SCUOLA/ Se un bambino di 7 anni chiede “dobbiamo imparare ancora nel computer?”

- Filomena Zamboli

Il nostro è un paese di vecchi oratori che non fanno altro che discutere, mentre la vita accade nelle classi virtuali. Dove i docenti non discutono, ma insegnano

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(Pixabay)

Il nostro è un paese di vecchi. E dovrebbe essere, di conseguenza, anche un paese di saggi. Invece… è un paese di oratori. L’effetto è che la Verità – diceva il buon Manzoni, non sta mai tutta da una parte – non la trovi neanche con il lanternino.

In questi giorni in cui le nostre aule sono vuote e i ragazzi ci mancano, scopriamo che non ci interessa sapere se la scuola è un luogo sicuro oppure una potenziale bomba di diffusione del contagio, se viene prima il diritto alla salute o il diritto all’istruzione, se in Francia e in Germania hanno ragione i pedagogisti e in Italia e in Spagna gli infettivologi.

Scopriamo che ci tocca fare come gli operai di Genova e diventare costruttori di ponti. Mia nipote -7 anni – l’altro ieri, parlando alla mamma, infermiera che ha preso il Covid in ospedale, mentre guardavano i compiti per il giorno dopo, le ha domandato: ma andiamo ancora alla scuola nel computer? Cosa si risponde a un bambino che vuol capire come sta andando il mondo? Ci è voluto tutto il garbo di una madre per intendere che la bimba voleva rassicurazioni sulla vita e sulla nuova normalità che ci è toccato di sperimentare.

In questi giorni stiamo rinnovando le rappresentanze negli organi collegiali. Elezioni che si possono fare anche online. O in presenza, nel rispetto delle misure di distanziamento. Nulla di nuovo a parte che in una scuola con 1.450 studenti e quasi 3mila genitori, il distanziamento lo garantisci istituendo seggi per almeno una settimana e una settimana di lavoro aggiuntivo della Commissione elettorale e dintorni. Mentre se le fai a distanza, non trovi con la bacchetta magica una piattaforma che renda anonimato e trasparenza e unicità del voto. Eppure le abbiamo fatte. Nel rispetto di tutto.

In questi giorni quei quasi 3mila genitori devono confrontarsi con i docenti dei loro figli sull’andamento didattico e disciplinare. E vai ad organizzare i colloqui online, il ricevimento settimanale, gli accessi, le prenotazioni… Abbiamo messo su una specie di agenzia, una magnifica organizzazione. Sempre quei 1.450 studenti, che hanno diritto a una valutazione trasparente e tempestiva, devono sostenere prove di verifica che, disciplina per disciplina, hanno peculiarità mica da poco, visto che si svolgono in didattica digitale integrata esclusiva. Nella certezza che la scuola a distanza, quella nel computer, non è la trasposizione, non è il travaso in uno schermo, della scuola in presenza, un magnifico Collegio dei docenti di un liceo di provincia si è attrezzato per ideare nuove modalità di valutazione.

Ci sono giornate interminabili, in cui devi parlare con mille persone per volta, calmare, indirizzare, spiegare, condividere. Ci sono mille ore di lavoro ogni settimana, in attesa che la nuova ordinanza non sfili la paziente tela di Penelope che stiamo costruendo, ma anche no. Come se la scuola funzionasse con un interruttore a intermittenza. Siamo in presenza, siamo a distanza … ma la domanda vera è: dove siamo? Dove sono questi nostri ragazzi, compagni di viaggio, senso e sostanza delle nostre giornate di lavoro.

E mentre giovani e vecchi oratori discutono, la vita accade nelle classi virtuali, nella staticità delle posture davanti ai pc e gli straordinari combattenti, da cui imparo ogni attimo a non arrendermi ancora, questi Docenti della pandemia, invece di discutere, insegnano.

Di vecchio, questa scuola, ha solo le statistiche. Avete mai provato a fare 64 – sessantaquattro – Consigli di classe online? E’ un’esperienza, direbbe il Saggio.

Intanto i muratori, la classe docente più vecchia d’Europa, diventano costruttori di ponti. Di sapere, di saggezza, di conoscenza. Credetemi, non c’è nulla di romantico. E’ solo questione di cuore, il nostro. Che non si è perduto.

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