SECONDA ONDATA COVID-19?/ Sirchia: troppe task force, ecco come farsi trovare pronti

- int. Girolamo Sirchia

Si teme una seconda ondata. Per fronteggiarla bisogna evitare gli errori già fatti. Meno comitati improvvisati, meglio ripristinare il Cdc, abolito nel 2012

domenico arcuri
Domenico Arcuri (LaPresse)

Due allarmi in poche ore. Il primo è arrivato dagli Usa, per bocca dell’epidemiologo Anthony Fauci, principale consulente della Casa Bianca, che intervenendo con un videomessaggio a una conferenza della Biotechnology Innovation Organization, ha dichiarato. “La pandemia di Covid-19 in quattro mesi ha devastato il mondo intero e non è ancora finita”. Poche ore dopo, la notizia che, su iniziativa danese, una lettera di 5 pagine firmata anche dalla cancelliera tedesca Angela Merkel e dal presidente francese Emmanuel  Macron è stata recapitata alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nella quale si sostiene come la dinamica del coronavirus “sollevi dubbi su quanto l’Ue fosse preparata alla pandemia e sottolinea la necessità di un approccio europeo comune” in modo che il continente “arrivi preparato a una seconda ondata del virus e a future crisi da pandemia”. Insomma, dobbiamo davvero aspettarci una nuova ondata del Covid? E quanto siamo preparati ad affrontarla? Quali errori dovremmo evitare? Che nuovi strumenti vanno messi in campo? Ne abbiamo parlato con Girolamo Sirchia, medico ed ex ministro tecnico della Salute nel secondo Governo Berlusconi, che si trovò a fronteggiare la Sars. La sua ricetta? “Non si può cincischiare o improvvisare, come fatto finora; bisogna ripristinare il Cdc (Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie); occorre tornare a investire nella sanità e sulla medicina del territorio; va migliorata la risk communication per non creare allarmismo nella popolazione, fornendo indicazioni chiare”.

Per l’epidemiologo americano Anthony Fauci “le future infezioni sono inevitabili” e bisogna prepararsi alla seconda ondata. Ci sono segnali in tal senso?

Noi sappiamo che periodicamente l’umanità deve contrastare un’epidemia grave e pericolosa, fin dalla spagnola è così. Nessuno sa esattamente cosa accadrà, anche nel futuro vicino, perché si ragiona per modelli e per esperienze passate, che non necessariamente si ripetono nello stesso modo e nella stessa forma. E non sempre le previsioni, in questo campo, si azzeccano: la prestigiosa Imperial College ha elaborato modelli matematici che ultimamente hanno miseramente fallito.

Anche Merkel e Macron hanno sottoscritto una lettera di 5 pagine indirizzata alla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, invitandola a fare il possibile perché la Ue si faccia trovare pronta a una seconda ondata. Che cosa sarebbe opportuno fare per prevenirla?

In caso di arrivo di una seconda ondata o di una nuova epidemia, è necessario ripristinare quanto prima, come da moltissime fonti è stato raccomandato, il Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie.

Con quali compiti?

E’ di fatto un gruppo di lavoro perpetuo, formato da epidemiologi e non solo, che restando in contatto con una rete di epidemiologici di ogni nazione, valuta di volta in volta le epidemie che compaiono nel mondo e i rischi connessi, attivando valutazioni di rischio e piani di contrasto, non solo sanitari, proporzionali alle varie fasce di rischio.

E’ il modello del Cdc americano?

Esattamente. In Italia lo avevamo istituito per la Sars nel 2004 presso il ministero della Salute e agiva in collaborazione con le forze armate, la polizia, i prefetti, la Protezione civile, la Croce Rossa. Poi nel 2012 è stato smantellato. E proprio questo Centro è mancato nell’affrontare l’emergenza coronavirus.

Perché è stato smantellato?

Non è stato più finanziato, Invece la prima mossa da fare è ricostituirlo, perché garantisce un monitoraggio continuo molto prezioso ed efficace per non trovarsi improvvisamente nella bufera senza sapere che fare, senza un piano.

Quello che è successo?

Senza un piano ci si trova perduti, paralizzati, si lavora male, si commettono errori, si subiscono pesanti conseguenze, come abbiamo visto. Poi, arrabbiarsi per quel che è accaduto, lamentarsi degli errori, incolpare altri non serve: bisogna essere pronti a monte per mitigare i danni.

Per fronteggiare l’emergenza il governo ha comunque predisposto subito comitati e task force…

Sì, ma i comitati vanno costituiti da persone che sanno fronteggiare la situazione, altrimenti non servono a nulla. Meno provincialismo, meno mediocrità politica e più competenze, buon senso e serietà: così dovrebbe essere formato un Cdc, cui spetta il compito di pensare tutto quello che serve prima che arrivi la sventura, individuando la logistica e l’organizzazione.

In che senso?

Deve far sì che si possa sempre disporre di tutto quello che serve per contrastare l’epidemia, dalle mascherine ai ventilatori. Ma non solo.

Che cosa potrebbe fare in più?

Una cosa che in questa emergenza è mancata: coinvolgere le forze armate per le unità mobili di trattamento. Se vicino a un centro di malattie infettive, si monta un ospedale da campo con posti letto in più, si evita che la gente sia costretta all’ospedalizzazione con il rischio di contagiare altre persone. Quello che poi è purtroppo accaduto. I militari sono preparati per risolvere problemi gravissimi e di intensità molto forte. Davanti a un’epidemia non si possono improvvisare le risposte. E’ questione di preparadness, per la quale servono gli investimenti.

A proposito, perché non si investe in prevenzione e preparazione?

A mia volta mi domando: non è che questi mancati investimenti fanno parte di quella folle impostazione data all’Italia e all’Europa in cui l’unica cosa da fare era ed è tagliare la sanità perché sono soldi sprecati?

La sua risposta?

Purtroppo è il messaggio che ci siamo sentiti ripetere per decenni: i geni dell’economia e dei conti pubblici pensavano solo a tagliare, anche senza buon senso. Così ci siamo trovati in una situazione demenziale.

In Svezia esiste un’agenzia Ue che si chiama proprio Centro europeo per la prevenzione e il controllo della malattia (Ecdc). Dovrebbe essere il pilastro della prevenzione, il suo compito sarebbe quello di stabilire dei protocolli comuni, la gestione unitaria della crisi. Perché non è successo? Perché – come scrivono Merkel e Macron nella loro lettera alla von der Leyen – l’Europa ha risposto “in modo caotico”?

L’Ecdc non ha funzionato perché non è gestito da gente competente, è un carrozzone di quelli che piacciono tanto a Bruxelles. Così come l’Oms, un altro carrozzone che ha fatto delle figure penose, cambiando di continuo idea. Una frana. Bisogna avere il coraggio di cambiare. Non è solo l’Italia che ha fatto errori, anche l’Europa ne ha commessi.

Come giudica le scelte del governo adottate per fronteggiare l’emergenza coronavirus?

Lo ripeto: quando uno si trova improvvisamente nel mezzo della bufera, senza pensarci prima, fa quello che può. Il rischio, poi, va misurato e comunicato alla popolazione e al personale sanitario.

E non è stato fatto?

No, la comunicazione è stata un disastro, ogni giorno cambiavano le disposizioni. Un caos. Ma la risk communication è una scienza, non è marketing aziendale o improvvisazione. Aiuta a non spaventare la popolazione, indirizzandola invece a fare le cose giuste. Ma richiede credibilità, autorevolezza. Purtroppo un governo autorevole non c’è.

Ora a che punto siamo in questa emergenza?

E’ un disastro che sembra fortunatamente fermo: la spagnola è stata ben più grave e letale.

Il lockdown è stato troppo lungo?

Difficile rispondere. Comunque ha funzionato, anche se ha danneggiato l’economia. Adesso, se non dovesse esserci una recrudescenza dei contagi, mi limiterei a “forzare” la popolazione a portare mascherina e occhiali. Già così, si possono riprendere molte attività.

Ma sulle mascherine e i Dpi si sono registrate carenze, scelte controverse…

Noi abbiamo consegnato alla Cina il potere: tutti vanno a produrre là le mascherine e quant’altro perché costa poco. La globalizzazione e il criterio delle gare con il massimo ribasso sono una sventura in queste situazioni e oggi paghiamo l’imprevidenza di non aver salvato le aziende strategiche. Il Cdc di cui parlavo prima ha anche questo compito: tenere in magazzino le scorte necessarie o esercitare opzioni per la produzione di determinati quantitativi di dispositivi: lo Stato paga i produttori, i quali devono mettere a disposizione i Dpi, se richiesti, nel momento del bisogno. Non si può solo e sempre risparmiare, bisogna investire.

L’Italia farebbe bene a prendere i 37 miliardi del Mes sanitario?

No, assolutamente. Il Mes – basta leggere il trattato – è un commissariamento vero e proprio: l’Italia si metterebbe nelle mani della Ue, che decide quel che si deve fare, come e quanto si paga. Non si può recedere. Che bisogno abbiamo di tutto questo? Se dobbiamo trovare le risorse da investire nella sanità, meglio emettere Buoni del Tesoro.

A cosa dovrebbero servire queste risorse?

Ad aumentare la medicina del territorio, rendendo disponibili gli ambulatori per l’intera giornata: è il primo fronte che deve reggere di fronte a un’epidemia. Le pare possibile che si visiti la gente per telefono?

Come hanno risposto le regioni alla sfida del coronavirus?

Ogni regione ha i suoi guai.

Che cosa ci ha insegnato questa emergenza che potrebbe tornare utile per affrontare una seconda ondata?

Primo: non bisogna tagliare i fondi alla sanità, perché si paga un interesse molto salato, anche con effetti sul tessuto economico. Secondo: riattivare il Cdc. Terzo: non lasciare sguarnita la medicina del territorio. Quarto: rivedere la programmazione e la comunicazione alla popolazione. Vanno sanati tutti questi buchi.

(Marco Biscella)

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