SCUOLA/ Non educa più? Le ragioni e gli “errori” della Tamaro

- Riccardo Prando

Nel suo ultimo libro, Susanna Tamaro affronta la crisi educativa che colpisce la scuola e i giovani. Le osservazioni di un docente

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Scuola (LaPresse)

Gentile signora Susanna Tamaro,
ha ragione Federico Pichetto quando, il 19 ottobre scorso, scrive a proposito del suo intervento sul Corriere della Sera “Fragili e soli, così cadono i nostri ragazzi”, che lei “con una lucidità negli anni sempre più sorprendente guarda l’evolversi del mondo, le sue dinamiche più profonde, i suoi segnali più profondi”. Concordo ancora di più dopo aver letto il suo recentissimo Alzare lo sguardo, che porta il significativo sottotitolo “il diritto di crescere, il dovere di educare”. Perché i due sostantivi, diritto e dovere, sono da lei legati insieme quando, invece, nella cultura contemporanea sono spesso tenuti divisi, ciascuno indirizzato ad un proprio orizzonte, come non dipendessero più uno dall’altro.

In questa prospettiva mi permetterà di sottoporle un paio di “provocazioni”. A pagina 42 scrive che “senza educazione non si esce dallo stato animale” e offre numerosi ed esaustivi esempi di questa affermazione. Mi permetta, però, da uomo di scuola non proprio di primo pelo, di ricordarle che se questo è il centro attorno al quale ruota l’intero ragionamento alla base del suo bel libro, lei ha sbagliato obiettivo. Perché non troverà mai nessuno sano di mente che le dirà che si può vivere benissimo anche senza educazione. E questo per il semplice motivo che lei e buona parte della scuola – anche in questo specchio fedele della società tecnologica cui stiamo sacrificando tutto – avete due concezioni diverse dell’educazione.

Lei si ostina a pensarla come le migliaia di generazioni che ci hanno preceduti: cultura come “sapere”, come conoscenza di ciò che in tutti i campi dello scibile umano è stato creato nel corso dei millenni; e le leggi morali creano educazione. Ebbene: non è più così, da almeno un paio di decenni, giusto il tempo di una generazione.

La scuola ha in larga parte rinunciato – fatte salve le isole di resistenza dove singoli insegnanti tengono la barra dritta nel mare in tempesta – a trasmettere saperi e conoscenze (lasciamo perdere le leggi morali perché allora non finiremmo più, anche se i due aspetti sono saldamente legati uno all’altro), perché ha rinunciato ad educare nel senso che lei, signora Tamaro, intende. Ne prenda atto: prevale ormai nettamente l’idea che non solo “la poesia non serve a niente” (come ricorda a pagina 30), ma anche la storia, la geografia, l’arte, la musica (tranne se intesa come puro divertimento), la scienza e via elencando.

E sa perché? Lo scrive lei stessa: perché anche la scuola è ormai asservita all’economia. È la vittoria del mercato e non c’è bisogno di ricordarle le famose “tre i” con cui un noto presidente del Consiglio intendeva, un decennio fa, rivoltare la nostra scuola. Conta “saper fare”, non “sapere”. Conta ciò che risulta immediatamente spendibile nel mondo del lavoro, anche in termini di “tesoretto” da mettere da parte in attesa di uscire dal sistema scolastico. Ad iniziare dalle scuole di base. Sto procedendo per blocchi, certo, ma creda che la situazione della scuola italiana (e non solo: nel resto d’Europa e negli Usa non mi pare stiano meglio) è davvero peggiore di quanto lei, pur con la passione e i rigore che la contraddistinguono, ha immaginato nel suo libro. Che è godibilissimo e che consiglio, ma che è superato dalla realtà.

La mia, ripeto, è una provocazione e lei di sicuro lo ha già compreso. Gli esempi, del resto, sono infiniti, ad iniziare dal mantra dilagante dell’insegnare “per competenze” (che, per inciso, nessuno sa con esattezza definire: lo ha candidamente ammesso anche la docente che, pochi giorni fa, è venuta nella mia scuola proprio a tenere un corso ad hoc). Provo a tradurre: non importa quel che si sa, ma quello che si sa fare. “Non importa che Carletto conosca di chi è il quadro che sta appendendo, la corrente artistica cui appartiene, il suo significato nella storia dell’arte, ma che sappia come si fa ad appenderlo”: ce lo disse un preside “all’avanguardia”, per così dire, ormai diversi anni fa. Ecco: il chiodo è più importante del quadro. Questo è il livello della nostra scuola.

E qui mi permetta un secondo appunto. Scrive a pagina 47: “Nella scuola elementare è ormai abbandonato l’insegnamento degli ‘elementi’ e quest’abbandono non è certo colpa degli insegnanti, ma delle idee che stanno a monte”. E no, signora Tamaro, non ce la possiamo cavare così! Viviamo in una società democratica o totalitaria? Se è ovvio che i politici facciano le leggi – è il loro compito – i cittadini hanno il diritto e il dovere (vede che i due termini stanno insieme) di vigilare perché quelle leggi siano giuste. Se non lo fanno, se subiscono senza fiatare, non di cittadini parliamo, ma di sudditi.

Ha mai sentito parlare, se non in forma marginale e sporadica, di proteste contro le scellerate politiche scolastiche degli ultimi decenni? Lasciamo stare per ora il sindacato. Parliamo invece dei docenti che mugugnano, bisbigliano, fanno crocchio nelle sale insegnanti, ma davanti al dirigente se ne stanno zitti (zitte: duole dirlo, ma la categoria è composta in grande prevalenza da donne e questo è un problema nel problema perché in classe manca la figura maschile a completare quella femminile proprio sotto il profilo dell’educazione). Ci si vende per un piatto di lenticchie: ottenere un buon orario di lezione, non avere rogne. Chi insegna lavora molto più di quanto l’opinione pubblica creda, molto più di vent’anni fa, grazie ad una serie di incombenze burocratiche da far paura. Ma lavora peggio. E qui mi fermo per carità di patria. Se vuole, potremo riprendere il discorso. Perché di diritti e doveri, anche a scuola, c’è sempre bisogno.

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