SILVIA ROMANO/ Capuozzo: la sua ingenuità è l’arma preferita di terroristi e governi

- int. Toni Capuozzo

La liberazione di Silvia Romano mette l’Italia in ginocchio davanti alla Turchia che ha portato in porto l’operazione

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Silvia Romano poche ore dopo il rientro in Italia (Foto LaPresse)

Dopo la liberazione di Silvia Romano, a qualcuno più in là negli anni sarà venuto in mente il caso di Patricia Hearst, che negli anni 70 fece scalpore in tutto il mondo. Ereditiera di una delle famiglie più ricche d’America, venne rapita a 19 anni dalla sua camera nel campus universitario di Berkeley da membri dell’Esercito di Liberazione Simbionese, un gruppo terroristico della sinistra radicale. Fu chiesto un riscatto di 400 milioni di dollari da distribuire alle famiglie più bisognose di Oakland, che venne pagato, ma qualche giorno dopo arrivò una registrazione della ragazza che diceva: “Mi è stata data la scelta di essere rilasciata in una zona sicura o di unirmi alle forze dell’Esercito di Liberazione Simbionese per la mia libertà e la libertà di tutti i popoli oppressi. Ho scelto di restare e di lottare”. Un mese dopo circa venne filmata con un mitra in mano mentre con i suoi compagni rapinava una banca, in un assalto in cui rimase ucciso un uomo. Nessuno naturalmente vuole paragonare Silvia Romano a Patricia Hearst (nel cui processo si parlò di manipolazioni psicologiche da parte dei terroristi), ma, come afferma l’inviato di guerra ed esperto di geopolitica Toni Capuozzo, “bisogna sapere chi sono i terroristi che l’hanno tenuta prigioniera per capire i motivi della sua conversione all’islam e dell’enorme spot pubblicitario che la ragazza ha fatto presentandosi a Ciampino in vesti islamiche”. Una ragazzina sprovveduta sin da quando si recò in Africa, aggiunge Capuozzo, che “ha visto solo una faccia di quello che è in realtà al-Shabaab”.

Sappiamo che a portare a termine la liberazione di Silvia Romano sono stati i servizi segreti del Qatar e soprattutto della Turchia. La Turchia di Erdogan è un paese in continua espansione, il Qatar è da sempre accusato di sostenere i gruppi fondamentalisti islamici: che ruolo giocano i due paesi in Somalia?

Che il Qatar sostenga finanziariamente i gruppi islamisti in Somalia non ne abbiamo le prove, certo è che il paese ha una lunga storia di collaborazione e sostegno anche nei confronti dell’Isis. Bisogna tener conto che in Somalia al-Shabaab è uno dei pochi gruppi rimasti  legati ad al Qaeda, fortemente in concorrenza con l’Isis. In queste ore, infatti, su vari siti islamisti frequentati da cani sciolti hanno festeggiato la conversione di Silvia Romano, mentre l’Isis non ha detto nulla, perché è un’operazione di al Qaeda. Che in questo momento sta recuperando terreno dopo la sconfitta dell’Isis.

Il modo in cui è arrivata a Ciampino ha suscitato molte polemiche…

Per al Qaeda la cerimonia di Ciampino è stata un successone, non solo perché ha ottenuto i soldi, che sono la cosa meno importante dal momento che non hanno certo bisogno di finanziamenti, ma per la visibilità enorme di quel che si è visto: una persona sequestrata che ritorna convertita e felice.

Un grande spot pubblicitario, come dire: vedete che con noi la gente non viene maltrattata, anzi vuol diventare come noi?

È stata un’immagine che non si vedeva neanche nei filmini propagandistici dell’Unione Sovietica ai tempi dei piani quinquennali, uno spot per loro fantastico.

Si diceva prima della presenza turca in Somalia. In cosa consiste?

In Somalia la Turchia conta il più grande distaccamento militare fuori del territorio nazionale, un contingente numeroso che ha la logistica, l’intelligence e tutto il resto. Quello di cui non si parla in queste ore è che sono stati liberati anche dei capi di al-Shabaab.

Ma cosa è esattamente al-Shabaab?

E’ un’organizzazione che per certi versi assomiglia ad Hamas.

In che senso?

Hamas è un’organizzazione di sanguinari, ma distribuisce aiuti alimentari alle famiglie, gestisce il welfare. Stessa cosa fa al-Shabaab: la loro forza, rispetto alla classe dirigente di Mogadiscio che è mantenuta dalla comunità internazionale e ha un comportamento di tipo mafioso, corrotto, è che si mostrano come dei duri e puri. Terroristi sì, ma sostenitori dei più poveri. Questo può spiegare la fascinazione subita dalla Romano, una persona un po’ sprovveduta sin da quando è partita. Ci vuole una certa competenza e una Ong seria non l’avrebbe mandata e lasciata allo sbaraglio. Le associazioni serie mandano figure con competenze professionali: ad esempio, quando mandano un medico, questi cerca di addestrare un medico locale affinché poi possa prendere il suo posto.

Quando si aiuta qualcuno si cerca di liberarlo dalla dipendenza e non di mantenerlo nella sua condizione, è questo che intende?

Esatto, non si manda una ragazzina in un villaggio sperduto senza alcuna preparazione a svolgere un compito di scarsa utilità.

Pare che la famiglia di Silvia Romano adesso voglia denunciare l’Ong per averla lasciata sola…

Adesso lo dicono. Davanti alle responsabilità dell’Ong tanti nostri colleghi hanno scritto che è indegno insultare la generosità, che è la cosa che conta di più. Non è una questione ideologica, anche se molte Ong sono quasi dei partiti, come ad esempio Emergency. Però si muovono con guardie armate, tanto che non hanno mai subito rapimenti. Non si manda una ragazzina uscita da un corso di laurea breve per traduttori in un villaggio isolato africano all’interno di una zona che tutti sanno essere a rischio.

E che è stata liberata grazie all’intelligence turca.

La Turchia è interessata a espandersi in Somalia, coltiva il suo sogno di far rivivere l’impero ottomano. Ankara è interessata alle risorse energetiche, ha firmato un accordo negli scorsi mesi con Mogadiscio che le dà il diritto di fare ricerche di fonti energetiche sulla terraferma e nelle acque territoriali.

I nostri servizi segreti che ruolo hanno avuto?

Siamo loro grati, ma hanno fatto da ufficiali pagatori. Chi ha gestito la mediazione sono stati i turchi, perché sono presenti sul territorio, conoscono al-Shabaab, trattano con loro, hanno rapporti. La Turchia e i Fratelli musulmani non dico che sono della stessa parrocchia, ma almeno della stessa arcidiocesi.

Adesso noi siamo in debito con la Turchia?

Questo è l’aspetto imbarazzante. Oltre che in Libia, dove noi sosteniamo il governo di Tripoli in modo diplomatico e i turchi con la forza, e oltre ad aver subìto lo sgarbo delle navi petrolifere turche davanti a Cipro, dove l’Eni già da tempo faceva ricerche, adesso dobbiamo pure essere loro grati. Noi che in Somalia eravamo la vecchia potenza coloniale e dove i vecchi parlano ancora in italiano, avremmo dovuto aiutarli, ma piano piano siamo scivolati via. Adesso andiamo con le valigette piene di soldi a pagare i riscatti.

(Paolo Vites)

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