SILVIA ROMANO/ Ciò che i musulmani dovrebbero dirci della sua “conversione”

- Mauro Leonardi

Silvia Romano è rientrata in Italia alle 14 di ieri, avvolta in un lungo abito islamico. Ha detto di essersi convertita all’islam

Aisha Silvia Romano
Silvia Romano riabbraccia la madre: ha il velo islamico (LaPresse)

Arrivata in Italia alle 14 di ieri ed accolta a Ciampino da Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, Silvia Romano ha dichiarato di star bene fisicamente e mentalmente e ha ringraziato le istituzioni per averla riportata in Italia.

Oltre alla mascherina d’obbligo indossava, a sorpresa, una veste islamica verde che confermava le indiscrezioni, circolate qualche ora prima, di una sua conversione all’islam. Silvia si è vista spinta ad un un chiarimento ed ha confermato: “è vero, mi sono convertita all’islam”.

È avvenuto durante la prigionia in Somalia, dopo essere stata consegnata al gruppo islamico Al Shabaab da parte dei primi rapitori kenioti. “È stata una mia libera scelta – ecco le sue testuali parole – non c’è stata nessuna costrizione da parte dei rapitori che mi hanno trattato sempre con umanità. Non è vero invece che sono stata costretta a sposarmi, non ho avuto costrizioni fisiche né violenze”.

Queste parole, però, invece di dissipare i dubbi, li hanno aumentati perché nel frattempo parecchi osservatori avevano notato come, durante il breve video del suo arrivo in Italia, Silvia si fosse più volte carezzata la pancia, ripetendo il gesto che inconsapevolmente fanno spesso le donne quando sono in dolce attesa.

Per quale motivo la Romano aveva dichiarato falsa l’affermazione per cui sarebbe stata costretta a sposarsi? Perché non si era sposata o perché aveva voluto dire di averlo fatto volontariamente? Se così fosse, sarebbe questa la spiegazione della sua eventuale gravidanza? E, ancora, il suo essere diventata musulmana sarebbe quindi legato ad una sorta di sindrome di Stoccolma? Alcune agenzie infatti parlano proprio di questo, della Sindrome di Stoccolma, ovvero quel fenomeno per cui la vittima si “innamora” del carnefice. Una sindrome piuttosto comune nelle persone vittime di abusi e che avviene non di rado ai membri di una setta, alle prostitute, agli ostaggi, o ai prigionieri di guerra: la perdita totale del controllo che subisce l’ostaggio, difficilissima da gestire, diventa sopportabile quando la vittima s’identifica con le motivazioni dei carnefici.

Nulla è trapelato dei colloqui con le istituzioni che Silvia Romano ha avuto nel pomeriggio di ieri. Le cose da chiarire però non sono poche. Se fossero vere l’assenza di violenza e la sua conversione all’islam, perché mai il governo parlerebbe di successo della nostra intelligence? Se Silvia fosse stata libera di tornare non ci sarebbe stato bisogno di alcuna operazione delicata: al limite, anzi, avrebbe persino potuto dichiarare di voler rimanere lì dov’era, ma non è accaduto. E lacrime copiose e commoventi degli abbracci ai parenti sono lì a testimoniarlo.

In ogni caso è assolutamente impossibile riconoscere come vera una “conversione” all’islam avvenuta in simili circostanze. Tanto per avere un termine di paragone, una persona che desidera diventare cristiana deve chiedere alla Chiesa cattolica di essere preparata attraverso un percorso che dura almeno due anni, e questo avviene nelle condizioni di una vita assolutamente normale. Cosa diremmo di una persona che venisse rapita da una “setta cristiana” e dopo diciotto mesi (nemmeno due anni) dicesse di voler appartenere a quella setta? Nessuno penserebbe neppure per un’istante ad una vera vocazione. E in questo caso nessuno può pensare ad una vera conversione all’islam. Verso la quale, se fosse autentica, tutti avremmo, ovviamente, il più profondo rispetto.

A questo punto però sarebbe bene che qualche autorità musulmana spiegasse che anche per quella religione non è possibile accettare come vera una “conversione” avvenuta nelle condizioni che ha dovuto patire Silvia Romano, quando era nelle mani degli jihadisti di al Shabaab: un gruppo affiliato ad al Qaeda, e protagonista di innumerevoli stragi ed attentati.

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