SCUOLA/ Schleicher e il “neutralismo” educativo: la realtà è meglio

- Giorgio Chiosso

Una volta messi a punto gli strumenti di valutazione internazionale, l’illuminismo funzionalistico alla Schleicher ha terminato il suo compito

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(LaPresse)

Le difficoltà connesse con la pandemia in corso hanno impetuosamente rilanciato i temi della scuola e della sua rilevanza nella vita sociale e nelle biografie giovanili oggi costrette a lezioni dimezzate. Si è aperto anche il dibattito su come potrebbe essere la scuola del dopo Covid in seguito alla disponibilità delle risorse straordinarie messe a disposizione dell’Italia per la sua ripresa economica.

In questo scenario in movimento giunge come stimolo a una riflessione approfondita la traduzione del volume di Andreas Schleicher apparso nel 2018 e intitolato Una scuola di prima classe? Come costruire un sistema scolastico per il XXI secolo, ora disponibile anche in italiano (il Mulino) per il lungimirante intervento della Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo di Torino.

Si tratta di un contributo importante e ricco di dati, perché pochi al mondo come l’autore dispongono di una visione globale dell’istruzione scolastica. Scritto con la passione di chi crede nel proprio lavoro, è quasi l’autobiografia culturale di una delle personalità che più hanno contribuito negli ultimi decenni a creare un nuovo modo di accostare i problemi dell’educazione e della formazione scolastica nel mondo occidentale e cioè a partire dagli effettivi risultati dell’apprendimento valutati attraverso procedure rigorose e non solo mediante il pur indispensabile confronto politico tra tesi spesso contrastanti.

Andreas Schleicher è infatti il direttore per l’Educazione presso l’Ocse, fondatore e direttore del Programma per la valutazione internazionale dello studente (il ben noto progetto Pisa), promotore di altri strumenti di analisi che hanno messo a disposizione dei decisori politici, dei ricercatori e di quanti operano nelle scuole una piattaforma con aspirazioni globali per innovare e trasformare le politiche e le pratiche scolastiche.

Il libro merita due sottolineature. La prima è rappresentata dal convinto sostegno alla causa dell’istruzione scolastica come fattore di progresso contro quanti ne denunciano la debolezza – e forse nel tempo il fatale crepuscolo – a fronte delle risorse messe a disposizione dal web e da altre modalità di formazione come ad esempio quelle gestite direttamente dal mondo produttivo. Il richiamo all’importanza della scuola risuona fondamentale specialmente in questo momento in cui la vita nelle aule scorre travagliata, intermittente, precaria con possibili gravi conseguenze sul futuro dei giovani.

Il secondo motivo di interesse è la constatazione che per cambiare e migliorare non basta elaborare mirabolanti strategie sulla carta se non si è in grado di tradurle in pratica con una programmazione basata sui dati, sulle risorse disponibili, sul sostegno sociale, su insegnanti appassionati. Un invito a una sana immersione nella realtà, tutto il resto è chiacchiera, propaganda, accademia (molto i nostri politici dovrebbero in tal senso apprendere).

La lettura del saggio è inoltre utile per cogliere la traiettoria del funzionalismo socio-economico che è alla base delle tesi dello studioso franco-tedesco molto più sofisticato e “umanizzato” rispetto alle tesi di 30-40 anni fa. L’aspirazione, neppur troppo sotterranea, resta comunque quella di dar vita a una sorta di pedagogia scolastica globale a impostazione tecnocratica in funzione dello sviluppo e del benessere. Un limite d’impronta illuministica, perché è difficile, se non proprio impossibile, dissociare l’educazione dalla sua storia, dalle tradizioni e consuetudini locali, in una parola dalla realtà delle persone. Non è che nel libro le persone non contino, ma sono come sempre disposte sullo sfondo, in primo piano spiccano i dati empirici, i confronti statistici, l’analisi delle esigenze sociali, economiche, produttive.

Il libro suggerisce anche qualche riflessione o interrogativo più critico. Troppo severo e poco storicamente fondato appare il giudizio radicalmente negativo di Schleicher sulla scuola del passato, alla quale andrebbe almeno riconosciuto il merito di aver sconfitto l’analfabetismo e di aver sostenuto i progressi delle società novecentesche. Mai nella storia umana c’è stata un’esplosione scolastica come quella del secolo scorso. Non c’è dubbio che la scuola sia stata il veicolo di ideologie spesso contrapposte (alcune anche drammaticamente totalitarie) volte a conquistare adepti fedeli, ma non si può dire che il neutralismo educativo di Schleicher sia, a sua volta, esente dal rischio di diventare ideologico, naturalmente espressione di un’ideologia non più politica, ma in questo caso segnata dall’efficientismo tecnocratico.

Nelle pagine del libro è inoltre sfumata l’attenzione verso quegli aspetti immateriali della vita scolastica che fatalmente sfuggono al censimento statistico, ma dai quali dipende la buona qualità dell’educazione. Essa non è più regolata, come in passato, da “tavole di valori”, ma è l’esito della capacità di valorizzare, accanto a quelle cognitive, le risorse non cognitive dalle quali, come dimostrano numerosi studi, tanta parte hanno non solo sul piano del successo scolastico, ma anche a livello di realizzazione umana.

Arrivati al termine del libro – scritto prima dello scatenarsi del virus – c’è da chiedersi se di fronte alla realtà che stiamo vivendo e destinata a incidere sul nostro futuro (per lo meno togliendoci molte delle nostre precedenti certezze e sicurezze) siano sufficienti le strategie funzionaliste coltivate dal direttore del programma Pisa volte giustamente a rendere più eque le opportunità formative, a potenziare la capacità degli studenti di orientarsi in un mondo sempre più bombardato dalle informazioni e a migliorare la realtà del fare e del produrre.

La mia opinione è che di fronte alla drammatica esperienza della paurosa pandemia che sta flagellando il mondo c’è bisogno di qualcosa di più e cioè di riscoprirci uniti di fronte alla precarietà della vita, solidali di fronte al dolore, partecipi dei sacrifici necessari per ridurre al limite i rischi del contagio. Attraverso il difficile momento vissuto dalla scuola ne stiamo riscoprendo l’importanza e riconosciamo il peso del valore umano delle relazioni che si stabiliscono nelle aule, apprezzando il senso di solidarietà che si stabilisce vivendo insieme perché l’incertezza e le difficoltà si superano meglio se si affrontano non da soli.

Mi sembrano segnali importanti per pensare “un’altra scuola” davvero partecipata, libera da lacci e lacciuoli centralisti, nella quale gli apprendimenti siano importanti quanto la necessità di costruire insieme una comunità solidale.

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