SCUOLA/ Sotto la pelle della nuova élite, un disagio che i numeri non dicono

- Alessandro Artini

I dati dell’ultimo Rapporto di AlmaDiploma ci interrogano sullo stato della soggettività giovanile. Il disagio è molto più profondo di quello che dicono i numeri

scuola
Studenti in Dad nella Piazza di Regione Lombardia, a Milano, per protestare contro le misure del governo (LaPresse)

Anche quest’anno il rapporto di AlmaDiploma ha presentato i dati (il convegno è del febbraio scorso) raccolti nel 2020 e relativi alle scuole superiori che ne fanno parte, offrendo strumenti per orientare i diplomati alla scelta dell’università oppure al mondo del lavoro. Come sempre, offre anche informazioni riguardanti l’efficacia dei percorsi formativi attuati dalle scuole stesse.

Il rapporto di quest’anno tocca vari ambiti e, per questo, è difficile sintetizzarne gli esiti. La ricerca, infatti, ha coinvolto circa 36.500 diplomati e 213 istituti, perlopiù licei. Quattro le regioni più rappresentate: Lazio, Lombardia, Emilia-Romagna e Trentino. Il tasso di risposta si è avvicinato all’80%.

Procediamo con ordine. In primo luogo, la pubblicazione del rapporto annuale presenta la ricerca concernente la valutazione della scuola di appartenenza da parte dei diplomati. Considerato il fatto che la raccolta di dati è avvenuta nel 2020, dopo il primo lockdown e le lezioni in didattica a distanza (Dad), in maniera inattesa (almeno per me) si riscontra un aumento del gradimento complessivo della scuola (+3,4 punti). Specificamente, aumenta il gradimento verso i docenti, circa la loro disponibilità al dialogo (+4,1 punti) e la chiarezza delle loro esposizioni (+3,3). In generale, i docenti avrebbero migliorato la loro comunicazione (+11,5) e le attività di recupero (+7,9). Anche l’impegno degli alunni sarebbe aumentato, rispetto agli anni precedenti (+4,1 punti, tra coloro che studiano più di 15 ore settimanali). I diplomati, inoltre, quando ancora erano a scuola, hanno svolto, rispetto agli anni precedenti, un maggior numero di attività di orientamento post-diploma e sarebbe aumentata la fiducia relativa ai consigli dei docenti (+4,4) rispetto a quelli dei genitori, che invece hanno diminuito la loro capacità d’influenzare le scelte dei figli riguardo al loro futuro dopo il diploma (-8,8).

L’organizzazione della Dad è stata efficiente (lo riconosce il 77,9% degli studenti) e anche la continuità della stessa è stata garantita (90,3%), ma la preparazione complessiva è diminuita (per il 74,3%), rispetto a quella che sarebbe stata raggiunta in condizioni normali. Alcuni alunni, già prima in situazione di difficoltà, avvertono adesso ulteriori fragilità. Lo stato d’animo prevalente è quello della preoccupazione, che coinvolge maggiormente i diplomati degli istituti professionali e le ragazze in generale.

Prima della conclusione del percorso di scuola superiore, il 57,5% degli alunni ha dichiarato che, potendo tornare indietro negli anni, avrebbe scelto nuovamente lo stesso indirizzo o corso di studi. Cresce, a un anno di distanza, soprattutto tra i liceali, il numero di coloro che si ritengono soddisfatti per la scelta compiuta, mentre i diplomati degli istituti professionali permangono tra gli insoddisfatti. Considerando gli uni e gli altri, tuttavia, c’è un aumento complessivo di chi confermerebbe nuovamente la scelta fatta.

Per ciò che attiene gli universitari, a un anno circa dal diploma si è iscritto il 70,3% dei diplomati, ma a tre anni, sempre dal diploma, la percentuale cala e si pone al 66,5%. In generale, aumenta il numero di coloro che si iscrivono all’università (il dato è stato confermato, qualche tempo fa, dall’allora ministro Manfredi). Si osserva, inoltre, una forte motivazione a migliorare la propria formazione culturale e cresce il numero di chi considera la laurea come uno strumento valido per trovare lavoro. Pur tuttavia, molti interrompono l’università (l’8% dopo tre anni) e altri, dopo aver sperimentato un certo percorso di studi, insoddisfatti, lo cambiano.

Per chi lavora, infine, si registrano dei miglioramenti in termini di retribuzione e coerenza tra studi compiuti e lavoro svolto, ma con lo scoppiare dell’epidemia, il quadro è in forte peggioramento.

Come sempre accade per le indagini ricche di dati e complesse, anche quella di AlmaDiploma è difficilmente riconducibile a un paradigma interpretativo univoco. Essa, tuttavia, è stata mirata a un target definito: quello degli alunni diplomati, cioè di chi ha portato a termine il ciclo della scuola superiore. Una tale ottica, se da un lato ci fornisce inediti approfondimenti, dall’altro ne determina inevitabilmente la particolarità dei punti di vista. Per esempio, l’idea che alcuni alunni puntino su una formazione in sé e per sé ed efficace (anziché sul “pezzo di carta”), rappresenta un aspetto su cui riflettere. Ciò si riscontra, ad esempio, nella constatazione che un certo numero di loro, durante il lockdown, ha dichiarato di aver fruito privatamente di corsi di lingue (+13,7) e anche dal dato, sopra menzionato, circa il valore attribuito alla laurea come strumento di miglioramento delle prospettive lavorative.

Con tutte le cautele del caso, potremmo riscontrare in germe la formazione di quell’aristocrazia 2.0 che Roger Abravanel registra, in maniera più netta, nelle università e di cui ha scritto in un recente saggio. Tuttavia, la provenienza dei diplomati intervistati, soprattutto da regioni del Centro (Lazio) e Nord Italia (Emilia-Romagna, Lombardia e Trentino) ci interroga sulla estensibilità delle loro valutazioni all’intero universo degli alunni italiani. In particolare, nonostante i limiti di apprendimento, si ha un giudizio positivo della Dad circa il modo con cui è stata attuata. Proprio a tal riguardo ci si può chiedere se questa positiva percezione sia generalizzabile. Si consideri, infatti, che la ricerca Ipsos di Save the Children e i dati Istat del recente Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile raccontano, invece, di molte difficoltà, al punto che l’8% di bambini e di ragazzi ne è rimasto del tutto escluso.

In conclusione, il Rapporto di AlmaDiploma ci interroga sullo stato della soggettività giovanile, di cui, a mio parere, oggi non si legge nitidamente la condizione di disagio (nonostante alcuni segnali inquietanti, come quello recente della proliferazione di baby gang). Una condizione del genere non appare perspicua, per due motivi. Il primo è che molte famiglie si vergognano a parlarne (come ha suggerito il neuropsichiatra Stefano Vicari sulle pagine di questo giornale); il secondo è che, spesso, il disagio viene “introvertito”, da parte dei giovani, nel loro stesso Io.

Di conseguenza, esso si manifesta con fantasie suicidarie (cui talvolta segue anche una progettualità) e con una pluralità di disturbi, tra i quali quelli alimentari e di ritiro sociale (gli hikikomori). Se l’energia, che è alla base di quei disturbi, trovasse (e sarebbe salutare) una modalità espressiva di tipo comunitario e sociale al posto dei comportamenti nichilistici, molte cose cambierebbero e la rabbia, che è possibile intravedere nell’animo “non domesticato” (si veda il filosofo Sloterdijk) di molti giovani, potrebbe rivestire una positiva carica disruptiva. In questa prospettiva, si porrebbero le basi di profonde e benefiche trasformazioni antropologiche, anziché vivere l’attuale condizione di quiete prima della tempesta.

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI



© RIPRODUZIONE RISERVATA