Il divieto di utilizzo del cellulare in classe è un provvedimento che aiuta a cambiare in meglio la scuola e sta facendo bene agli studenti
Ho salutato con piena e consapevole approvazione la nuova legge che impedisce l’uso dei cellulari a scuola dalla prima all’ultima ora di lezione, intervallo compreso. È una legge di buon senso, che recepisce gli allarmi che ormai da anni la migliore comunità medico-scientifica va lanciando sui danni irreversibili che l’esposizione prolungata ed incontrollata agli smartphone e ai social causa nei cervelli dei bambini e degli adolescenti (ma anche nei nostri, pure se facciamo finta di essere ormai grandi). Per capirsi, in Australia hanno approvato una legge che vieta ai minori di 16 anni di accedere ai social; lo stato di New York ha fatto causa a Facebook, Instagram e TikTok per induzione alla dipendenza di minori.
Così anche il ministero dell’Istruzione e del Merito ha voluto dire la sua, nel tentativo di ridurre le ore di fruizione di internet e di tutte le sue mirabolanti attrazioni (roba che il paese dei balocchi di collodiana memoria impallidirebbe): ad un corso sulla dipendenza da social dello scorso anno (2024-2025) l’esperto chiese agli studenti partecipanti di verificare sui proprio cellulari per quante ore erano già stati connessi dalla mezzanotte fino a quel momento (erano le 9.30 del mattino). Risultato: molti degli studenti presenti avevano navigato già per più di tre ore, alle 9.30 del mattino!
Non si tratta più di imparare ad usare con consapevolezza uno strumento che di per sé è neutro, ma che rischia, per inesperienza ed immaturità di essere utilizzato in modo dannoso: è venuto il momento di provare a limitare pesantemente il suo utilizzo, e se la scuola ci mette del suo, ben vengano queste iniziative, se non altro aiuteranno studenti e genitori a focalizzare il problema.
Ma c’è un altro motivo per cui questa iniziativa del MIM mi convince: è importante provare a recuperare un’immagine di scuola non legata ad un centro di socialità e socializzazione, in cui, fra le altre cose, se capita, si studia pure; occorre rimettere al centro della scuola la lezione in classe, volta allo studio e alla conoscenza.
Occorre recuperare la dimensione della serietà, dell’attenzione, della concentrazione, dell’impegno, tutte dimensioni senza delle quali la conoscenza semplicemente non accade.
Ora, da decenni la nostra scuola è diventata, passo, passo, pezzettino per pezzettino, un ambiente in cui tutto tende a dire altro, piuttosto che studio e impegno: prima le macchinette delle merendine (poveri studenti, così possono rifocillarsi!); poi le macchinette del caffè (non vogliamo svegliare i nostri studenti? Così li aiutiamo a concentrarsi di più!); poi i distributori di acqua (bere fa bene, lo dice sempre il dottore e anche la mamma!); per anni hanno provato anche con i distributori di profilattici (sì sa, se si fa bene l’amore poi la testa è libera dai pensieri, così sai quanto si studia!); poi l’introduzione dei due intervalli (poveri ragazzi, tutte quelle ore di fila, non ce la possono fare!); poi facciamo colorare ed abbellire la scuola e le classi ai nostri ragazzi, così le sentiranno come casa loro, come la loro cameretta! Allora sì che studieranno!

Tutte cose buone e carine, premure nate dalle migliori intenzioni, che non fanno male a nessuno, prese singolarmente. Ma tutte insieme, una dopo l’altra, un passo dopo l’altro, inducono una precisa aspettativa e fanno perdere di vista l’essenziale.
E, no! la classe non deve sembrare agli studenti la propria casa o la propria camera, proprio perché non è la loro camera, ma è una classe di una scuola! Così come non deve sembrare un bar, un centro ricreativo o quant’altro: deve sembrare quello che è: una scuola! Una semplice, banalissima scuola! Un luogo in cui è necessario silenzio, sobrietà, ordine, scansione dei tempi, per favorire la concentrazione e lo studio. Un po’ come nei conventi e nei monasteri (non a caso i luoghi in cui è nata la cultura europea), dove era esigito il silenzio.
Ecco, quel silenzio oggi prova a reintrodurre nella scuola la nuova legge sui cellulari: un silenzio non solo acustico, ma mentale; uno spazio mentale in cui recuperare e riordinare il pensiero dal vortice delle sollecitazione visive, acustiche, emotive, percettive dei device da cui sembra che non ci possiamo più sottrarre, per una fruizione sempre più veloce, più ossessiva, più ritmata della realtà, sulla quale non ci si sofferma più, non si dà più tempo, non si spende più tempo.
Anche questo mio articolo a molti sembrerà già troppo lungo, non è adatto alla fruizione smart (avete notato che molti quotidiani ormai segnalano all’inizio dell’articolo il tempo previsto per la lettura? Il corrispettivo del costo: leggere questo articolo ti costerà 5 minuti! Oddio, non sarà troppo?).
È vero che questa nuova legge toglie qualcosa, alcune possibilità didattiche; e che sembra una gigantesca contraddizione rispetto alla direzione, presa negli ultimi anni, di una totale digitalizzazione della scuola (dopo l’ultima overdose di soldi del PNRR). Ma credo che i vantaggi superino notevolmente le difficoltà ed il rischio di incoerenza.
Penso che ormai sia chiaro da che parte sto, rispetto alla questione cellulare sì, cellulare no, nella scuola. E sono uno di quei docenti che all’intervallo avvicina i pochi studenti che si aggirano ancora cellulare alla mano, chiedendogli di spengerlo e riporlo nello zaino.
Tuttavia, come sempre, penso che la legge possa favorire o meno un fenomeno, un cambiamento, un principio, ma non lo possa realizzare: non sarà mai una legge a cambiare l’uomo, tanto meno la società.
L’altro giorno un mio amico, collega di un’altra scuola, mi dice di aver avuto un dialogo con un mio studente sulla questione del telefonino in classe. Lui gli ha detto che spesso continuano ad usarlo, di nascosto dai professori. Al ché il mio amico gli fa: “Anche con il professor Baroni?”. “No, con lui no!”. “Perché?”. “Perché lo rispettiamo troppo!”. Non parlo mai di rispetto nelle mie classi, perché so bene che il rispetto non si ottiene chiedendolo; il rispetto è una conseguenza, è il frutto della stima. E la stima nasce dal valore percepito e vissuto della lezione e dello studio.
E così capisco ancora meglio una cosa: è un avvenimento che svela all’uomo ciò di cui ha veramente bisogno. I nostri studenti credono di aver bisogno di andare in bagno due volte a lezione; credono di aver bisogno di andare a prendere l’acqua o il caffè (e se glielo neghi sono bravissimi a sbandierarti i loro diritti); e così credono di avere bisogno di sfoderare il cellulare per aggiornare Instagram.
E invece hanno bisogno di essere autentici, di impegnarsi con ciò che li costruisce, di coltivare le loro domande di senso, di scoprire che quello che sentono e pensano, non lo sentono e pensano solo loro; che non sono soli di fronte alla vita, perché qualcuno l’ha vissuta prima di loro ed ha lasciato parole e segni per loro; che la loro vita è fatta per accendersi di passione ed intelligenza, per far sbocciare il loro essere unici e irripetibili.
Ma tutto questo non lo potrà mai fare una legge, potrà accadere solo nell’incontro con un docente, con un adulto, che li accompagna in questa avventura. Come mi ha detto una mia ex studentessa, tornata a trovarmi all’inizio di quest’anno. Le chiedo: “Cosa hai trattenuto di più in questi cinque anni insieme?”. “Il valore dell’incontro, grazie a lei e all’insegnante di religione. L’incontro come punto di svolta della vita”.
Appoggiamo le leggi giuste o che almeno riteniamo tali, ma non speriamo in esse: la speranza è in un avvenimento, sprigionato in un incontro.
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