SCUOLA/ Tra chiusura e didattica sospesa, ecco il caos prodotto dal governo

- Pierluigi Castagneto

Il decreto legge del governo 6/2020 ha disposto il blocco delle scuole come misura anti-coronavirus. Ma un cattivo provvedimento ha prodotto il caos

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Vertice della Protezione civile con Conte, Speranza e Di Maio (LaPresse)

Domenica sera l’Italia del Nord si è fermata per effetto del diffondersi del virus Covid-19. Il decreto legge del governo 23 febbraio 2020 n. 6 blocca la scuola e tutte le attività connesse. Si è tuttavia scatenata una ridda di voci sulla sua interpretazione.

Si legge infatti al punto d): “sospensione dei servizi educativi dell’infanzia e delle scuole di ogni ordine e grado, nonché della frequenza delle attività scolastiche e di formazione superiore, compresa quella universitaria, salvo le attività formative svolte a distanza”.

Se per i servizi educativi dell’infanzia la parola sospensione sembra lessicalmente e logicamente adeguata, risulta più problematica l’espressione “sospensione (…) delle scuole di ogni ordine e grado”, in quanto non risulta chiaro cosa si debba sospendere. In più l’ulteriore precisazione della sospensione “della frequenza delle attività scolastiche” fa pensare che alla cancellazione delle lezioni ci debba essere qualcosa in più, oppure si potrebbe trattare di una mera chiarificazione ridondante.

Questa parte del decreto è poi stata ripresa parola per parola dalle ordinanze dei governatori delle Regioni del Nord che domenica, uno dopo l’altro, hanno sospeso le attività di scuole, università,  riunioni, attività sportive e tutte quelle forme di aggregazione che comportino la vicinanza delle persone. A questo punto, data la scarsa chiarezza linguistica del decreto, si è generato il dubbio se le scuole si dovessero chiudere e quindi renderle inaccessibili a tutti, oppure aperte con la presenza del personale delle segreterie, dei bidelli e del dirigente scolastico, ma senza studenti e docenti.

Alcuni sindaci, a cui spetta normativamente la limitazione delle attività scolastiche (come nel caso delle allerte meteo) hanno chiuso gli istituti, mentre altri si sono attenuti solo alla sospensione della didattica e di tutto quanto è connesso (colloqui, corsi, attività sportive, gruppi di studio, ecc). Insomma ognuno si è comportato un po’ come ha ritenuto più opportuno e nelle chat dei dirigenti scolastici di molte province si è scatenata una “guerra dei pareri” per offrire la giusta interpretazione.

Nella scuole paritarie poi si è posto il problema del personale docente. I gestori si sono chiesti, essendo sospesa la docenza, se gli insegnanti, comunque retribuiti, fossero tenuti a recarsi sul luogo di lavoro. Alcuni consulenti hanno avvalorato la presenza a scuola, mentre altri hanno optato per lasciare a casa anche gli Ata. Addirittura Orizzonte scuola in un suo articolo di ieri parla di “scuole chiuse” in tutte le Regioni del Nord, ma in realtà nella maggior parte dei casi è stata attuata solo la sospensione delle attività didattiche.

Sempre lo stesso giornale on line afferma che anche il personale Ata non sia tenuto a recarsi sul posto di lavoro, in quanto “il rapporto di lavoro del personale della scuola di natura civilistica e obbligazionaria tra le parti” è regolato dall’articolo 1256 del Codice civile, secondo cui l’obbligo si estingue perché l’impedimento di recarsi al lavoro non è imputabile a lavoratore. Di segno contrario la posizione del governatore della Liguria Toti, che ha  dichiarato che a breve sarà approntato un decalogo per i sindaci e ha precisato che “il personale non docente delle scuole va a lavorare, perché gli uffici pubblici sono aperti”. 

Dunque docenti a casa e personale a scuola. Tuttavia rimane la forzatura lessicale del decreto governativo che ha generato la confusione interpretativa e nella giornata di ieri si sono fatte avanti altre Regioni a chiedere la sospensione delle attività didattiche, come Calabria e Marche. Tuttavia il provvedimento di questa Regione è stata bloccato dal governo centrale, con una telefonata di Conte al governatore Luca Ceriscioli. A Vallo Lauro, paese dell’avellinese che ha visto il rientro di alcuni abitanti da Codogno, il sindaco ha chiuso le scuole, mentre a Tuscania un istituto comprensivo è stato chiuso dal sindaco perché ieri mattina una bidella ha dichiarato di essere stata a Venezia al carnevale, scatenando paura tra genitori e colleghi. Una decisone particolare l’ha presa anche il sindaco di Orte, che ha ordinato per oggi la chiusura degli istituti scolastici, statali e paritari e degli uffici comunali per interventi straordinari di sanificazione e pulizia, mentre ad Acquapendente in provincia di Viterbo ieri e oggi tutti gli istituti sono chiusi in via precauzionale per contatti di alcuni abitanti con una persona risultata positiva, residente in Emilia-Romagna.

L’incertezza ha coinvolto anche le biblioteche. In Emilia-Romagna sono rimaste aperte e con le scuole e università chiuse si è verificato un’eccezionale affollamento, che di fatto ha contraddetto le intenzioni del governo e l’ordinanza del governatore Stefano Bonaccini. A Parma, prima dell’accertamento di due contagi, era stato decisa la chiusura dei musei e dell’archivio storico, mentre le biblioteche comunali stanno effettuando regolare servizio negli orari previsti. Domenica c’era stata anche una diversità di vedute tra il governatore Toti e il rettore dell’università del capoluogo ligure, che attorno a mezzogiorno aveva chiuso la didattica in università, ma aveva lasciato aperte le biblioteche d’ateneo. Nell’ordinanza di sospensione uscita in serata il presidente aveva imposto, in ottemperanza del decreto governativo, la chiusura al pubblico delle biblioteche di tutta la Regione. 

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