SERGIO ZAVOLI E LA COMMOZIONE DI BONISOLI/ Un seme e il frutto della riconciliazione

- Angelo Picariello

La scomparsa di Sergio Zavoli (1923-2020) è l’occasione per riannodare molte storie che hanno segnato 40 anni di storia italiana

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Sergio Zavoli durante un intervento al Senato, nel 2015 (LaPresse)

“Io scrivo a voi, uomini delle Brigate Rosse…”. Quella parola, “uomini”, usata da Paolo VI all’inizio di una celebre lettera, aprì uno spiraglio nel cuore dei carcerieri. Certo, non fu sufficiente a cambiare il corso degli eventi: “Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo uomo buono, mite, saggio innocente ed amico…”, disse ancora una volta Montini, ormai verso gli ultimi giorni della sua vita, al rito funebre celebrato dopo quella morte che ha segnato in modo indelebile la nostra storia. Ma la strada era quella. L’unica possibile, per risvegliare dalle loro pretese visioni, uomini, appunto, che nell’illusione di accelerare l’avvento della giustizia universale avevano finito per compiere la più grande delle ingiustizie possibili: togliere la vita a chi individuavano come ostacolo al loro piano rivoluzionario.

Sarà poi Sergio Zavoli, un giornalista che come pochi ha saputo cogliere e spesso anticipare i segni dei tempi, a riprendere in mano il testimone dell’inascoltato appello di Paolo VI. Lo fece con La notte della Repubblica, uno straordinario ciclo di trasmissioni, molto coraggioso, perché c’era ancora, al tempo, chi era disposto a sparare in nome di un’idea rivoluzionaria, in anni in cui, con la caduta del Muro di Berlino, questa stava perdendo ad uno ad uno i suoi riferimenti o pretesti. Ebbene, lui decise di incontrarli, i terroristi, ormai ex, di guardarli in faccia e di consentire a tutti noi di poterlo fare.

Due mesi fa Franco Bonisoli mi chiese i contatti di Sergio Zavoli, che riuscii a procurargli facilmente essendo stato, fra l’altro, anche collaboratore del mio giornale, Avvenire. I due hanno fatto in tempo a risentirsi. Per Zavoli, ormai già piegato dalla malattia, deve essere stato un piccolo conforto risentirlo. Proprio Bonisoli fu protagonista, infatti, di una delle interviste più significative di quel ciclo. Alle domande incalzanti di Zavoli, che lo portarono con crudezza a fare i conti con il dolore per le persone uccise, Franco chiese a un certo punto di interrompere le riprese, sopraffatto dall’emozione. Non fu l’unico caso, il suo, e questi episodi contribuirono moltissimo a umanizzare nell’immaginario collettivo quelli che per definizione erano stati considerati, fino allora, solo come efferati criminali.

A Sette storie, la bella trasmissione di Monica Maggioni, interamente dedicata, mercoledì, al ricordo di Zavoli, ho rivisto quell’intervista, e pure se l’avevo riguardata tante volte in rete mi ha fatto un grande effetto, e mi ha fatto tanto riflettere. Ho avuto il privilegio, nel 2013 (eravamo a 35 anni dal rapimento dello statista e dall’eccidio della sua scorta) di accompagnare Franco Bonisoli in via Fani, in un pellegrinaggio che doveva restare segreto, nel luogo in cui partecipò all’agguato, per deporre una pianta di azalea davanti all’immagine delle vittime, che poi lui mi ha autorizzato non solo a raccontare, ma addirittura a far diventare il titolo del mio libro sulla riconciliazione dopo la lotta armata.

Ho avuto il privilegio quel giorno di essere stato l’unico testimone di un atto così pieno di significato per la nostra storia. Un episodio che accanto a tanti altri segna il riscatto postumo, paradossalmente, di chi in quella strada fu rapito ed ucciso. Non il riscatto delle loro vite, naturalmente, che nessuno ha potuto restituire ai loro cari, ma sicuramente degli ideali per i quali hanno speso le loro vite, pagando con la vita stessa. Non c’è politico italiano che più di Moro abbia perseguito il dialogo, la giustizia sociale, specie nel campo dell’istruzione, che fu la sua priorità assoluta, basti solo pensare all’introduzione dell’educazione civica (da lui voluta da ministro della Pubblica istruzione) e alla straordinaria idea di dar vita alla trasmissione Non è mai troppo tardi che attraverso il celebre maestro Manzi consentì l’alfabetizzazione di milioni di italiani. Da docente volle bene ai suoi allievi in università e conservò negli anni un’attenzione particolare verso Cl, arrivando a dare stabilmente, senza nulla chiedere in cambio, anche un contributo mensile come segno di stima e partecipazione per la vita del movimento.

Ma soprattutto Moro era stato quello della rieducazione del condannato inserita in Costituzione, della pena che non può essere contraria al senso di umanità. Moro ai suoi allievi mostrava anche dei dubbi sulla costituzionalità dell’ergastolo, che potevano essere superati solo da una gestione “elastica” dello stesso, non preclusiva, quindi, di una nuova opportunità per i condannati.

E quindi se questa è stata concessa a chi – come Bonisoli – si è pienamente ravveduto, non si tratta di un oltraggio alla memoria di Moro e delle vittime, ma viceversa è la piena realizzazione del suo pensiero, mutuato dal Vangelo e dalle culture giuridiche più illuminate. Perché, come ha capito bene anche Indro Montanelli che certo non può essere associabile a un’idea di “perdonismo”, il recupero oltre che giusto finisce per essere anche “conveniente”, apprezzabile da tutti. Tanto che lui, Montanelli, non ha negato il perdono a Bonisoli, che era stato un protagonista della sua gambizzazione, ma poi – mi ha raccontato Franco – quando lui mise in piedi un’iniziativa per favorire il recupero dei detenuti, il grande giornalista volle persino – senza fare pubblicità alla cosa – dargli un suo personale contributo.

Mi sono molto interrogato, in questi anni, sul raro privilegio che ho avuto, e sto avendo, di poter raccontare queste belle storie di riscatto. Storie dure, drammatiche, in grado però di aprire il cuore alla speranza. Il mio sicuramente, con un senso di gratitudine che si fa strada, in me, per aver avuto nella vita dei buoni maestri che mi hanno insegnato per tempo che la vita uno se la gioca giorno per giorno, senza inseguire assurdamente un futuro di giustizia che poi, siccome non arriva mai, ti può far cadere nella scorciatoia disperata della violenza. Non conta se siano uno o cento questi casi di riconciliazione e sincero ravvedimento. Come dice Agnese Moro, queste storie dicono a tutti che andare “oltre” è un cammino possibile, difficile ma edificante, e ognuno – se vuole – può sperimentare la sua strada per compierlo a sua volta.    

Ecco, ripensando a Sergio Zavoli, io ho più chiaro a chi dire grazie se questo cammino, che tante volte avevo auspicato – anni fa – parlando separatamente sia con Franco che con Agnese, è diventato possibile. Viviamo un momento di grande crisi del giornalismo politico, capita sovente che quattro o cinque colleghi si mettano d’accordo per accreditare una pista, un’ipotesi, un retroscena e invece di curare le verifica della pista stessa, si curano solo di spalleggiarsi l’un l’altro, di modo da far sembrare vero quello che invece è tutto da dimostrare, non di rado assolutamente inventato. Questo tipo di giornalismo, sovente, si trasforma in spazzatura nel giro di 48 ore, quando l’illazione da accreditare è già diventata un’altra, e poi un’altra e un’altra e un’altra ancora.

Il giornalismo di Sergio Zavoli, invece, con il passare degli anni, acquista valore sempre maggiore, sia che si tratti delle interviste impossibili dalla clausura, o ai gregari del ciclismo – inseguiti, va detto, con un certo cinismo, in moto, nel pieno della loro foga agonistica – sia che si tratti di esponenti della lotta armata e dei familiari delle vittime.

Dopo tanti anni da quel “uomini delle Brigate rosse” di Paolo VI rimasto inascoltato ho capito che a me è toccato il compito più bello e più facile (pur sempre delicato) della raccolta, o – se volete – della mietitura. Di mezzo ci sono stati in tanti, cappellani coraggiosi delle carceri come don Salvatore Bussu e don Luigi Melesi, preghiere dei fedeli toccanti come quella di Giovanni Bachelet ai funerali del padre, c’è stata l’opera incessante nelle carceri di padre Adolfo Bachelet e suor Teresilla Barillà, del cardinale Martini e di Alberto Garocchio, un lavoro coraggioso per la pacificazione portato avanti per anni, da tanti, in silenzio. Ma il seme è quello piantato con coraggio e lungimiranza proprio da Zavoli. Che ha capito con grande anticipo l’importanza del guardarsi negli occhi in una dimensione – la politica e l’ideologia – in cui i progetti rivoluzionari, i “complotti” e l’odio per l’avversario la fanno da padroni.

Una storia bella ma ancora poco raccontata, in un Paese che mai come in questo momento ha bisogno di riconciliazione, fra visioni politiche diverse, fra territori, istituzioni e classi sociali troppo spesso in contrapposizione. Sembra un inutile sermone, quello che ripete in continuazione il nostro presidente Sergio Mattarella. Ma siamo finiti dentro a una vicenda così difficile e irta di incognite che solo a restare uniti c’è la speranza di potercela fare, come italiani. 

Quando mi ha ricevuto al Quirinale, per fargli dono della seconda edizione del mio Un’azalea in via Fani, a un certo punto il presidente mi ha chiesto quanto lavoro fosse servito per raccogliere tante testimonianze. Neanche tanto, in realtà. Perché tante cose già si sapevano, ma erano rimaste in secondo piano perché – gli ho risposto – abbiamo perso di vista che i fatti che cambiano la storia sono gli stessi che cambiano il cuore dell’uomo. E così ci siamo messi a rincorrere complotti e misteri sempre nuovi e sempre irrisolti. Compito serio, la ricerca della verità, naturalmente. Purché non serva a buttare la colpa sempre sugli altri per tirarci fuori noi. Mentre guardare le persone in faccia e ascoltarle è una modalità che interroga ciascuno di noi. Come Zavoli aveva capito benissimo.

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