SINDACATI E POLITICA/ Le difficoltà di Cgil, Cisl e Uil a rilanciare il lavoro

- Natale Forlani

I sindacati chiedono al Governo un cambio di passo per il nuovo anno, ma sanno anche loro che è impossibile realizzarlo

landini di maio sindacato unico per i lavoratori
Maurizio Landini (Lapresse)
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Il Segretario generale della Cgil Maurizio Landini è stato indicato da molti commentatori politici come uno degli attori protagonisti della nascita del Governo giallo-rosso. La mossa era comprensibile. Rispondeva all’esigenza di ridare protagonismo alle rappresentanze dei lavoratori messe al margine dalle iniziative invadenti del precedente Governo giallo-verde nella gestazione dei due provvedimenti simbolo, il reddito di cittadinanza e quota 100 per l’anticipo dell’età di pensione.

Il dialogo con l’attuale esecutivo è certamente ripreso. E con qualche risultato legato in particolare al provvedimento di riduzione del cuneo fiscale a favore dei lavoratori. Ma con crescenti difficoltà nella gestione delle crisi aziendali, in particolare dell’Ilva e dell’Alitalia, dove la qualità degli interventi governativi non è stata certamente all’altezza della gravità dei problemi, e delle proposte di tassazione che producono riflessi negativi sul sistema produttivo.. Da qui le recenti prese di posizione assunte dai tre Segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, che rivendicano la necessità di aprire una fase 2 delle politiche per il sostegno della ripresa economica e dell’occupazione.

Richiesta presa al balzo dal Presidente del Consiglio Conte, più che mai interessato a rivitalizzare una coalizione di governo palesemente in difficoltà. Manifestazioni di volontà a parte, il percorso non sarà affatto semplice. Approvata la Legge di bilancio 2020, il problema principale diventerà quello di trovare le risorse per annullare gli effetti delle clausole sul nuovo debito, i 47 miliardi in due anni di aumenti dell’Iva e delle accise sui carburanti. E inevitabilmente si riproporrà il tema di come trovare le risorse a discapito dei buoni propositi di avviare politiche fiscali, e a sostegno degli investimenti, di tipo espansivo.

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Un contesto complicato dai tentativi di risolvere a colpi di giustizialismo e di impegni assunti dallo Stato le criticità aziendali. Con nuovi oneri messi in carico all’erario e una rassegna di segnali negativi per gli investitori privati. Nel contempo sul versante del welfare, la rinuncia a riformare quota 100 e il reddito di cittadinanza presenterà un conto salato.

Per l’età pensionabile, alla scadenza di quota 100 prevista per il 31 dicembre 2021 si genererà un effetto simile all’introduzione della Legge Fornero, con un allungamento medio di 4 anni per l’età di pensione. Il reddito di cittadinanza è ormai palesemente fondato su una finta politica attiva del lavoro e sull’erogazione di risorse destinate anche a una massa consistente di finti poveri, destinata a continuare nel tempo con il beneplacito delle forze politiche.

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Le organizzazioni sindacali queste cose le sanno, ma per loro è assai difficile farsi carico di proporre la riforma degli anacronistici anticipi dell’età di pensionamento e dei sussidi assistenziali sostituendolo con provvedimenti riservati esclusivamente alle persone anziane in difficoltà nel mercato del lavoro e a quelle non autosufficienti. Prevale in tutto ciò un atteggiamento conservativo che non aiuterà ad affrontare le criticità vere del nostro mercato del lavoro.

Nessuno dei temi che caratterizzano le politiche del lavoro dei Paesi europei che registrano tassi di occupazione molto più elevati del nostro, è nell’agenda delle forze politiche e sindacali italiane. Non il rafforzamento del sistemi di alternanza tra formazione e lavoro, funzionali a far crescere la quantità e la qualità delle risorse umane. Non i provvedimenti rivolti a rafforzare le dinamiche dei settori dei servizi rivolti al mercato e alle persone, che sono trainanti per l’occupazione in tutti i paesi sviluppati, ma non in Italia. Non le politiche rivolte a conciliare i carichi di lavoro con quelli familiari.

Dalle nostre parti prevale ancora la convinzione che la buona occupazione possa essere generata a colpi di decreto, bonus annuali e incentivi a pioggia. Interventi che hanno assorbito risorse in quantità notevoli, anche se nel contempo sono aumentate le distanze rispetto ai risultati realizzati negli altri Paesi europei.

Più dei governi amici forse servono buone idee e risorse mobilitate nelle giuste direzioni.

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