SCUOLA/ Quanto ci “costa” chiuderla, la domanda scomoda che va posta

- Alessandro Artini

Quanto costa chiudere la scuola? Il quesito non è provocatorio, perché in Italia non manca chi solleva dubbi sul suo ruolo. Ma il lockdown crea problemi

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(LaPresse)

“Quanto costa chiudere la scuola?”. Un tale quesito potrebbe apparire provocatorio agli occhi di qualche docente, che lo definirebbe “economicista”. Nei licei, infatti, s’inizia a studiare la storia della filosofia muovendo dall’idea che l’amore per la conoscenza sia fine a se stesso e che non possa essere subordinato a vantaggi materiali o a tornaconti personali. Da qui, ad esempio, deriva il giudizio negativo di Platone sui sofisti, perché quei maestri “vendevano” il sapere, insegnando a pagamento.

Così, la filosofia insinua un primo dubbio nelle menti degli alunni, che cioè essa non debba essere finalizzata ad acquisire potere, notorietà e soldi, ma piuttosto che sia possibile amarla proprio per la sua apparente inutilità. E questo è il primo messaggio, controcorrente, da parte della filosofia, rispetto alla mentalità comune, anche a quella dei giovani. Molti di loro, infatti, considerano il valore di una persona in termini di successo. Ovviamente, la scuola è come una gondola di fronte alla società dei consumi, che invece è una corazzata; ciò nonostante, il messaggio della scuola è potente e scava nell’anima, suggerendo che non tutto può essere assoggettato a criteri di contabilità. Oggi, però, questa “inutilità” viene usata non solamente contro la filosofia, ma anche contro la scuola stessa, dacché quest’ultima veicola una molteplicità di saperi, a prima vista inutili, al punto che possiamo metterla in lockdown senza tanti problemi.

E allora, forse, è il caso di chiederci cosa perdiamo, anche economicamente, chiudendo la scuola. “Inutile”, dal mio punto di vista, significa che il sapere non deve essere finalizzato all’utile, che sia cioè gratuito come un dono, ma non che sia privo di utilità.

Gary Becker, premio Nobel in Economia, è uno dei padri della teoria sul capitale umano. Questa, in sostanza, verte sul tema delle competenze, dell’istruzione e della formazione delle persone. Anche quello umano – spiega Becker – è un capitale, perché l’istruzione è parte integrante di noi ed è qualcosa che dura, alla stregua di impianti e attrezzi. I macchinari, che compongono il capitale fisico, sono fondamentali, ma occorrono lavoratori che sappiano usarli. Ciò può essere garantito solo dal capitale umano, senza il quale le attrezzature migliori non offrono i risultati attesi. La crescita stessa, senza una base di capitale umano, sarebbe impossibile.

In uno studio di qualche anno fa, dedicato agli investimenti nel campo della conoscenza, il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, lega la produttività all’istruzione, evidenziando come il progresso di quest’ultima, in maniera diretta, favorisca una crescita proporzionale della produttività stessa e, indirettamente, generi una maggiore efficienza del sistema produttivo, grazie a una migliore organizzazione e alle capacità innovative delle persone. In conclusione, egli riteneva che, un anno d’istruzione in più, nel lungo periodo, potesse essere stimato “in un prodotto pro capite più elevato di cinque punti percentuali”.

Gli economisti, poi, valutano anche le esternalità, cioè, ad esempio, gli effetti sociali che un aumento d’istruzione comporterebbe sul benessere complessivo della società. A questo punto, intervengono anche i sociologi per evidenziare come un avanzamento del grado d’istruzione sia coerente con un aumento del capitale sociale, ovvero, della civicness e cioè della coesione sociale, del grado di fiducia reciproca tra gli individui e del rispetto delle regole.

In verità, non mancano persone pronte a sollevare dubbi sul ruolo della scuola nella società attuale, in altre parole, circa il suo essere in grado di mantenere sempre una funzione civica così importante. Del resto basti pensare che nel secolo scorso, quando prese piede il regime nazista, la Germania era uno dei paesi più colti del mondo.

Il filosofo tedesco Sloterdijk osserva che la scuola non è più l’istituzione privilegiata per la trasmissione delle pratiche discorsive che hanno determinato, nei secoli, i regimi di verità. In altri termini, il potere politico oggi si forma con altri mezzi rispetto ai libri scolastici. È venuto meno il modello di scambio culturale, basato sulla cultura scritta del libro e di natura epistolare: l’industria culturale usa altri media, come la televisione, Internet e, sempre più diffusamente, i social. Ormai – osserva Sloterdijk – l’ideale illuministico di una comunità di letterati, menti e cuori elevati, è venuto meno. Inoltre non esiste più quella prossimità tra élite dominanti e intellighenzia pedagogica, che, nei secoli del tardo medioevo e della modernità, vedeva, a fianco degli aristocratici, il tutore impegnato nell’educazione dei loro figli. Questo allontanamento ha indebolito il sistema educativo.

Non è facile, a fronte di questa diagnosi, rivendicare il primato della scuola: purtroppo la dinamica storica in atto sembra andare in quella direzione. Ma ancora la partita non è chiusa.

Le persone mediamente più istruite, in generale, hanno comportamenti civici migliori, anche se questa regola viene smentita talvolta dalla generosità di gente umile e di poca istruzione. I dati delle ricerche di Eurobarometro, inoltre, sembrano confermare il ruolo civico dell’istruzione. Il progetto Erasmus, che prevede scambi culturali tra gli studenti europei, si basa proprio sul nesso tra quest’ultima e la cittadinanza attiva.

Noto altresì, come preside dell’Itis “Galilei” di Arezzo, quanto la formazione offerta dalla mia scuola si dimostri appetibile per le aziende del nostro territorio: i neodiplomati meccanici, informatici ed elettrotecnici sono richiestissimi. Mi chiedo cosa potrebbe accadere se il lockdown della scuola superiore dovesse compromettere la loro formazione.

Quindi accogliamo come inevitabile la chiusura della scuola, alla stregua di una grandinata sul frutteto, ma, come è stato suggerito in un comunicato dell’Associazione Nazionale Presidi (Anp), la si chiude in quanto non si è stati capaci di fare altro (per esempio ristrutturare i trasporti). Così facendo, tuttavia, siamo nella stessa situazione dell’ubriaco che, di notte, non sapendo dove abbia smarrito le chiavi, le cerca solamente sotto il lampione, perché quello è l’unico posto dove si vede qualcosa…

Mi vien da porre, infine, un’ultima domanda, che è senz’altro puntuta, ma pertinente. Poiché si constata come il numero dei laureati, che siedono negli scranni del Parlamento, si sia ridotto nel corso degli anni, di elezione in elezione, mi chiedo: non sarà proprio per questo motivo che oggi la politica offre di sé uno spettacolo così basso?

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