SCUOLA/ Soft skills e scienze motorie, insieme per una lezione di vita

- Lara Tagliabue, Giancarlo Ronchi

L’attività motoria e sportiva può svolgere un ruolo insostituibile nello sviluppo delle soft skills. Serve un patto tra scuole e società sportive

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(LaPresse)

Lunedì 11 gennaio la Camera dei deputati ha approvato la legge sulla “Introduzione dello sviluppo di competenze non cognitive nei percorsi delle istituzioni scolastiche”, presentata dall’Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà. 

L’approvazione rappresenta un passo in avanti decisivo affinché la scuola sia al passo con i tempi e favorisca una crescita non solo nozionistica dei contenuti disciplinari, ma anche in relazione alla consapevolezza dei propri mezzi, alla capacità di interagire e collaborare nella risoluzione dei problemi, ad affrontare le diverse circostanze e gli impegni che la vita presenta, con uno spirito costruttivo e creativo.

La proposta approvata prevede l’inserimento, nei programmi didattici, accanto alla ricerca del miglioramento delle competenze di base legate ai diversi assi culturali (asse dei linguaggi, asse logico-matematico, asse scientifico-tecnologico e asse storico-sociale), attività che sviluppino le non cognitive skills, cioè quelle competenze trasversali a tutte le discipline che riguardano l’acquisizione di un metodo di studio personale ed autonomo, di un modo di essere e di comportarsi personale di fronte alla realtà.

Uno degli argomenti di discussione che coloro che si occupano di insegnamento ed educazione devono tenere in continua considerazione è la possibilità di adattare il proprio metodo affinché ogni disciplina possa diventare occasione di sperimentare ed esercitare queste competenze.

Se questa è la direzione, l’insegnamento delle scienze motorie e sportive, nella scuola di ogni ordine e grado, può effettivamente giocare un ruolo decisivo. Lo sport e l’attività motoria hanno un vantaggio importante poiché si affacciano alla totalità della persona: l’approccio avviene attraverso il corpo, verso una piena consapevolezza di sé, per giungere alla sfera emotiva e quindi relazionale.

Per questo motivo, se ben programmata e strutturata, ogni lezione di scienze motorie e sportive è in grado di offrire ai ragazzi un’infinità di occasioni pratiche in cui sollecitare il miglioramento di tutte queste competenze di vita.

Già nei più piccoli, un’attività motoria ben impostata offre la possibilità di sviluppare, oltre allo schema corporeo, gli schemi motori di base e le capacità coordinative semplici e complesse. Qualsiasi forma di attività ludica a squadre incrementa anche le capacità cognitive nel saper analizzare una situazione di gioco (problem solving) e prendere la decisione più adeguata (decision making), in uno spirito di collaborazione e di comunicazione efficace e allo scopo di ottenere un risultato positivo.

Per i ragazzi in piena età evolutiva, un’attività sportiva di squadra, unita ad un’attività fisica individuale di maggior intensità, è utilissima per far crescere il grado di autoconsapevolezza e autostima personali, nella grande avventura della scoperta delle proprie potenzialità fisiche e funzionali e delle proprie attitudini in relazione alla scelta di un sport prevalente tra le tantissime possibilità offerte.

E che dire dell’importanza, per i più grandi, di un impegno sportivo regolare, sanamente competitivo e qualitativamente valido che permetta a ciascuno di acquisire quelle competenze fondamentali per affrontare anche la vita adulta? Il rispetto delle regole, lo spirito di sacrificio, la capacità di impegno, l’accettazione del limite e dell’errore, la gestione delle emozioni, la capacità di collaborare sono alla base di qualsiasi seria pratica sportiva ed al contempo vanno a costruire quel bagaglio di esperienze che accompagnerà la persona lungo tutta la sua esistenza.

Se poi, per lo sviluppo di queste competenze, ci fosse una stretta collaborazione educativa fra il mondo della scuola e quello delle società sportive – dove i bambini e i ragazzi praticano l’attività sportiva due o tre volte alla settimana – sarebbe veramente il miglior contributo alla crescita delle nuove generazioni; tanto più se si considera che, soprattutto a causa della pandemia di questi ultimi anni, i ragazzi hanno avuto pochissime occasioni per vivere e partecipare ad una qualche esperienze di vita reale e non solamente virtuale.

Concludendo, ci sembra importante ricordare alcune considerazioni che emergevano già dal confronto di esperienze che su questi temi si è sviluppato in un convegno del 2016 organizzato dall’Istituto “Oliver Twist” di Cometa, sull’importanza delle non cognitive skills per la crescita della persona all’interno del percorso formativo. A partire dal testo curato da Giorgio Vittadini (Far crescere la persona. La scuola di fronte al mondo che cambia, 2016) si è arrivati alla consapevolezza che queste competenze di vita:

1. non si trovano allo stato puro e sono sempre mischiate, interconnesse tra loro nelle diverse situazioni;

2. non si acquisiscono per uno sforzo di volontà e in modo astratto ma le si sperimentano concretamente dentro le diverse situazioni di apprendimento, anche motorie e sportive, in grado di coinvolgere tutte le dimensioni della persona;

3. rappresentano uno strumento per finalizzare meglio l’azione formativa ma l’attenzione ad esse non esaurisce né sostituisce il “focus” di un rapporto educativo: quest’ultimo rimane sempre una questione di attrattiva di vita capace di muovere la libertà della persona. Per questo un ragazzo può far proprie queste competenze solo per “osmosi”, cioè se ha davanti adulti, insegnanti ed anche allenatori dai quali si sente amato, che le vivono e le fanno proprie come modalità personale di affronto della realtà.

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