SCUOLA/ Tutti nei licei (57%): quando le famiglie non fanno il bene dei figli

- Tiziana Pedrizzi

Aumenta il numero di giovani iscritti ai licei, mentre la formazione tecnica e professionalizzante è sottovalutata. Colpa dei modelli diffusi dalla cultura progressista

scuola studenti giovani 5 lapresse1280 640x300
LaPresse

Le prime notizie sulle iscrizioni alle scuole superiori per l’anno scolastico 2021-22 confermano la tendenza degli anni precedenti cioè l’inesorabile aumento della licealizzazione italiana, che registrerebbe un boom fino al 57% (il 30,3% sceglie gli istituti tecnici, l’11,9% i professionali). E questo nonostante sia ormai evidente, sulla base dei dati, che c’è un mismatch macroscopico fra gli studi che i giovani scelgono e perseguono ed i bisogni reali della nostra economia. Troppo pochi seguono studi tecnici e professioni operative soprattutto nel campo dell’industria, troppi aspirano a studi umanistico-artistici e rimangono destinati alla disoccupazione, alimentando una sindrome di massa da geni incompresi. E la presente o incombente crisi economica sembra non avere cambiato niente; anzi.

Alcune brevi e forse non scontate osservazioni in proposito.

1. Sono decenni che le principali organizzazioni internazionali proclamano con grande autorevolezza che l’istruzione genera sviluppo a livello delle società e più alto reddito (e vite migliori anche da altri punti di vista) a livello dei singoli. Si dice che nel nostro paese ci sono troppo pochi diplomati e soprattutto laureati. Ma i nostri sociologi (Schizzerotto, Barone) hanno da tempo dimostrato che, per quanto riguarda i diplomi, negli ultimi 30 anni l’Italia ha fatto passi da gigante e che sulle nostre statistiche pesa la realtà degli attualmente vecchi dell’Italia ante-boom. Per quanto riguarda le lauree, poi, nei paesi che hanno percentuali maggiori delle nostre esiste un significativo percorso terziario professionalizzante da noi di fatto assente, perché gli Its non sono decollati. Oggi però si comincia a parlare, sempre a livello internazionale, di necessario legame dell’istruzione con l’economia, per garantire gli effetti benefici che non sarebbero quindi automatici. L’attuale attenzione per le soft skills ne è un indicatore.

2. L’assenza di un vero percorso terziario professionalizzante è sintomo del fatto che qui sta il punto debole dell’Italia. Il problema sta soprattutto nella secondaria. La formazione per il lavoro è sempre più considerata dalle famiglie come un indicatore di declassamento sociale, convinte che sia meglio un liceo inconsistente di un istituto tecnico serio (e, diciamo la verità, con curriculi più impegnativi). Permettersi percorsi generalisti, più lunghi e più a lungo esenti da impegno lavorativo è diventato una forma di consumo affluente. Se questo vale per la piccola borghesia che è passata dall’istituto tecnico commerciale al liceo delle scienze umane, il problema è più drammatico per chi, per ragioni sociali, di cultura o di personalità, vorrebbe trovare a 14 anni una scuola che rispettasse e valorizzasse la sue vocazione alla “manualità”. Nella grande maggioranza delle regioni italiane la IeFP non è mai decollata, in cambio stanno ovviamente agonizzando gli istituti professionali, zavorrati soprattutto nel biennio da quintali di teoria in nome (e questo è il dramma) dalla cultura progressista benintenzionata, che non vuole sia negato al “popolo” il bene della cultura “alta”. E poi c’è chi si domanda il perché della “dispersione” e si incriminano quei cattivoni degli insegnanti.

3. E le responsabilità? Si parla sempre di cattivo orientamento da parte delle scuole. Ma la principale ragione sta nell’orientamento delle famiglie, che possono scegliere liberamente e che lo fanno peraltro molto tranquillamente, quando non sono d’accordo con quello che dicono le scuole. A 15 anni si fanno scelte dinnanzi agli esiti delle quali ci si trova 10 anni dopo e quindi si levano alti lai da parte di coloro che hanno fatto percorsi formativi che conducono a professioni molto interessanti per la società e per il singolo, ma purtroppo in percentuale necessariamente molto limitate. Uno su mille ce la fa. Nel frattempo le poche industrie che resistono in Italia non riescono a coprire il fabbisogno di personale specializzato… Forse però è vero che non c’è sufficiente informazione di massa e forse su questo terreno ci si può impegnare sia a livello delle associazioni che delle istituzioni.

Si diceva che lo scenario delle analisi a livello internazionale sta cambiando. Speriamo che la notizia varchi le Alpi.

—- —- —- —-

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI

© RIPRODUZIONE RISERVATA