SFOOTING/ Slice, demi-volée, topspin: il tennis e l’Abc criptico dell’Atp

- Comic Astri

Le Atp Finals di Torino hanno riportato sotto i riflettori il grande tennis. Con il suo astruso vocabolario. Da “ace sporco” a “fallo di piede”, da “lift” a “love”

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Alexander Zverev ha vinto le Atp Finals 2021 (Foto LaPresse)

E così, zitta zitta, quatta quatta, anche l’uggia di novembre sta scivolando via, quasi neanche ce ne accorgessimo. Anzi, tra poco più di una settimana, la penombra lascerà posto alla luce, nell’attesa della nascita di Cristo la Tigre. Che non è, come taluni di voi sospetteranno, simpatici e incrollabili lettorastri (amici lettori dei ComicAstri) una mera citazione gucciniana (“Canzone dei 12 mesi”), bensì un passaggio, forte e al contempo poetico, di Gerontion, lirica del grande Thomas Stearns Eliot (“Assassinio nella cattedrale”, “Terra desolata”, “Cori della Rocca” e quant’altro).

Data alla cultura il proprio tanto doveroso quanto non scontato spazio (avercene, di incipit così!), veniamo alle nostre amenità, terreno su cui ci muoviamo più a nostro agio.

Una settimana novembrina, quella testé trascorsa, dominata dalle preoccupazioni sulle sorti della nostra Nazionale di calcio in vista dei Mondiali 2022 in Qatar. Essendo, però, i sorteggi nel prossimo weekend e i conseguenti playoff a primavera inoltrata, ci siamo buttati, tanto per allontanare l’idea di una disfatta, su quel che passa il convento: e le Atp Finals sembravano proprio fare al caso nostro. A partire proprio dal ritrovato orgoglio azzurro, che vede ben due italiani occupare le parti alte della classifica, in un torneo dove la crema della racchetta (un dolce al cucchiaio che si mangia… in coppa: quella che si aggiudica il vincitore) si è ritrovata a Torino: roba da leccarsi i baffi, ad averceli!

Il fatto di non averli, ma soprattutto di non essere esperti di tennis, ci ha così orientato verso qualche riflessione fuori campo, che vorremmo condividere.

Innanzitutto, spiace dirlo, ma l’evoluzione della disciplina, con i due contendenti che si scambiano pallettate alla velocità della luce, fa subito capire, in maniera evidente (e lancinante) come questo sia l’unico sport al mondo che, oltre a logorare i praticanti (il nostro Berrettini ne sa qualcosa), nuoce alla salute di chi lo guarda (quanto meno dal vivo). Non si contano più, infatti, tra gli spettatori presenti ai tornei di tutto il mondo, le contratture muscolari e i disturbi a carico della colonna vertebrale. Il volgare torcicollo che attanaglia il pubblico per i continui e sempre più bruschi e repentini spostamenti del capo, da una parte all’altra, cui è costretto per ore nell’ardua impresa di seguire le traiettorie della pallina scagliata a mo’ di flipper, non giova alla popolarità di uno sport che – lo diciamo sottovoce, non vorremmo offendere nessuno – forse è più bello praticare che vedere.

La riprova? Anche per chi sta a casa in poltrona, e vuole godersi una partita in tv, son dolori. Uno vuole imparare l’abc dell’Atp? Prego s’accomodi sul lettino dello psicanalista! I termini tecnici sono così tali e tanti che “il naufragar c’è poco dolce in questo mare” e il linguaggio con il quale i commentatori “aiutano” a comprendere meglio il gesto tecnico è così criptico che potrebbe essere equiparato a quello di un film turco (di quelli da cineforum anni ’70-’80) con sottotitoli in ungherese.
Se un’ace molti tra noi hanno imparato cos’è, già l’ace sporco non può non dare adito al pensiero di un errore nel candeggio.

Vogliamo poi mettere il fallo di piede? È forse una strana protuberanza che emerge da uno dei due arti inferiori del tennista? O è un perentorio invito a colpire la pallina con una parte bassa del corpo che non sia la racchetta?

E perché mai il termine love sta a indicare il “punteggio zero”? Forse perché si chiede di voler comunque bene a un avversario cui non si è regalato neanche un punticino?
E poi si va, come seguendo un martellante scambio da fondo campo, dallo slice (fetta, in inglese), con vaga allusione ai gustosi insaccati che fanno bella mostra nelle non inusuali ore felici (happy hours) che fanno da gastronomico contorno ai match di giornata, al lift (è un omaggio all’addetto all’ascensore degli alberghi di lusso che frequentano i giocatori?), dal topspin (che sarà mai, una razza canina addestrata a riportare le palline e perciò a coadiuvare i raccattapalle? O ancor meglio una sorta di nuova divisa nude look per giocatrici osè?) alla demi-voleè (che sembra un’alternativa al demi-sec o all’extra-brut, del tipo: spumante o champagne?, da accompagnarsi rigorosamente alle slice di cui sopra), dal tie-break (che a Wimbledon potrebbero tranquillamente rinominare tea-break), all’over rule (oltre le regole, a indicare la spregiudicatezza, sotto pressione, ma anche fuori dal campo e dentro… per “quei” momenti in cui diventa lecito levarsi persino il topspin!).

Infine, gli arbitri. Il giudice di linea è uno che sulle decisioni tira sempre dritto? Il giudice di rete è uno che vede la partita su internet? E il giudice di sedia è solo un artigiano brianzolo esperto nel fare mobili?

Perciò, prima di venire accusati di fumare troppa erba (non certo quella dei terreni in sintetico), prima di addentrarci in qualche (terra) battuta di troppo, prima che sopraggiunga il gomito del tennista (per lo meno a noi, over 50), salutiamoci con uno smash: fermo restando che, alla nostra veneranda età, l’unica cosa che siamo abituati a “schiacciare” è la più classica delle penniche quotidiane!

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