’intuizione iniziale del libro fondativo (esposta in Il libro fondativo per incontrare l’umano, di P. Molinari, F. Farina, M. De Nigris, Sestante 2013), altri vi sono giunti per intuizione personale. Tutti hanno ottenuto risultati significativi sia dal punto di vista cognitivo-disciplinare che esistenziale. Alcuni hanno accettato di comunicare questo lavoro attraverso la collana I Quaderni del libro fondativo (Bonomo ed.). Attraverso questa collana le esperienze vissute nei vari ordini di scuola vengono offerti all’attenzione degli insegnanti interessati a una scuola viva che intenda sviluppare l’energia della conoscenza.

Ciò che è successo nelle classi coinvolte dimostra che un’esperienza letteraria compiuta in classe, ritagliando uno spazio all’interno del normale orario scolastico per la lettura di un’opera, anche breve, da parte dell’insegnante, può essere una risposta a quell’emergenza educativa di cui parlò Davide Rondoni al Meeting di Rimini nel 2017.

Leggere un testo intero, con certe caratteristiche, a scuola insieme agli alunni, significa creare un luogo in cui le domande esistenziali, che è necessario porre per la definizione della persona, possano essere coltivate. Coltivate e sviluppate nella “situazione di apprendimento” tipica della scuola. È ciò che ha magistralmente descritto Luisa Leoni Bassani parlando della “casa” nel Convegno del 2019 “Chi sono i giovani che incontriamo oggi nella scuola?”.

Negli articoli citati e nei Quaderni nn. 1, 2, 3 troviamo, infatti, interventi di bambini/ragazzi capaci di giudicare la loro vita e di porsi innumerevoli domande alle quali sanno di poter rispondere in compagnia dei loro insegnanti.

Infatti, la conditio sine qua non di questo lavoro è che ci sia un adulto disposto a comunicarsi. È una modalità semplice di vivere il rapporto educativo. Come scrive Dario Nicoli nella preziosa prefazione al Quaderno n. 3 su Pinocchio, “… il libro fondativo possiede quella capacità di interessare e motivare che molti insegnanti cercano in vario modo, esso possiede infatti il potere di trasformare la classe rendendola fiduciosa alle proposte degli insegnanti, diventando così un luogo vivo”.

Imbattersi nella parola, nel gesto artistico, è come immergersi nell’acqua, non lo si può fare senza bagnarsi. Leggere significa rimanere segnati. Davanti a una pagina di un’opera letteraria avviene un incontro che ha a che fare con la vita reale. E ciò è ben documentato dalle parole di tanti ragazzi. Come riporta Valerio Capasa nel Quaderno n. 2 su Omero, che ha curato insieme a Carmen Rota, un’alunna scrive: “Il mio dolore è il mio dolore e non voglio mandarlo via perché esso mi rende viva” (di fronte alla morte del nonno).

Leggendo libri “con” i ragazzi avviene un incontro umano che accresce la conoscenza di sé, dell’altro, del mondo. La  strada è percorribile.

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