SCUOLA/ “Se il vero mondo è virtuale, il lavoro non può essere un sacrificio”

- Carlo Bellieni

Internet e la moderna tecnologia hanno creato un mondo di illusioni a cui le ultime generazioni si sono sottomesse. E si rifiutano di lavorare

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Studenti in protesta nel febbraio scorso (LaPresse)

Mancano camerieri e manodopera stagionale: colpa del reddito di cittadinanza? O degli stipendi risicati? Si dibatte tanto in questi giorni su questo dilemma, tralasciando un dato di fatto: pagati o no, il lavoro manuale i ragazzi (non tutti ma tanti) non lo vogliono fare. Semplicemente perché no, perché il loro futuro lo vedono in altra luce. Tanto che non si trovano più falegnami, idraulici, giardinieri, e quei pochi che restano sono ambìti e contesi. Gli hanno pure dato un nome a questo fenomeno: i Neet, quelli che tra i 15 e i 30 anni non hanno lavoro ma neanche lo cercano. E sono un quarto del totale dei ragazzi. Allora, invece di discutere sugli effetti, perché non dire qualcosa sulle cause?

È un dato di fatto che c’è stato un mutamento genetico di tutte le professioni, quando la tecnologia da supporto è diventata un fine. E non dipende dal singolo, ma da una strutturazione che obbliga a non guardare verso l’alto. Nella scuola i programmi hanno il sopravvento sul rapporto educativo, come descritto nei bei libri di Paola Mastrocola. Nella politica l’ideale di parte ha ceduto alle due nuove competenze del politico: la retorica e l’adeguamento dei programmi al budget di Stato. Nella sanità la trasformazione degli ospedali in aziende ha portato a trasformare i medici in operatori e i malati in clienti. Nel mondo del lavoro, la socialità del luogo ha lasciato spazio al lavoro a distanza, certo comodo, ma che distrugge le collaborazioni e le rivendicazioni sociali. È una corsa alla performance, ben descritta da Herbert Marcuse, che spiegava che porta ad un impoverimento a tutto vantaggio di chi detiene le redini del capitale. E, come spiega il sociologo Berry Schwartz, al massimo porta alla mediocrità.

Ma la mediocrità non è un problema per la società della tecnica, anzi è un plusvalore, perché così nessuno esce dal seminato: ognuno ligio al suo ruolo.

E il mondo tecnologico sa insegnare; insegna che se possiedi la tecnica, il lavoro non è più da abbinare a sacrificio, che ogni barriera è superabile, che ogni sogno è avverabile. Peccato che questo sia vero solo virtualmente: sprofondato nei Giga di uno smartphone, inizi a credere che quella sia la tecnica con cui controlli, conquisti, generi tutto. Questo è il messaggio. E lanciare come magici ideali i successi degli youtuber, degli influencer, dei ticktocker lo impone come modello sociale.

Allora l’opera diventa slegata dall’impegno, il guadagno diventa slegato dal lavoro, il successo diventa slegato dal merito. “Basta un click” ripetono le pubblicità. E più la valanga mediale impone questo modello, più il mondo reale (scuola, politica, lavoro, sanità) lo segue, non accorgendosi di perdere invece il contatto col reale. “Generazione sfortunata”, diceva Pasolini, lamentando questo allontanamento dei giovani dal reale: “arriverai alla mezza età senza aver goduto ciò di cui avevi il diritto di godere”.

Certo che ci sono meno contadini, meno falegnami, meno cuochi, perché sono manodopera; e la “mano”, cioè il contatto fisico, è diventato ormai un retaggio di cui quasi vergognarsi. Di questo parlava Gunther Anders, uno dei maggiori filosofi del secolo scorso, quando spiegava che l’uomo occidentale è diventato invidioso delle macchine, vorrebbe diventare freddo, automatico, programmato come una macchina, per perdere quell’illusione di libertà che è solo d’impaccio per rincorrere la perfezione tecnologica.

Se si perde il contatto fisico si perde lo specifico dell’umano che è da un lato la socialità con le rivendicazioni e le grandi costruzioni che comporta, e dall’altro la coscienza della differenza e unicità di ciascuno, cosa ben evidente nel mondo delle marmellate culturali dove ogni differenza di genere va spazzata via (come già lamentava il filosofo Ivan Illich nel libro Gender), ogni differenza di età va ignorata (come purtroppo si vede in sanità dove lo specifico pediatrico si va perdendo), e ogni differenza geografica non deve esistere (tutto a detrimento dei Paesi poveri).

Senza differenze, il mondo da raggiungere è quello dei ticktocker. Quindi, perché stupirsi se i giovani restano a casa per anni senza cercare lavoro, se si richiudono a tentare smorfie e finti scoop per finire su Youtube, o se reputano la scuola un noioso intervallo tra un influencer e l’altro? Tutto uguale e tutto al ribasso, da felici schiavi, come avrebbe detto J.J. Rousseau. E i segni si vedono: i ragazzi non sanno più scrivere, gli danno da seguire tracce e non più da svolgere temi; in Francia alla maturità si sono ribellati perché una traccia usava la parola per loro incomprensibile: “ludico”; e in Italia hanno dovuto mettere le note alla poesia di Pascoli sennò nessuno capiva (a quanto pare) cosa significa “difila”.

Il mondo in mano al virtuale non è colpa del virtuale, ma delle forze propulsive della società che sono andate lentamente in declino. È stato facile per le grandi idealità e le grandi forze morali venir fuori dalle lotte con i barbari medievali, meno facile ma possibile è stato venir fuori dai totalitarismi novecenteschi; ma contro la pervasività della tecnologia, la lotta appare persa. Non si vedono nel nostro orizzonte dei Gandhi, dei King, degli Sturzo o dei Berlinguer; ma nemmeno degli attivisti come Rosa Sparks o Salvo d’Acquisto: gli attivisti oggi li decide e ce li propina il mondo mediatico e durano il tempo di prendere un caffè, proprio come serve al mondo suddetto per fingere di avere un ventuccio di libertà.

Possiamo solo sperare in improbabili centri di rinascita, come fu per i monasteri benedettini in Europa, o i superstiti nuclei americani di Mapuche o Navajos, da cui nel dramma della catastrofe circostante si trasmetta in silenzio il seme della civiltà.

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