SCUOLA/ Tema in classe e 1 anno in più alle medie, l’unica riforma che può salvarla

- Riccardo Prando

Portare il percorso della scuola media da tre a quattro anni di durata, riducendo di un anno le superiori, sarebbe una riforma indispensabile e vincente

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Patrizio Bianchi, ministro dell'Istruzione (LaPresse)

Il bell’articolo controcorrente di Sergio Bianchini sulla scuola apparso il 9 dicembre sembra ridare fiato in un passaggio ad una proposta che porto avanti, inascoltato anche fra i miei “pari”, da alcuni anni. Scrive Bianchini, ch’è uomo di scuola: “Già il fatto che l’obbligo scolastico attuale preveda la frequenza fino a 16 anni ma non esista un percorso scolastico di due anni dopo la scuola media che si concluda con una qualifica evidenzia l’approccio ingannevole dei vertici scolastici statali. In essi infatti domina l’utopia dell’uguaglianza e del riscatto che vorrebbe tutti studenti universitari e vede il lavoro esecutivo come una umiliante condanna”.

Parole più che condivisibili (la scuola di massa generata dalla “media unificata” entrata in vigore nel 1963 è, al di là delle sue buone intenzioni, la madre di molti mali in cui si dibatte la scuola di oggi, dalle elementari alle superiori e oltre) su cui s’innesta, seppure su un piano diverso, una mia considerazione che muove dalla semplice esperienza: le ultime generazioni evidenziano un livello di maturità medio (capacità di giudizio, di rielaborazione personale, di espressione critica) sempre più distante da quello delle generazioni precedenti e sempre meno correlato all’età anagrafica.

Non è qui il momento per cercarne le motivazioni, ma il dato mi pare inconfutabile. La recente ed improvvida (oltre che sgrammaticata) richiesta presentata da un gruppo di studenti al ministro Bianchi perché elimini la prova scritta di italiano all’esame di maturità (per altro controbilanciata da una richiesta di segno opposto firmata da intellettuali e docenti universitari), conferma questo giudizio: chiedere la cancellazione del tema significa chiedere di rinunciare ad esprimere le proprie idee su se stessi, gli altri, il mondo al culmine del percorso di studi. “Fare un tema è quella particolarissima, e unica, attività che consistere nell’esprimere idee proprie, pensieri propri, sentimenti proprio, in uno stile proprio – ha scritto di recente Paola Mastrocola su La Stampa –. Nessun’altra verifica, di nessun’altra disciplina, può fare altrettanto”. La scrittrice ed ex docente arriva a giudicare il tema “un regalo extra che la scuola fa agli studenti, come dire va bene, ora fai pure le verifiche tecniche sacrosante, ma prima di tutto fai un tema! Cioè, semplicemente, scrivi! Prenditi questa pausa dalla scuola, questo momento tutto tuo per dire quel che vuoi, quel che sei”. Ovvia ma affatto banale considerazione che a dire il vero può valere, infinitamente più che per qualsiasi altro ambito di studio, per ogni espressione artistica.

“La poesia – ha ricordato qualche giorno fa in tv il regista Pupi Avanti a proposito del suo film su Dante – è il modo più profondo che esista per parlare di sé”. Laddove poesia è anche un dipinto, una scultura, una musica. Quindi delle due l’una: o i ragazzi non hanno ancora capito cos’è un tema oppure (sarebbe ancora più orribile) lo sanno, ma preferiscono parlare d’altro.

Mi sono dilungato e vengo finalmente al punto: allungare il percorso di scuola media di primo grado da tre a quattro anni ed eventualmente diminuire da cinque a quattro quello di scuola media superiore. Ciò permetterebbe di centrare almeno due obiettivi: concedere più tempo agli adolescenti per avvicinarsi ad un grado accettabile di maturità (per esempio nella scelta di dove iscriversi dopo le medie, oggi sempre meno consapevole, come dimostrano i larghi fallimenti di tale scelta, alla base anche della dispersione scolastica) e aumentare il proprio bagaglio di conoscenze, così da presentarsi più preparati alla media di secondo grado. Certo, come sottolinea ancora Bianchini, bisognerebbe metter mano anche ai percorsi tecnico-professionali così da renderli più aderenti alla realtà, ma nella riforma che ho descritto si potrebbe mantenere il percorso unico per tutti nel triennio e diversificarlo nel quarto anno, concedendo all’allievo la possibilità di seguire alcuni corsi introduttivi alle superiori piuttosto che altri.

Lo studente, allora 14-15enne, verificherebbe di persona se il proprio desiderio di iscriversi poi ad un liceo piuttosto che ad un istituto tecnico o professionale è dettato da reale interesse e predisposizione oppure da altri motivi, meno “consistenti”. La contrazione di iscritti in tutti i tipi di scuola, messa in luce dalle statistiche più recenti, dovrebbe facilitare la soluzione di eventuali problemi legati agli spazi disponibili, mentre il passaggio da un ordine all’altro di scuola non dovrebbe incontrare ostacoli insormontabili.

Tutto questo mentre dei problemi veri del nostro sistema scolastico non si parla mai nelle sedi istituzionali (il governo, qualsiasi governo, si occupa solo di edilizia e reclutamento docenti, come se i problemi fossero essenzialmente di natura materiale), ma “solo” (si fa per dire) in quelle culturali. Tanto è vero che l’autentico grido di dolore sul tema educativo (che è l’altra faccia della stessa medaglia) lanciato su queste colonne da Paolo Crepet (“sono stufo, non so sinceramente cosa più dire. Non gliene frega niente a nessuno”) ha avuto l’effetto dell’acqua sul marmo.

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