SCUOLA NEL CAOS IN PUGLIA/ Con Pavese e Calvino contro l’isteria al governo

- Valerio Capasa

In Puglia è il caos totale. Due sentenze del Tar danno una ragione e l’altra torto al lockdown scolastico di Emiliano. Gli “io” hanno bisogno di incontrarsi

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Michele Emiliano, governatore della Puglia (LaPresse)

Cos’è cambiato da Dante a noi? Settecento anni fa osservava amaramente che in Italia si scrivono leggi tanto raffinate che dopo pochi giorni non valgono più: “fai tanto sottili / provedimenti, ch’a mezzo novembre / non giugne quel che tu d’ottobre fili”. L’ansia per gli improvvisi Dpcm, che potrebbero materializzarsi in qualsiasi giorno della settimana, è nulla rispetto al Gioca Jouer che ci troviamo a ballare in Puglia.

Siamo quasi l’unico posto al mondo in cui anche i bambini delle elementari fanno didattica a distanza da fine ottobre: una regione arancione con misure più restrittive delle regioni rosse. Qui un po’ si fa lezione in presenza, un po’ a distanza, un po’ mista; il governo dice una cosa, la regione un’altra; apri le scuole, chiudi le scuole, dai la cera, togli la cera.

Ragioniamo: venerdì 30 ottobre il governatore Emiliano chiude tutte le scuole; giovedì 5 novembre Conte riapre elementari e medie; ci si aspetta di rientrare in classe da venerdì 6, ma Emiliano ribadisce che in Puglia comanda lui e Conte non è nessuno; il 6 mattina il Tar di Bari gli dà torto, quello di Lecce gli dà ragione; la sera del 6 il governatore emana un’ordinanza pilatesca in cui fonda la scuola on demand: chi vuole manda i figli a scuola, chi non vuole li tiene a casa. Apriti cielo! Chat intasate di mamme in panico: io non lo mando, tu lo mandi? Sabato 7 contromossa dei prèsidi, che, dovendo infrangere un’ordinanza regionale oppure un Dpcm, comunicano che lunedì 9 la scuola sarà aperta, sebbene chi ha paura sia legittimato a richiedere la didattica a distanza.

Sono trascorse appena due settimane da un’altra ordinanza pugliese, che sospendeva la didattica in presenza per il triennio delle superiori, lasciando in classe il biennio. Tutti tranquilli, l’intento era di “riattivare la didattica in presenza man mano che avremo meglio organizzato il rapporto tra le scuole e i vettori del trasporto scolastico. Nulla di particolarmente drammatico”: dichiarazione del 22 ottobre. Una settimana dopo, invece, il quadro appariva catastrofico, se si ammetteva che il sistema sanitario era al collasso. Il 23 le scuole riformulano orari di ingresso e di uscita, disposizione delle aule eccetera. Quando sabato 24 salutavamo tristemente gli studenti del triennio che avremmo rivisto solo dietro uno schermo, almeno festeggiavamo con le classi del biennio che da lunedì 26 sarebbero tornate tutte in presenza sfruttando gli spazi lasciati liberi dai più grandi.

Ma la sera di sabato 24 Conte spiazza tutti in tv, annunciando il limite, per le superiori, del 25% in presenza. Non ci troviamo più con i conti: bye bye biennio. Non basta: non si può entrare prima delle 9. La prima ora è ufficialmente morta. Requiem aeternam anche agli orari scaglionati ragionati per un’estate intera. Cosa si fa domani? Si va, non si va? Vai tu, vado io? Una santa domenica a ipotizzare. Facciamo così: la seconda liceo, che era troppo contenta di ritrovarsi al completo, mandiamola in Dad, e in aula solo le prime. Le scuole informano le famiglie domenica sera. E fu sera e fu mattina: 26 ottobre. Ma giovedì 29 Emiliano manda tutti a casa, perfino i bambini. Lucia Azzolina allora, come se non fosse il ministro dell’Istruzione, su Facebook si appella a Emiliano affinché riapra le scuole. Giusto, brava! Il suo governo le chiude la settimana dopo.

Forse, però, almeno il primo mese di scuola… No, è stato il regno dell’assurdo. Dietro l’avveniristica espressione “didattica digitale integrata” si nasconde una delle più colossali prove di dilettantismo, strafottenza e mistificazione della realtà. Le classi smembrate, con un terzo a casa e due terzi in aula, a rotazione settimanale, ottenevano lo splendido risultato che i ragazzi presenti alla spiegazione in classe, la settimana dopo rimanevano a casa e non venivano interrogati; quelli che invece erano a casa, e perciò non riuscivano ad ascoltare la spiegazione, la settimana dopo tornavano in classe e venivano interrogati. Come facciamo? Microfoni ne abbiamo? No. Telecamere nemmeno, mancano i fondi. Mascherine, porte e finestre aperte. Magari giusto accanto alla palestra scoperta dove giocano a pallavolo. Inquinamento acustico, questo sconosciuto. Da casa non si vede e non si sente nulla. Alle 13 gli occhi bruciano, il mal di testa è alle stelle. Ragazzi, quanto riuscite a vedere da 1 a 10? Zero. E ad ascoltare gli interventi dei compagni? Zero. Però almeno le spiegazioni degli insegnanti si sentono, vero? No, perché alcuni parlano in piedi, lontano dal computer: o stanno con i presenti o stanno con i collegati: due mondi inconciliabili. Come facciamo, colleghi? “Non è colpa nostra”. Il collega non si collega. Sì, ma questi poveri esiliati chi se li fila? Mi carico la croce sulle spalle e chiedo agli 8 esiliati di non collegarsi la mattina. Facciamo volontariato: lezione bis pomeridiana, solo per loro.

Nel frattempo, fra una quarantena e un’altra, fra un isolamento in casa di una mamma o di un figlio, fra quattro o cinque familiari contemporaneamente connessi in Dad o in smart working, con i dispositivi e le stanze che mancano, c’è chi conserva le sue ataviche ossessioni: andare avanti con il programma, interrogare, ché stiamo indietro, e “quest’anno non è come l’anno scorso”.

Intanto gli occhi si spengono, di stanchezza, certo, ma soprattutto di insensatezza. Perché tutto questo tourbillon politico, giuridico, epidemiologico, economico, scolastico, mediatico, psicologico trascura una piccola questione: io esisto! Più invisibile di un virus, qualcuno mi vede? Questi studenti vanno guardati, accompagnati, presi sul serio. E la mattina si va in classe non per spiegare un argomento o interrogare qualcuno, ma per svegliare Giorgia, Dea, Flavio, Walter, Clarissa, Giada. Per “salvare l’umano in un mondo in cui tutto si presenta inumano”, direbbe Calvino. Affogati tra le procedure, i regolamenti, i protocolli, i distanziamenti, le metrature, ci stiamo dimenticando di incontrarci.

Alla fine della seconda guerra mondiale Pavese scriveva che “una cosa si salva dall’orrore, ed è l’apertura dell’uomo verso l’uomo”. Temo che stavolta non stia succedendo: ci si arrocca, affannati solo ad andare avanti. Si lavora tanto, ma per chi? In aula si rischia il contagio, da casa si rischiano gli occhi: sì, ma per cosa? per quale lezione imperdibile? per quale scoperta unica?

Un tarantino figlio di un operaio Italsider conosce da sempre il dilemma: viene prima la salute o il lavoro? Ora che tutto il mondo è una grande Taranto, sappiamo ancora meglio cosa serve prima: il senso. Perché arriverà un giorno in cui il Covid passerà, ma l’assurdità no: per quella non esiste vaccino. Esistono solo uomini che si incontrano, come si accorse Pavese: “Il nostro compito è difficile ma vivo. È anche il solo che abbia un senso e una speranza. Sono uomini quelli che attendono le nostre parole, poveri uomini come noialtri quando scordiamo che la vita è comunione”.

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