SCUOLA/ “Più soldi ai prof”: bene, ma per fare cosa?

- Marco Campione

Il confronto sulla scuola rimane confinato nella prospettiva meramente occupazionale. Così anche le rilevazioni Invalsi e Ocse restano lettera morta

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La sede del ministero dell'Istruzione (LaPresse)

La Camera ha approvato il 3 dicembre scorso la legge di conversione del cosiddetto decreto scuola. Nelle stesse ore veniva presentato il rapporto Ocse-Pisa sugli apprendimenti dei quindicenni nei paesi dell’area Ocse. Questa coincidenza temporale ha messo ancor più in evidenza come il dibattito pubblico sulla scuola sia abbastanza scollato dai problemi di sistema, concentrandosi invece su quelli del personale. La politica, in particolare, dopo la parentesi del governo Renzi, che ha provato (fallendo, per ragioni che non voglio qui analizzare) ad alzare lo sguardo, è tornata ad occuparsi di scuola facendo coincidere le politiche scolastiche con le politiche per il personale, in particolare quello precario.

Voglio essere chiaro sul punto: il precariato patologico (lo chiamo così per distinguerlo da quello fisiologico che è ineliminabile) è un cancro della scuola italiana ed è alla base di molti dei suoi problemi. Di molti, ma non di tutti, come invece si tende a far credere. Come voglio essere chiaro su un altro punto: il decreto scuola è molto migliorato rispetto a quello uscito “salvo intese” da uno degli ultimi consigli dei ministri del governo giallo-verde, visto che ciò che per Bussetti doveva essere una sanatoria è diventato un concorso riservato. Peraltro la Camera lo ha ulteriormente migliorato.

Ma i problemi della scuola di cui ci parlano le rilevazioni nazionali (Invalsi) e internazionali (Programme for International Student Assessment, Pisa appunto) sono altri, tutti riassumibili in una parola: diseguaglianze. Disuguaglianze tra l’Italia e i paesi comparabili al nostro, tra Nord e Sud del paese, tra liceali e studenti dell’istruzione professionale, tra maschi e femmine, tra chi vive in situazioni di marginalità e chi ha la fortuna di nascere in una famiglia senza particolari criticità sociali o economiche. Questa è l’emergenza educativa che investe il paese, il fallimento del sistema con il quale le scuole e le famiglie devono fare i conti.

La scuola riflette ogni giorno su come migliorarsi, anche grazie agli strumenti che il sistema di valutazione le mette a disposizione. Noi invece troppo spesso, quando parliamo di qualcosa che non siano questioni micro-settoriali, parliamo di bocciare o rimettere la predella in classe, della nostalgia per il dettato o per le poesie imparate a memoria… e via con gli “ah, signora mia! com’era bella la scuola che facevo io…”, ovvero – se a parlare è l’editorialista tipo del Grande Autorevole Quotidiano – sempre il liceo classico, quasi sempre del centro storico, per lo più di una grande città a caso, verosimilmente di più o meno mezzo secolo fa.

Oppure ne parliamo, dopo aver progettato di abolire l’obbligatorietà delle prove Invalsi, per usare le prove Invalsi (o Ocse) per chiedere più soldi. Senza mai dire però per fare cosa. Per consentire a tutte le famiglie che lo desiderano di mandare il proprio figlio al nido servono soldi, ma allora lo si dica così. Per costruire nuove scuole, adeguate ad una didattica più efficace, servono soldi, ma allora lo si dica così. Per mandare i docenti migliori nelle scuole con i risultati peggiori, pagandoli quanto meritano, servono soldi, ma allora lo si dica così. Per riformare il primo ciclo (elementari e medie), imparando dai paesi che hanno risultati migliori dei nostri, non servono soldi; anzi, probabilmente se ne risparmiano pure, eppure non lo si dice mai. E potrei continuare con altri esempi di misure che, è provato da una vasta letteratura, potrebbero – quelle sì – aggredire le disuguaglianze evidenziate dalle prove che stiamo commentando.

Quando i ministri chiedono soldi, invece, lo fanno “per poter pagare di più i docenti”, cosa sacrosanta, ma allora – di nuovo – lo si dica così. Servono mal contati un paio di miliardi (questo è stato chiesto, questo costerebbe) per adeguare gli stipendi al costo della vita, che si tradurrebbe in un aumento di 80 euro al mese a tutti. Giusto, ma lo si dica così, senza tirare in ballo i dati Pisa, che non sarebbero per nulla modificati da un aumento indiscriminato degli stipendi dei docenti. Non ridurrebbe di un epsilon le disuguaglianze che stanno alla base dell’emergenza educativa palesata dai dati e che ho sommariamente riassunto prima.

Non sto mettendo in contrapposizione la rimozione delle diseguaglianze tra gli studenti con il diritto dei precari storici ad essere assunti e quello dei docenti ad essere pagati di più. Dico però che vorrei tornassimo ad alzare lo sguardo e – se i temi sono quelli – a ragionare da riformisti: di come ripensare il reclutamento e la formazione dei docenti, di come implementare finalmente le loro carriere, che oggi non esistono se non per anzianità.

Dobbiamo tutti sforzarci di affrontare questi problemi tenendo sempre presente che la scuola è per gli studenti e che se la scuola non riesce ad essere strumento di riscatto e di azzeramento delle diseguaglianze sociali, economiche e territoriali non svolge il compito che la Costituzione impone alla Repubblica: “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

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