SCUOLA/ “Perché l’hip hop e il minibasket contano di più delle materie?”

- Lettera firmata

Quando si assiste a come funzionano molte scuole elementari, non ci si deve poi meravigliare dei risultati Ocse-Pisa

Maestra sgrida alunni
LaPresse

Caro direttore,
nei giorni scorsi ho letto con sgomento, anche da queste colonne, notizie e riflessioni sull’indagine Ocse-Pisa sull’incapacità dei quindicenni italiani di capire i testi che leggono dopo “appena” 9 o 10 anni di scuola. E non ho potuto evitare di metterle in relazione con la mia deludente esperienza di questi giorni agli open day.

Non ho più avuto contatti ravvicinati con la scuola elementare – mi piace chiamarla così, perché mi ricorda la mia e perché vorrei che tenesse fede alla promessa implicita nel nome – fino a tre anni fa, quando mio nipote ha iniziato la classe prima. In poco tempo ho avvertito, dai suoi racconti e da quelli di mia sorella, che avrei faticato a sentirmi “a casa” con l’ingresso di mio figlio a scuola. Ma non immaginavo tanto, sinceramente. In due open day su tre (al primo ho sperato profondamente di essermi persa i passaggi fondamentali a causa della stanchezza di una giornata di lavoro…), superato lo scoglio di circa un’ora sulle questioni burocratiche per iscrivere un bimbo alla scuola dell’obbligo (se è d’obbligo, dovrei compilare scartoffie per poterlo non iscrivere e non viceversa, comunque questa è un’altra faccenda), ho pensato: “Finalmente mi spiegheranno come si insegna oggi a leggere, scrivere e contare!”. Invece ho ascoltato per un’altra ora lunghi discorsi sui progetti di punta: “Il corso di minibasket sempre molto seguito e il corso di hip hop che va per la maggiore: dovreste vedere i bambini come si divertono!”. E poi il progetto sul cyberbullismo (ma come, mio figlio non sa ancora scrivere!), l’unihokey (non chiedetemi cos’è perché non l’ho capito), orto, yoga, educazione all’affettività (perché devono farlo le maestre? Chi deve insegnare a mio figlio cos’è l’affettività se non io e mio marito?).

Eppure ho trovato insegnanti preparatissime, davvero. Per ogni attività avevano parole da spendere. Quando ho realizzato che eravamo alla fine dell’incontro e io ancora stavo aspettando che si iniziasse a parlare di scuola, le maestre hanno lasciato la parola a noi genitori. “Quante Lim avete in questa scuola? Dov’è l’aula computer?” e, domanda tra le più gettonate, “qual è il menù della mensa?”.

Mi sono guardata intorno attonita e ho faticato a tirar fuori la voce per timore d’essere guardata come una marziana. Mi sono sentita fuori luogo, fuori tempo, fuori pianeta. Confesso che al primo open day non ho avuto il coraggio di aprire bocca tanto era l’entusiasmo degli altri genitori per i progetti e le Lim e la polenta al venerdì. Al secondo mi sono fatta coraggio e alla fine della solita tiritera ho alzato timidamente la mano: “Scusate, non ho più molta dimestichezza con la scuola visto che ho 38 anni e un solo bimbo che inizierà le elementari il prossimo settembre, ma avete qualche parola da spendere per quanto riguarda l’insegnamento della scrittura, lettura, numeri, storia… insomma le materie ‘normali’, quelle ‘elementari’?”. Silenzio. Titubanza. Incredulità.

Risposta: “Ma… il solito insomma, si impara a leggere ecco…”. Tutto qui. Le maestre non sono riuscite a dire altro. Allora ho incalzato: “Visto che abbiamo approfondito argomenti come il corso di hip hop, mi avrebbe fatto piacere sapere due cose – anche una sola – su quali obiettivi ci si pone e su che importanza abbia in questa scuola leggere, scrivere e far di conto”. Niente. La collega cerca di salvare la situazione imbarazzante (imbarazzante, vi rendete conto? come se avessi fatto una domanda scomoda, privata) parlandomi dello sportello help della psicologa. Fine dell’incontro.

La mia scelta è ricaduta sulla terza scuola. Progetti strettamente correlati all’insegnamento di lettura, scrittura, creatività. Con a cuore il rispetto e l’insegnamento della storia del nostro Paese attraverso la nostra storia locale. È prevista, udite udite, anche una messa animata dagli alpini. E stata dura, ma sono tornata a casa sicura di aver trovato un buon inizio per mio figlio. E con un dubbio: non sarà che, per invertire la rotta dei quindicenni che non sanno leggere, bisogna cambiare metodo alle elementari? Per il basket e le bocce (c’è, credetemi, anche questo progetto) ci penseremo io e il papà di mio figlio. Dopo la scuola e se se lo meriterà.

Giuditta Perrotta

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