SCUOLA/ Lo sguardo nuovo che reclamano i giovani in crisi

- Francesco Lorusso

Alla Convention Diesse “Fare scuola nell’epoca del cambiamento” si è parlato di come un insegnante possa e debba ripensarsi per essere interlocutore dei giovani

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(LaPresse)

Che cosa accade nel mondo della scuola, nei ragazzi e nei docenti? Nelle relazioni sempre più fredde e volte ad assolvere doveri e procedure che finiscono spesso per essere fini a se stesse? Sempre più difficile appare essere richiamati ad un senso, ad un significato dell’operare nella scuola che mobiliti energie interiori e voglia autentica di “starci”. E le dinamiche relazionali rischiano di regredire per tutti in forme aggressive e di difesa.

I docenti registrano sempre più frequentemente negli alunni demotivazione nello studio e insofferenza.

I ragazzi, quando non intercettati e provocati al dialogo, manifestano chiusure nel proprio mondo di incompresi e atteggiamenti stereotipati nelle relazioni tra pari: sempre più condizionati da mode del momento che interpretano il disagio e rilanciano modelli e modi di essere, vestirsi, ascoltare musica, stare insieme e consumare, grazie al potere sempre più raffinato dell’industria culturale e della moda.

Sono i sintomi di cambiamenti radicali su cui si sono confrontati, con prospettive diverse, Dario Nicoli, Emanuele Frontoni e Luigi Ballerini in occasione dell’ultima Convention di Diesse. I tre contributi, provenienti da persone avvezze allo sguardo sui giovani ed esperte del mondo della scuola, hanno esplorato innanzitutto il ruolo e il senso globale della scuola e delle sfide cui sono chiamati i docenti, poi le prospettive della scuola e dei processi di apprendimento nell’era digitale, infine la necessità di sviluppare spirito critico e consapevolezza nei nativi digitali, quest’ultima autentica emergenza del nostro tempo.

Le riflessioni proposte da un lato allertano a un uso consapevole delle tecnologie, che se non praticate criticamente pervadono la comunicazione modellandola su schemi e procedure spersonalizzanti, i quali a loro volta finiscono per condizionare relazioni e comportamenti; dall’altro lato richiamano docenti e dirigenti ad esercitare con orgoglio e consapevolezza la propria professione, rivitalizzando il sistema scolastico la cui peculiarità sta nel favorire la trasmissione del sapere e l’acquisizione delle conoscenze e competenze attraverso relazioni umane significative ed entro dinamiche comunitarie.

Tali contributi sono tanto più importanti, quanto più oggi, sempre più spesso, l’esito del percorso di crescita dei nostri ragazzi sembra essere il “non senso”, o, come scriveva Galimberti, la dimestichezza con un ospite inquietante: il nichilismo tra i giovani.

E nell’insormontabile difficoltà di costruire dinamiche educative, discipline, tecnologie, progetti e procedure didattiche, estraniate da flussi relazionali vitali, da strumenti che dovrebbero essere, diventano fini. I ragazzi studiano perché si deve studiare, vanno a scuola perché lo si deve fare, così come ci si deve vestire e munirsi di oggetti che rinforzano identità omologate, che poi a loro volta rinforzano e condizionano comportamenti e modi di pensare.

Da docenti, quando si vive la propria funzione come semplice adempimento formale, per routine, si celebrano poco utili riunioni di programmazione, per pianificare il dare compiti, l’interrogare e il fare gli scrutini. E trionfa così il vuoto e il non senso di vite che recitano la loro parte in copioni preconfezionati, come in Metropolis di Fritz Lang, non più in cupe fabbriche sotterranee, ma nelle strade, nelle scuole, nella movida.

È di fronte a questa realtà sempre più diffusa e spersonalizzata che la Convention Diesse 2019 ha rilanciato, mettendo a tema il “Fare scuola nell’epoca del cambiamento”, imponendo vigorosamente al centro della riflessione il docente e il ragazzo e gli essenziali della relazione educativa, che spesso sfuggono nel ritmo frenetico di un fare scuola per progetti, per le scadenze, per le interrogazioni, per il programma.

Si perde lo “scopo” e dirada progressivamente la voglia di chiederselo, sommersi come si è dal fare le cose, dalle scadenze e dalle continue emergenze. L’amara conseguenza è che i comportamenti e l’operare dei diversi attori debbano rispondere solo alla coerenza di un modello astratto, di valutazione, autovalutazione e monitoraggi, cui conformarsi, perdendo di vista il significato autentico. Si perde la finalità primaria del fare scuola, dell’educare, del sentire a sé affidato il futuro dei ragazzi.

Di qui il richiamo ad elementari consapevolezze e ad interrogarsi dei docenti sullo scopo dell’educare e sul ruolo sussidiario delle discipline, la cui funzione specifica educativa e formativa può essere riscoperta a partire dalla qualità del rapporto che si crea tra docente e alunno, dall’esperienza che sola dà pregnanza e valore alla tradizione e alle conoscenze.

Diventa prioritario, pertanto, da parte del docente curare la propria identità e il proprio io, in modo che si realizzi nella capacità di guardare se stesso e i ragazzi per come sono, oltre le apparenze, e aiutarli a far emergere l’umano che è in loro, e solo a partire da queste interazioni positive avventurarsi negli infiniti percorsi dei saperi.

Si tratta di un delicato quanto nobile e affascinante lavoro che, superando la mera logica di trasferire e impartire i saperi, sfidi e provochi una presa di coscienza di sé, assumendosene il docente la piena responsabilità. È ciò che avviene naturalmente: solo mettendo in moto una delicata attenzione e cura all’umano, che è energia in attesa di essere accolta, orientata e valorizzata, per quanto esso sia declinato nelle diverse sfumature di personalità e di storie personali e famigliari.

Tuttavia questo non accade per automatismi o per procedure standardizzate, ma per lo sguardo all’umano (così come è dato), che è lo sguardo attento di un adulto, di un docente che si accosta ed è pronto a mettersi in gioco sostenendo e accompagnando  benevolmente l’esprimersi del giovane. È evidente la necessaria cura che il docente deve prestare al proprio profilo personale e alla propria identità culturale, per la fatica e i contraccolpi di una piena assunzione di responsabilità, per il rischio stesso del mettersi in gioco: se non affina la propria personalità, l’insegnante non potrà prendersi cura dei ragazzi a lui affidati, e si scateneranno distanza, estraneità e freddezza che renderanno inefficace la relazione educativa, generando dinamiche difensive e rapporti formali.

Un clima positivo carico di implicite e dense relazioni informali potrà bensì animare la socialità autentica di luoghi non anonimi ma ricchi di vitalità, riscoprendo per il ragazzo il valore di comunità in cui esprimersi manifestando la propria umanità, curiosità e voglia di conoscere e avventurarsi nel mondo in relazione a un docente, che metta in gioco la propria umanità per il bene (suo) e di chi gli è affidato.

Potranno e dovranno così naturalmente esprimersi, insieme alle conoscenze, quelle skills che rimandano alla libertà e alla responsabilità personale, preziose per l’uso consapevole delle tecnologie e nella new economy, realizzando appieno il senso autentico e non formale di una piena cittadinanza attiva, come hanno evidenziato i relatori nella tavola rotonda.

Emblematiche per il futuro lavoro dei docenti le indicazioni conclusive di Bernard Scholz alla Convention, che hanno delineato nettamente l’orizzonte della scuola nell’attuale epoca del cambiamento: “La scuola non può essere uno strumento astratto, ma è fatta da insegnanti che si interroghino sul senso del proprio operare e sulle trasformazioni in atto, e vivano con i ragazzi e per i ragazzi, per scoprire tutta la loro soggettività in una reciprocità in cui il futuro può essere costruito”.

Così possono emergere delle buone pratiche, che descrivano come una scuola rappresenti un’identità comunitaria locale, in cui ciascuno esprima un proprio protagonismo, non partendo da un punto di vista “sistemico” che finisce per essere astratto, ma dalla viva realtà territoriale. In tale orizzonte di comunità di apprendimento si supera la contrapposizione tra conoscenze e competenze con  docenti che guardino i ragazzi come i soggetti del futuro, entrando in rapporto con loro, provocando il mettersi in gioco della loro umanità, favorendo l’emergere del loro talento.

Scholz, infine, ha invitato gli insegnanti ad acquisire la profonda consapevolezza di essere  “chiamati a rischiare molto in questo momento… Un insegnante deve avere molto a cuore la sua vita e avere una grande cura di sé, altrimenti non potrà aver cura dei ragazzi”.

Emerge con evidenza il ruolo dinamico di una associazione, che per non ripiegare in un associazionismo fine a se stesso sia di aiuto i docenti, attraverso il confronto sistematico, in modo da non sottrarsi alla sfida di un’educazione, che implica sempre, attraverso una consapevole cura di sé, il rischio di mettersi in gioco nel rapporto con chi ti è affidato per farne emergere umanità e talento.

Raccogliendo queste ultime indicazioni, si rilancia il ruolo delle “Botteghe”, che nate e sviluppate come percorsi di formazione intorno a esperienze didattiche verificate nell’applicazione in classe, possono sempre più esprimere nelle diverse aree tematiche luoghi di autentico confronto, sia a livello locale che nazionale, per offrire ai docenti spazi di autoriflessione e supporto, accogliendo la sfida di provocare e far emergere l’umanità propria e degli alunni nei diversi contesti di apprendimento, di vivificare attraverso l’esperienza condivisa i saperi, la ricerca e la ricchezza della tradizione.

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