SCUOLA/ Se le regole anti-Covid tradiscono una generazione che chiede risposte

- Vincenzo Rizzo

In modo sommesso, talvolta disperato, a scuola trapelano sopra le mascherine domande che non trovano risposta. Una generazione si sta consumando

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(LaPresse)

Lo scontro recente sulla riapertura delle scuole è stato muscolare e deciso. La scuola, cenerentola italiana, ha visto tutti i riflettori puntati su di lei. I protagonisti hanno sostenuto principi opposti, da cui certamente trapelava un vero interesse per un luogo strategico per il nostro  futuro. Ma in tante parole pronunciate con intensità emotiva e anche buona fede si avvertiva come una mancanza, come una dimenticanza. Era come se dalla massa sottostante non emergesse mai la punta dell’iceberg, cioè la domanda: “ma perché è importante la scuola oggi?”.

Tale domanda non è da poco, perché brucia. Entra, infatti, in una situazione storica unica e drammatica che ha a che fare con la fine di un mondo. Sì proprio lui: è il caro vecchio mondo fatto di abitudini rilassate, lunghe tavolate all’italiana con amici o parenti e il rito sociale dell’apericena o del caffè insieme al bar a parlare di calcio, che oggi sembra messo in crisi. La scossa al consueto, infatti, c’è stata ed inquieta ancora. Tutti vedono che si naviga a vista, per evitare gli scogli. Non bastano, perciò, le frasi fatte da film americano “andrà tutto bene” o “è tutto ok”. Tutti hanno capito che nei prossimi mesi ci sarà ancora da stringere i denti. E allora, i principi, le teorie, le strategie anti-Covid e i cartelloni con i numeri dei vaccinati e dei morti impattano con un fragile sguardo spaesato: il suo, quello dello studente.  

In passato considerato un ente cognitivo, realisticamente rassegnato al ciclo insegnamento-apprendimento (magari con aggiunta di innovazione tecnologica e spruzzatina di competenze) e recentemente promosso a cittadino responsabile, non viene ancora visto come un volto irripetibile o pensato come un soggetto intero. E, nel frattempo, l’aumento dei casi di depressione giovanile, di abbandono scolastico e di burnout tra i nostri studenti cresce.

Si  esprime così il grido di razionalità di una generazione che ci sta chiedendo: “come si fa a vivere durante una pandemia?”, “come non perdere la vita vivendo?”, “quando finirà il tempo delle mascherine?”, “perché non mollare tutto e lasciarsi andare ?”. Il loro grido è sordo perché è solo implicito, non lo senti perché non lo tirano fuori: lo annusi o lo intercetti. È una debole luce coperta da un’ombra, da uno sguardo offuscato al di sopra della mascherina o è un guardare senza forza la vita che viene avanti. E quella stessa debolezza, dimenticata e censurata dalle cose da fare, non può non ricondurre l’insegnante a sé. E a tutte le domande che sembrano impazzire e intersecarsi: “ce la faremo?”, “ma è meglio vedere gli amici, tutti senza mascherina e rischiare o restare a casa?”, “cosa si rischia, in questo frangente? Variante Delta oppure Omicron?”.

Di fronte, a questo fascio di domande che non trovano voce, si può narrare la storia di chi al Sud si recava a scuola in treno nonostante i bombardamenti degli Alleati, perché aveva fede e sperava contro tutto e contro tutti. Si può raccontare cosa ci ha fatto superare le nostre crisi passate (individuali, con gli amici, ecc.), le difficoltà di salute, la paura di non farcela. Ma il cuore di uno studente è testardo, cerca ora, vuole sapere cosa fa vivere ora. E lo chiede in modo sommesso, quasi scusandosi, ma così imponendosi. E allora A Silvia di Leopardi può essere interessante ora perché l’antico dolore di un altro ci mette in contatto con il nostro dolore di oggi. Quello che fa male ancora per la perdita di una persona cara. E Kierkegaard ci fa comprendere la nostra eccezionalità: essere un singolo, quel singolo, che si apre al mondo. E ci dice che questo tempo imprevisto e strano è proprio il nostro tempo. Un tempo fatto, adesso, di volti, diventati sguardi, ridotti perciò all’essenziale: nelle classi, nelle aule docenti, nei corridoi. E dato che gli occhiali si appannano, si deve puntare lì, proprio a quella luce velata – con uno sguardo magari miope-astigmatico -, per riconoscere l’altro, ogni altro.

Poi viene da pensare ai vaccini e agli appelli del Papa per i paesi poveri. La sociologia della sicurezza non può non pensare al bene di tutti che diventa bene per il soggetto. Viene in mente, allora, un io: Sabin con la rinuncia a brevettare il suo vaccino, che diventa interessante ora, perché dice un modo diverso di fare scienza. E tutto questo incredibile mondo di emozioni, paure – umanità, insomma, – diventa un segreto passo che accade. Ed è un attimo che non fugge, quando la domanda non detta dello studente brilla nello sguardo del suo professore, al di sopra della Ffp2.

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