SECONDA ONDATA?/ “Con la cura a casa e i test veloci supereremo l’autunno”

- int. Camillo Rossi

Delegare la diagnostica al medico di base eviterà di intasare gli ospedali. L’unico allarme, per ora, lo crea chi si comporta come se il Covid fosse finito

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Assembramento a Roma in Piazza Farnese per la "movida" (LaPresse)

Il ministro della Salute Roberto Speranza ieri pomeriggio, al termine del vertice con le Regioni, ha chiuso le discoteche con un’ordinanza valida per tutto il paese. Inoltre, dalle 18 alle 6 del mattino saranno obbligatorie le mascherine nei locali aperti al pubblico e nei luoghi dove è più facile che si creino assembramenti. Insomma, il Governo sta nuovamente attuando misure restrittive nel tentativo di fermare i possibili nuovi focolai.

Le nuove e vecchie precauzioni basteranno a scongiurare una seconda ondata? In Italia, con 479 nuovi contagiati nelle ultime 24 ore, ne sembriamo ancora lontani. Ma nella vicina Francia se ne contano oltre 3mila nelle ultime 24 ore, numeri che in Italia ricordano i momenti più critici della pandemia. L’allarme in Italia è eccessivo o troppo debole? Ne abbiamo parlato con il direttore sanitario degli Spedali Civili di Brescia, Camillo Rossi, che ci ha spiegato come il suo ospedale si sta preparando all’autunno. E a qualsiasi situazione Covid bisognerà affrontare, anche la peggiore.

Ci troviamo in una situazione strana: aspettiamo una seconda ondata, ma non sappiamo se arriverà. Gli allarmismi sono giustificati?

L’allarmismo non è mai giustificato, perché genera panico e confusione, l’attenzione sì. Sull’onda della paura tutti rispettavano le regole, ma la cosa difficile è mantenere le precauzioni nel tempo. Mascherine, distanziamento e disinfezione delle mani sono strumenti semplici, ma richiedono l’attenzione di ciascuno: è anche un problema di educazione.

Ma la situazione è già così grave?

Secondo me la situazione non è ancora da allarme, ma bisogna intercettare i contagiati precocemente. Gli asintomatici sono contagiosi, per questo bisogna proteggersi e proteggendo se stessi si proteggono anche gli altri.

Se la situazione si aggravasse, stavolta come risponderà la sanità?

I pazienti, quando è possibile, devono essere curati a casa, ma in modo adeguato. Non si tengono i pazienti a casa per evitare di intasare gli ospedali: i medici di famiglia vanno messi nella condizione di poter usare gli strumenti più adeguati per fare diagnosi velocemente e utilizzare i migliori strumenti terapeutici. Inoltre “l’ospedale” è a disposizione di tutti i malati: ad esempio se hai un dolore toracico, devi andare in ospedale subito e le nostre strutture sono pronte e adeguate.

Aumentare il ruolo del medico di base basterà a diminuire l’affollamento dei pronto soccorso?

Il ruolo del medico di famiglia è cruciale. Ripeto: va messo in condizioni operative adeguate. E medico di medicina generale e specialisti ospedalieri devono avere un rapporto più stretto, con il paziente concreto come punto in comune.

Dice questo perché gli ospedali non diventino vettori del contagio, come sembra in alcuni casi sia accaduto durante la prima ondata?

Chi lavora negli ospedali ha imparato a proteggere se stesso e i pazienti. Gli ospedali non sono accumulatori di Covid: per intenderci, noi non abbiamo mai interrotto le cure per i pazienti neoplastici, le urgenze, il trattamento dei traumi maggiori, ecc. E per questi pazienti i contagi sono stati pochissimi e provenienti prevalentemente dall’esterno. La popolazione si può fidare e gli operatori devono avere fiducia nel loro operato.

Che cosa avete imparato dalla gestione dell’emergenza?

Abbiamo capito che la tempestività è importante: ad esempio, quando abbiamo aperto le strutture di pre-triage fuori dall’ospedale l’abbiamo fatto in emergenza, ancora 24 ore e forse saremmo stati travolti. Così non è stato. Adesso in 6 ore queste strutture sono riattivabili. E poi ci siamo resi conto che l’organizzazione deve essere a disposizione della cura, e la cura deve usare al meglio le risorse a sua disposizione. Infine, sono saltati i confini tradizionali tra le varie specializzazioni: tra internisti, infettivologi e via discorrendo. Abbiamo capito, mettendo insieme le varie specialità, che il paziente si curava meglio: un unico punto di vista, per una condizione patologica multifattoriale e nuova come il Covid, aumentava le possibilità di errore.

Come vi state preparando al ritorno di malattie respiratorie normali?

La sintomatologia dei pazienti Covid, all’inizio, è simile alle altre malattie da raffreddamento. Dovremo capire come rispondere alla necessità di distinguerle. E quanto peserà la riapertura di asili e scuole sul numero degli asintomatici o di chi ha pochi sintomi. Anche chi avrà una normale influenza potrebbe temere di avere il Covid, e questo potrebbe aumentare l’afflusso nei pronto soccorso. Però ragionevolmente sappiamo anche che le mascherine proteggono anche da altro, oltre che dal Covid.

Le mascherine difendono anche dalle altre malattie respiratorie. Quindi ci sarà anche meno influenza?

Essendo una situazione nuova, non sappiamo quanto l’uso delle mascherine impatterà su questo, ma potrebbe esserci una diminuzione. E poi il vaccino antinfluenzale e i test precoci ci aiuteranno a bloccarla e distinguerla dal Covid: in questa fase è fondamentale che il sistema metta a disposizione la testistica necessaria e si proceda all’ampliamento della platea di popolazione da vaccinare contro l’influenza stagionale, lo pneumococco, ecc.

Come si vive nell’ospedale questa situazione di attesa, mentre crescono i contagi ma non aumentano morti e terapie intensive? Siete pronti al peggio?

Si vive una condizione di attesa vigile e pronta, clinicamente e organizzativamente. Noi speriamo di no, ma nessuno può stimare se arrivi o no un’altra ondata di contagi. Quindi tendiamo a essere pronti a qualsiasi evenienza. Però vedere cedimenti nella popolazione, seppur comprensibili, ci crea un certa preoccupazione: nessuno può o deve sentirsi a posto.

Che cosa è stato sbagliato tra i livelli nazionali e regionale che si può correggere in caso di seconda ondata?

I comitati tecnico-scientifici ci sono anche a livello regionale, in diverse Regioni. Hanno un compito di indirizzo, pongono delle possibilità di risposta. Ma se adottare quella soluzione o no è responsabilità della politica. Alcune soluzioni sono giuste per tutto il paese, altre no.

Che tipo di decisione non si può uniformare a livello nazionale?

Ad esempio, tu non puoi dire: ogni ospedale del paese deve avere il suo “Centro Covid”. In alcune zone vanno concentrati, in altre vanno distribuiti, in alcuni casi non hai tempo e risorse per realizzarli, in altri sì. Per fortuna, sui “Centri Covid”, si è arrivati a soluzioni ad hoc.

Lei parteciperà al Meeting di Rimini all’interno dell’incontro “Medicina del futuro. Stesso fine, nuovi mezzi”. Come funziona il vostro lavoro, che mantiene una forte componente empirica?

Noi non improvvisiamo: usiamo, per curare il problema di salute che ci troviamo davanti, su quel paziente concreto, la nostra cultura medica e i suoi strumenti. Da quello che facciamo, dall’esperienza, impariamo ancora. Poi, mettiamo le conoscenze in comune e alla prova del metodo scientifico in modo che diano risultati omogenei. Acquisiamo sempre più conoscenze, ma le malattie e le popolazioni cambiano nel tempo quindi quello che funzionava 10-20 anni fa ora può essere inadeguato. Dobbiamo continuare a studiare, ricercare e condividere. L’esposizione dei professionisti, medici, infermieri, operatori sociosanitari a pazienti completamente nuovi e con quadri nosologici non definiti ha obbligato tutti a porsi di fronte al bisogno di sostenersi e correggersi. Nessuno ha potuto avere cura dei pazienti indipendentemente dal collega, che fosse più o meno esperto, ospedaliero o universitario, medico o infermiere. Ognuno ha imparato da tutto e tutti e l’impegno con la realtà ha prevalso sugli schemi standard. Non ne è nato un modello ma un modo di guardare al paziente e tra colleghi teso allo scopo della cura.

Come ha cambiato il vostro lavoro il Covid? Qual è la sanità che verrà?

Il Covid ha dato una spinta enorme alla messa in comune delle conoscenze, con uno strappo al metodo per cui una serie di risultati non ancora sottoposti a validazioni esterne non sono messi a disposizione degli altri. Ma è stato fondamentale: in quella circostanze, che non sono quelle normali, è necessario che tutta la conoscenza, anche quella non validata, venga messa in comune. Ma al di là della situazione d’emergenza, il Covid ha fatto aumentare la messa in comune della conoscenza, e questo aspetto spero che rimanga. Un cambiamento è avvenuto. Improvvisamente, strumenti prima utilizzati solo sperimentalmente e sporadicamente sono entrati nella routine per seguire gli assistiti in lockdown: telemedicina, teleconsulto, telerefertazione. Nel Paese migliaia e migliaia di pazienti sono stati seguiti con modalità (per l’Italia) innovative, e nuove e misconosciute fragilità sono emerse.

(Lucio Valentini)

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