SCUOLA/ Si può ancora innovare quando le grandi riforme sono morte?

- Tiziana Pedrizzi

Nuovo appuntamento dei seminari ADI che si tengono a Bologna ogni anno alla fine di febbraio: ecco i temi, ad impronta prettamente internazionale

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(LaPresse)

Non sembrano più i tempi di grandi riforme strutturali dei sistemi scolastici. E questo non solo in Italia, dove forse la stanchezza è anche dovuta al vorticoso sovrapporsi ed annullarsi dei provvedimenti, a partire dai tempi che sembrano oramai remoti del ministro Lombardi. La grande ondata neoliberista degli anni 90 si sta calmando, la fiducia in effetti miracolistici del NPM (New Public Management), della decentralizzazione, dell’autonomia diminuisce. Non che questo significhi, se non sulle penne dei nostri elzeviristi, un ritorno alla scuola anni 50, ritorno impossibile per la buona ragione che esigenze delle economie avanzate ed universalizzazione delle aspirazioni di autorealizzazione ci hanno portato ad una irreversibile scuola di massa. L’attenzione sembra riconcentrarsi sul contesto storico e culturale in senso lato delle società all’interno delle quali vivono le scuole, sulle precondizioni insomma della progressione dei sistemi educativi e con ciò anche sulle modalità di fare scuola che ne sono al tempo stesso espressione e possibile fattore di cambiamento.

Un tema sempre al centro dei seminari che ADI organizza a Bologna ogni anno alla fine di febbraio e che mirano a diffondere anche nel nostro paese informazioni circa ciò che avviene nel vasto mondo, una gita a Chiasso di arbasiniana memoria insomma.

I nostri governi sembrano occupati a garantirsi una platea di voti numericamente significativa gettandosi sui problemi occupazionali del personale, oppure ad inseguire tutte le mode politicamente corrette cercando di inzeppare le agende delle scuole. Temi che sembrano condizionare anche la pubblicistica sulla scuola, che non sembra riuscire a valicare i passi alpini.

Il seminario ADI ogni anno sembra garantire uno sguardo più lungimirante e forse questo ne ha fatto nel tempo la fortuna. Pure quest’anno il panorama sembra allargarsi anche al di là dell’ambito del mondo occidentale. 

Si inizia dal tema del curricolo, per colmare il gap che divide i curricoli di oggi dai bisogni di domani. I temi: come approfondire la cultura tecnico-scientifica e superare la separazione da quella umanistica? Come eliminare la bulimia dei curricoli? Come gestire curricoli flessibili? Come incorporare valori nel curricolo? Fra gli altri ne parleranno nella prima sessione il project manager dell’Ocse Education and Skills 2030 ed il direttore della Think Global School di NewYork, una scuola superiore itinerante in cui gli studenti vivono e imparano in quattro diversi paesi nel corso di ciascun anno scolastico.

Abbastanza inedito e di grande attualità per il nostro paese il tema della seconda giornata, ispirata al progetto dell’Unesco “Kindness matters” (La gentilezza importa). La “gentilezza” non è un valore, è il valore con cui educare alla pace, al rispetto, al benessere e alla felicità: una “riforma gentile” della scuola insomma. Tema trattato dal direttore di Unesco Mgiep insieme alla portoghese  direttrice di Scholé ed all’inglese direttrice della Highweek School caratterizzata dalla creazione di una cultura positiva dell’apprendimento, basata sullo sviluppo di strategie che creano nei bambini resilienza, curiosità e motivazione nei confronti dello studio.

Da Finlandia, Nuova Zelanda e Silicon Valley-California vengono infine dirigenti ed insegnanti partecipanti alla terza sessione, che si pone l’ambizioso obiettivo di lanciare uno sguardo verso la scuola futura, partendo da esperienze particolarmente significative elaborate e praticate in scuole innovative.

Un crogiolo di idee nuove, di stimoli inediti, di punti di vista decisamente per noi poco scontati che ogni anno infonde negli esausti lavoratori della scuola un po’ di speranza e di energia e magari anche di desiderio di fare.

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