SHTISEL/ La serie (finora) più bella del 2021 con la strategia vincente di Netflix

- Antonio Napoli

Shtisel è senza alcun dubbio, a oggi, la serie più bella del 2021, e conferma una strategia di successo di Netflix, che dà voce a piccole realtà locali

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Shtisel, la serie trasmessa da Neftlix

Shtisel è senza alcun dubbio, a oggi, la serie più bella del 2021, la più delicata, divertente, ironica e romantica. Un inno alla vita semplice, quella fedele a regole che sembrano fuori dal tempo. Ma anche ragionevolmente aperta alle novità, quando queste sembrano davvero utili. La serie tv israeliana è la conferma – se mai ve ne fosse bisogno – di una strategia di successo, quella di Netflix, che riesce a essere allo stesso tempo un potente strumento in grado di dare voce anche alle piccole realtà locali e la più globale delle piattaforme di contenuti.

La terza stagione di Shtisel – disponibile in Italia dal 25 marzo – sta raccogliendo un successo superiore alle aspettative. Hanno fatto da traino sicuramente il risultato ottenuto lo scorso anno da Unorthodox e i riconoscimenti dati alla protagonista Shira Haas, che in Shtisel interpreta la nipote del rabbino, Ruchama Weiss.

La serie è ambientata nel quartiere Geula di Gerusalemme, interamente abitato da ebrei ultra-ortodossi haredim. La famiglia del rabbino Shulem Shtisel conduce la sua esistenza cercando di rispettare le regole ferree e i precetti della Torah. Ma le sollecitazioni che arrivano dal mondo esterno – la televisione, il telefono cellulare, l’automobile, la galleria d’arte – inducono a una continua ed estenuante mediazione con i propri principi.

La storia ruota intorno alle vicende sentimentali del figlio più giovane, Akiva, che scopre di avere un talento innato per la pittura figurativa, l’unico modo attraverso cui riesce a esprimere i propri sentimenti. Il problema è però molto serio, perché gli ebrei ordodossi proibiscono la raffigurazione di ogni tipo di immagine, non solo di quelle sacre, e il giovane Akiva è proprio uno straordinario ritrattista.

Il continuo confronto/scontro tra le rigide regole della comunità e l’inevitabile bisogno di accettare qualche compromesso (a cui il rabbino padre cerca di dare sempre una parvenza di legittimità) genera spesso situazioni al limite della comicità e aiutano a creare intorno alla famiglia affetto e simpatia. L’intera storia è avvolta in un’atmosfera dove domina una sottile ironia di fondo, che diverte senza mai sfociare nell’offensivo. Al punto che in Israele Shtisel è stata accolta con unanime giudizio positivo, comunità ortodosse comprese.

Il tema dominante è la centralità della famiglia nella cultura religiosa della comunità. I membri più autorevoli dedicano molto tempo alla creazione di nuove famiglie costruite su sani principi ma che non possono contemplare la possibilità che i giovani si innamorino da soli. La vita tra uomini e donne – dopo i tre anni – è rigidamente separata. Per questo motivo gli incontri tra giovani in età di matrimonio sono regolati da “sensali”, veri e propri mediatori, che organizzano appuntamenti, sempre in luoghi pubblici come le hall degli alberghi, che si svolgono sotto il diretto controllo dei genitori.

L’altro aspetto che ricorre come collante della comunità è il cibo, rigidamente kosher. Il cibo di tutti i giorni, il cibo delle feste religiose comandate, il cibo delle feste di fidanzamento e di matrimonio. Insomma, un popolo che è totalmente immerso nella sua tradizione e che trova nel cibo il più forte elemento di identità. Ma anche il cibo è preparato dalle donne (addirittura Giti, la sorella di Akiva, decide di aprire un ristorante tradizionale nel cuore del quartiere) rivelando una realtà diversa dalle apparenze – quella di una società governata solo da uomini – dove le donne in fin dei conti “comandano” molto di più. Sono loro a decidere chi i propri figli devono sposare, sono loro che lavorano e portano a casa qualche soldo, mentre i mariti e i figli studiano nelle yeshivà, sono loro che cucinano e mandano avanti la famiglia, anche a costo di vite faticose e di duro sacrificio.

La serie è girata interamente in lingua originale yiddish e, grazie alla sottotitolatura, ciò consente di apprezzare ancora di più il suono di una lingua arcaica e l’originalità della sceneggiatura. Il cast è di altissimo livello: il rabbino Shulem è interpretato da Dov Glickman, uno degli attori israeliani più importanti. Straordinaria anche in questa occasione l’interpretazione della giovanissima Shira Haas, nei panni della piccola Ruchama, che è pronta a rischiare la vita pur di riuscire a diventare mamma. Importanti riconoscimenti sono andati anche al giovane attore Michael Aloni che interpreta Akiva.

Una segnalazione finale merita la colonna sonora, di particolare bellezza ed efficacia, realizzata dal musicista israeliano Avi Belleli. Forse sono proprie le sue melodie che fanno da sottofondo – e che si ritrovano completamente integrate con le canzoni religiose che accompagnano tutti i momenti più importanti della vita della comunità – a mettere chi guarda Shtisel nello stato d’animo giusto per passare rapidamente da situazioni comiche a momenti di struggente drammaticità, dal sorriso alla commozione.

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