SENTENZA RACKETE/ E migranti, così funziona una decisione politica

- int. Paolo Quercia

Una nave in mare non è luogo sicuro per gli immigrati soccorsi. Vanno portati a terra. Possibilmente in Italia. Le motivazioni della Cassazione sul caso Rackete

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Inaugurazione dell'anno giudiziario in Corte di Cassazione (LaPresse)

All’1.50 del 28 giugno 2019 entrò in porto a Lampedusa senza se e senza ma, forzando il blocco, per sbarcare in un luogo sicuro (Sea Watch 3, ha detto la Cassazione, non poteva ritenersi tale) i 43 immigrati che aveva a bordo. La motovedetta della Guardia di finanza venne speronata (solamente “messa in difficoltà” per Repubblica: non proprio una collisione, ma un “quasi scontro”).

Il giorno dopo, 29 giugno, la Procura di Agrigento contesta a Carola Rackete e Sea Watch 3 il reato di resistenza e violenza a nave da guerra, ma la gip Alessandra Vella non convalida l’arresto. E il 2 luglio la rimette in libertà. Il ricorso del procuratore capo di Agrigento, Luigi Patronaggio, viene respinto dalla Cassazione il 17 gennaio scorso. “Nessuno dovrebbe esser perseguito per aver aiutato persone in difficoltà”, twitta Rackete. La Cassazione le ha dato ragione: ieri le motivazioni.

Paolo Quercia, analista di politica estera, docente di relazioni internazionali nell’Università di Perugia, ha appena letto la sentenza n. 6626 della terza sezione penale. Un testo complesso, su cui sarà opportuno tornare in seguito per un’analisi approfondita. Nondimeno alcune impressioni si possono subito ricavare.

Quali sono le sue, professore?

Innanzitutto che il modo di argomentare e scrivere in italiano di questa Alta Corte non si presta a facili interpretazioni. A me hanno insegnato, ed io lo insegno ai miei studenti, che la chiarezza dell’espressione dipende anche dalla chiarezza delle idee, dalla bontà e forza degli argomenti, dalla corrispondenza con la realtà di quello che si sostiene.

Che cosa le sembra?

In tutta onestà, a me pare che quando ci si esprime in questo modo le cose non sono così chiare come le si vuol rappresentare. Ma è solo l’opinione di un profano che si occupa di strategia e non di diritto.

Tentiamo di entrare nel merito?

Ci provo. Ma mi lasci fare una premessa. A me la signora Rackete è simpatica. Sono contento per lei che un giudice abbia annullato il suo arresto disposto dalla Guardia di finanza. E che nello scontro tra poteri dello Stato – ricordiamo che il divieto di ingresso nelle acque italiane per la Sea Watch fu firmato da tre ministri, degli Interni, dei Trasporti e della Difesa – ed il Gip che non ha convalidato l’arresto, la Cassazione abbia confermato la scarcerazione.

Veniamo alle sue perplessità.

C’è un aspetto che mi preoccupa. La motivazione per il mancato arresto in flagranza viene costruita sull’eccezione prevista dall’art. 51 del codice penale che dice sostanzialmente che non è punibile un reato commesso nell’esercizio di un diritto. Quale sia questo “diritto” che funge da causa giustificativa di un reato, viene poi superficialmente identificato rimandando ad una serie di accordi internazionali, nessuno dei quali configura, a mio avviso, il diritto di sbarcare in un porto italiano persone raccolte in mare, fuori non solo dalla nostre acque territoriali, ma anche dalla nostra Area di ricerca e soccorso (Sar).

Mette in dubbio che ci sia il diritto/obbligo di salvare le persone in mare?

No, e nemmeno che esso comporti anche di sbarcarle da qualche parte. Ma è proprio la parte della sentenza dove appare che si concluda che vi sia un diritto a sbarcare in Italia persone raccolte fuori dalle nostre aree di competenza, che mi lascia perplesso. Qui andiamo ben oltre il caso della signora Rackete e andiamo a costruire una catena di cause-effetti a mia avviso pericolosa, che interpreta il diritto internazionale ben oltre il significato letterale dei patti che abbiamo sottoscritto. Questo apre le porte a molti possibili abusi e strumentalizzazioni.

“Si tratta di un verdetto importante per tutti gli operatori umanitari” ha twittato ieri la “capitana” Rackete. Come darle torto.

Vede? Non stiamo parlando più della vicenda processuale di Rackete ma del diritto di ogni associazione di privati di cui non sappiamo nulla, di violare le leggi e l’ordinamento italiano in mare. Ma c’è un Paese del mondo che interprete il diritto internazionale in questo senso?

Quello che non ha fatto la Corte di Strasburgo ha fatto la Corte di Cassazione. Potremmo anche dire che la Cassazione ha provveduto a “correggere” la Cedu. Che ne pensa?

Questo è il secondo aspetto che non mi torna in tutta la vicenda. Come mai nel giugno scorso la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva rigettato la richiesta di sbarco in Italia della Sea Watch prima che questa decidesse di forzare il divieto ed entrare nelle acque territoriali italiane? Certo la Cedu non si pronunciava sulla convalida dell’arresto della signora Rackete. Ma la Cassazione, nel ribadire la scarcerazione dell’imputata, usa il diritto internazionale e lo stesso concetto di place of safety in maniera differente dal tribunale di Strasburgo. Non è strano che la nostra Cassazione e la Cedu diano nei fatti interpretazioni differenti dello stesso diritto internazionale?

Ha finalmente vinto la coscienza di Antigone?

Si poteva salvare Antigone senza ledere i diritti di un Paese sovrano che non merita questi affronti. Sopratutto sul tema migratorio, dove abbiamo fatto davvero tanto. Né meritiamo che l’anarchia che si sta creando ai nostri confini marittimi diventi endemica. Non porterà nulla di buono.

(Federico Ferraù)

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