SCUOLA/ Quei due “figli di un dio minore” che aprono il futuro ai giovani

- Giuseppe Santoli

La scelta delle superiori rappresenta un momento fondamentale per il giovane. Serve la massima lucidità, in lui e in famiglia, contro i pregiudizi

Aula scolastica
(Pixabay)

La scelta della scuola secondaria di secondo grado rappresenta sicuramente un momento importante, forse il primo, in cui le ragazze e i ragazzi prefigurano il proprio futuro, scegliendo il loro percorso scolastico e quali studi frequentare. Pertanto le attività di orientamento rappresentano un supporto fondamentale.

I docenti, i genitori, gli esperti sono una guida imprescindibile per una scelta consapevole. Per le ragazze e i ragazzi sarebbe di sicuro un vantaggio riuscire ad orientarsi avendo individuato i tratti salienti delle proprie inclinazioni, e gli ambiti disciplinari che più li appassionano. Gli adulti responsabili dovrebbero essere capaci di fare emergere i loro interessi e le loro passioni per sostenerli e accompagnarli nella scelta, evitando di sostituirsi agli stessi. 

Invece, non di rado i suggerimenti sono condizionati da preconcetti e stereotipi diffusi sia dei genitori che dei docenti quando esprimono i consigli orientativi al termine della scuola secondaria di primo grado. Le inclinazioni e le passioni potrebbero passare in secondo piano e banalmente si finisce per indirizzare i ragazzi con risultati di apprendimento migliori ai licei, quelli con esiti inferiori ai tecnici, quasi che siano scuole più semplici, ed infine gli studenti più fragili agli istituti professionali e alla formazione professionale.

Altro elemento che condiziona in maniera significativa la scelta degli studenti deriva dal contesto socio-economico di appartenenza della famiglia, con la conseguente reale certezza che i figli delle famiglie meno abbienti scelgano le scuole ritenute erroneamente meno impegnative. È una tendenza perversa che necessariamente deve essere corretta attraverso un orientamento scolastico più efficace, favorendo nei ragazzi la promozione della conoscenza di sé, dei propri talenti e delle proprie inclinazioni.

Va detto che gli studenti italiani si iscrivono ormai stabilmente ai percorsi liceali per oltre il 55%, per circa il 30% agli istituti tecnici e per la restante parte gli istituti professionali. In provincia di Trento il dato delle iscrizioni è in linea con quello nazionale, con gli istituti tecnici che hanno percentuali superiori a quelle nazionali di circa 7-8 punti. 

A fronte di questi dati bisogna che in maniera chiara si ragioni su un dato di realtà. Il mondo del lavoro, l’industria, le aziende di servizio ricercano sempre più giovani talenti esperti nelle discipline scientifiche, tecnologiche ed economiche, soprattutto per quanto riguarda le cosiddette professioni intermedie. Nei prossimi anni tali richieste saranno ancora più forti, considerati l’andamento demografico, previsto in forte calo dall’Istat, e i fabbisogni crescenti dei settori produttivi di beni e servizi, inondati di tecnologia diffusa in continua evoluzione. Gli istituti tecnici a ragione possono configurarsi come le scuole dell’innovazione e della creatività, in cui “la mano è la finestra della mente”, dove la tecnica è al servizio della costruzione del sapere di ogni studente con attenzione particolare alla trasformazione digitale e alla quarta rivoluzione industriale in atto in tutto il mondo. 

Tra i vari indirizzi previsti nella formazione tecnica in questa sede provo a soffermarmi su due di essi, che a mio avviso non sono sufficientemente riconosciuti per l’importanza e la specificità del loro contributo allo sviluppo del tessuto produttivo e che spesso vengono erroneamente ricondotti ai vecchi Istituti tecnici commerciali e per geometri. 

Nell’ambito degli istituti tecnologici l’indirizzo Costruzioni, ambiente e territorio con le sue tre articolazioni (Cat, Geotecnico, Tecnologia del legno nelle costruzioni), conosciuto come Istituto tecnico per geometri prima della riforma scolastica del 2010, a torto è considerato “figlio di un dio minore”, visto il costante e vertiginoso calo delle iscrizioni. In realtà è un indirizzo di studio che sempre più offre occasioni di sviluppo, formazione, lavoro e reddito per i giovani diplomati. Gli sbocchi lavorativi sono molteplici. Oltre il proseguimento degli studi universitari e di alta formazione è possibile avviarsi alla professione di geometra. Per esercitare tale professione come libero professionista è necessario superare l’esame di Stato e iscriversi all’albo dei geometri. L’accesso all’esame è possibile dopo aver frequentato un tirocinio presso uno studio tecnico, bisogna inoltre aver svolto attività tecnica subordinata e aver frequentato specifici corsi di formazione professionale. Le limitazioni per accedere all’esame di Stato decadono nel caso in cui il candidato abbia conseguito anche una laurea, almeno triennale. È recentissima l’approvazione di una laurea triennale abilitante. 

Il “geometra” attualmente è una figura professionale intermedia richiestissima e sempre più difficile da trovare, complice anche una sorta di pregiudizio, che a volte vede questo professionista come un mero raccordo verso lavori più titolati. Trattasi invece di una figura polivalente che opera nel settore dell’edilizia e più in generale nella gestione del territorio a 360 gradi. Le sue competenze e conoscenze, infatti, sono trasversali e vanno dagli accatastamenti ai rilievi di precisione fino alle perizie tecniche e all’amministrazione condominiale, ma anche di progettazione, direzione, contabilità e collaudo dei lavori edili, di responsabile e addetto al servizio di prevenzione, protezione e controllo del processo di sicurezza nelle aziende (Rspp e Aspp) e di coordinatore della sicurezza. Notevoli, infine, le prospettive professionali circa le competenze di consulenza, arbitrato e mediazione nella gestione delle controversie tra privati e con la pubblica amministrazione.

Per quanto riguarda l’Istituto tecnico economico con le sue tre articolazioni (Amministrazione, Finanze e marketing, Sistemi informativi aziendali e Relazioni internazionali per il marketing) è evidente che è una scuola aperta alle trasformazioni sociali ed economiche degli ultimi decenni e che forma giovani professionisti culturalmente e professionalmente pronti a vivere le sfide che il mondo del lavoro propone con una velocità in passato inimmaginabile. 

I diplomati di questo istituto, oltre a poter proseguire gli studi universitari e di alta formazione, riescono a trovare facilmente occupazione presso studi professionali, società, aziende, assicurazioni, banche, e avranno maggiore facilità di accesso ai concorsi pubblici, grazie alle conoscenze e competenze acquisite in materia di diritto, economia, informatica e lingue straniere. 

Un diplomato in ambito tecnico-economico è in grado di affrontare con successo i nuovi “mestieri” nei settori in forte crescita come il digitale, il web, l’e-commerce. Nulla a che vedere con la vecchia figura del ragioniere. Il suo profilo nel tempo si è trasformato in “professionista” delle start up, social media manager, esperto di blockchain e di growht hacking e digital manager. Una figura nuova capace di lavorare in team, di progettare e ideare nuove soluzioni e anche di immaginare per il futuro un “mestiere” che ancora non c’è e di saperlo realizzare utilizzando al meglio le conoscenze e competenze acquisite. Anche in questo caso il diploma conseguito abilità all’esercizio di professioni intermedie molto richieste nei settori produttivi e nella pubblica amministrazione.

Prescindendo dalle specificità dei due percorsi descritti, non c’è dubbio che l’istruzione tecnica vada fatta conoscere meglio, superando il percepito di seconda scelta quando non si è abbastanza bravi per andare a un liceo. Niente di più falso! Basta confrontare le materie che si studiano nei due percorsi, nonché le attività di laboratorio all’avanguardia, al passo con i cambiamenti del mondo produttivo. 

Inoltre, in queste scuole si formano le competenze trasversali che sono e saranno sempre più fondamentali nell’industria alle prese con innovazione e digitale. Il rilancio dell’istruzione tecnica è fondamentale, cosi come anche un orientamento più pertinente ed efficace. Se non ci sarà questo cambio di passo auspicato si rischia l’aumento dell’abbandono scolastico e l’aumento della quota di Neet (giovani che non studiano e non lavorano). Un grave danno alle imprese e a tutto il Paese, che proprio non possiamo permetterci. 

Forse è solo una questione di nomi e linguaggi che fanno presa sui giovani e sulle famiglie: allora propongo al decisore politico di fare un’operazione di “marketing”, e rinominare gli istituti tecnici in licei tecnici.





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