Pecorella sulla separazione delle carriere: doveva essere fatta. Bene i due CSM, non il sorteggio, ma va bene se ferma le correnti
Distinguere tra pm e giudice, separare le carriere è una questione di collocazione istituzionale. Non devono essere assimilabili. E la riforma potrebbe anche lasciare spazio a un pubblico ministero eletto dal popolo o legato in qualche maniera all’esecutivo, anche se non è assolutamente necessario che queste eventualità si verifichino.
La riforma della giustizia varata dal parlamento, spiega Gaetano Pecorella, avvocato penalista, ex parlamentare di Forza Italia e difensore di Silvio Berlusconi, andava fatta e l’unico aspetto che può lasciare qualche dubbio è il sorteggio per determinare i membri dei due CSM (uno per i pm e uno per i giudici) che la legge prevede. Se serve, però, a eliminare il potere delle correnti ben venga anche questo. Ora, però, la parola deve andare agli elettori: una decisione così importante, che cambia il volto della magistratura, ha bisogno dell’avallo del voto popolare con il referendum.
I dati ci dicono che sono molto pochi i pm che diventano giudici e viceversa, perché allora è così importante la separazione delle carriere?
Non è una questione di numeri, ma di collocazione istituzionale e di immagine. Il fatto che il pubblico ministero possa diventare giudice e il giudice pm fa sì che le posizioni istituzionali dei due soggetti, che devono essere di per sé molto distanti per lo meno quanto è distante il giudice dal difensore, siano assimilate: l’uno può fare quello che fa l’altro. Ciò che importa, invece, è che finisca questa commistione tra la posizione istituzionale del giudice e quella del pubblico ministero.
Una delle critiche che viene mossa alla riforma è che la separazione delle carriere prelude a una sottomissione del pm all’esecutivo. È così?
Al di là del mito dell’azione penale obbligatoria, in gran parte del mondo il pubblico ministero fa delle scelte politiche, per perseguire o non perseguire un certo reato. Ovunque ci sia il processo accusatorio, il pubblico ministero è un soggetto in qualche misura collegato al potere esecutivo, ma ancora meglio è un soggetto eletto dal popolo. Se il popolo è idoneo a eleggere i politici che fanno le leggi sulla criminalità, non vedo perché non debba essere idoneo a eleggere i pubblici ministeri.
Vedrebbe bene un modello americano?

Sì, direi che è inevitabile: l’articolo 111 della Costituzione che abbiamo approvato anni fa distingue il pubblico ministero come un soggetto diverso dal giudice e in quanto tale deve essere sullo stesso piano del difensore. In Francia il pubblico ministero partecipa alle riunioni del governo. Comunque, non è affatto obbligatorio passare dalla separazione delle carriere a un pubblico ministero elettivo o legato in qualche modo all’esecutivo. Questa è una mia opinione personale, anche se assolutamente convalidata da quello che accade in tutto il resto del mondo, ma non è affatto un passaggio obbligatorio.
Un’altra critica alla riforma è che questa non sia la priorità per risolvere i problemi della giustizia, che non contribuirà a velocizzare i processi. Cosa ne pensa?
La velocità della giustizia dipende prima di tutto dalle capacità del magistrato di fare bene il suo mestiere. Ora, è chiaro che tanto aumenta la specializzazione, tanto cresce anche la capacità del magistrato di essere rapido e di fare bene il proprio mestiere. Già questa sarebbe una buona ragione per sostenere la riforma, per avere un pubblico ministero che conosce le tecniche investigative e di interrogatorio che il giudice non è tenuto a conoscere. La riforma è una potenziale accelerazione della specializzazione. Come in tutti i settori dell’economia e della società, il soggetto specializzato è più rapido e più bravo di chi sino al giorno prima faceva un altro mestiere.
La riforma prevede due CSM, uno per i pm e l’altro per i giudici, ma un’alta corte disciplinare per tutti. C’è una contraddizione in questo?
L’organo disciplinare è molto opportuno che sia distinto dall’organo di autogoverno. È accaduto che anche i gruppi disciplinari fossero condizionati dall’appartenenza. La corte disciplinare è l’unico organo che giudica, non può che esserlo di tutta la magistratura.
Nei CSM ci saranno componenti estratti a sorte per evitare il peso delle correnti e della politicizzazione. Non era meglio trovare alternative a questo meccanismo?
I due CSM sono la conseguenza naturale del fatto che ci siano due corpi separati istituzionalmente, organizzati in modo diverso e con finalità differenti. Non avrebbe senso lasciare un unico organo di governo, sarebbe contraddittorio. L’unico punto su cui personalmente ho delle riserve è il meccanismo di composizione del CSM: dubito sempre che la provvidenza scelga i migliori attraverso l’estrazione a sorte. Ma se si deve dare un colpo definitivo al sistema in cui le correnti – legate a sistemi politici o addirittura a singoli uomini politici – governano la magistratura, allora è bene cominciare anche con una soluzione radicale.
Secondo alcuni la riforma, pur essendo costituzionale, è stata approvata senza un vero dibattito, senza un vero confronto con l’opposizione. È vero?
Non credo si possa dire che non ci sia stato dibattito sulla separazione delle carriere. Il confronto parlamentare è stato preceduto da un dibattito di anni e anni all’interno del Paese, con posizioni politiche molto chiare. Sicuramente il tema è stato dibattuto a sufficienza, visto il tempo che c’è voluto per passare quattro volte in Parlamento. È stato esaminato e approfondito in sede di Commissione. Poi in sede assembleare il dibattito a volte assolve a una funzione esterna, di trasmettere le diverse posizioni politiche. Ma il dibattito tecnico avviene in Commissione.
(Paolo Rossetti)
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