SINDACO D’ITALIA?/ Renzi e quel paese troppo lento per le Grandi Riforme

- Saulle Panizza

Renzi ha proposto a Conte una grande riforma: l’elezione diretta del premier. Ovvero: proporre riforme come cambiare le scarpe, solo per guadagnare tempo

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Matteo Renzi all'ultima Leopolda (LaPresse)

Prima abbiamo assistito al singolare posizionamento delle forze politiche durante i quattro passaggi parlamentari della riforma, in dipendenza del cambiamento della maggioranza a sostegno del Conte 2 rispetto al primo Governo Conte. Poi si è avuta la vicenda delle firme di senatori necessarie a formulare la richiesta di referendum, raggiunte grazie anche a parlamentari appartenenti a schieramenti favorevoli alla riforma, in un’ottica forse strumentale rispetto all’ammissibilità del referendum abrogativo su cui si è poi espressa la Corte costituzionale. Infine si è ragionato, fino a poche ore fa, sui possibili intrecci tra approvazione della riduzione del numero dei parlamentari e scioglimento anticipato delle Camere.

A tutto ciò, che già molto dice sulla scarsa considerazione della classe politica in ordine al senso che dovrebbe accompagnare un’opera di revisione costituzionale così delicata per le possibili conseguenze sulla rappresentanza della volontà popolare, si aggiunge ora la notizia di una sorta di “rilancio” per nuove riforme da parte di Renzi, in contemporanea con la possibile sfiducia a un ministro del Governo e con il suo sfilarsi, forse, dalla maggioranza parlamentare che sostiene l’Esecutivo.

Nuove riforme, secondo quel che si legge (o si sente), che cadono così, all’improvviso, nell’agenda politico–istituzionale di questo periodo. Da parte di chi, non sono passati che poco più di tre anni, ottenne un riscontro popolare contrario al proprio tentativo di riscrittura dell’intera seconda parte della Costituzione.

È una provocazione: forse qualcuno ha letto tardi la possibilità che la normativa sul referendum offriva. L’art. 15 della legge n. 352/1970, infatti, nell’indicare i tempi del decreto del Presidente della Repubblica di indizione del referendum, precisa che “qualora sia intervenuta la pubblicazione … del testo di un’altra legge di revisione della Costituzione o di un’altra legge costituzionale, il Presidente della Repubblica può ritardare, fino a sei mesi oltre il termine … la indizione del referendum, in modo che i due referendum costituzionali si svolgano contemporaneamente con unica convocazione degli elettori per il medesimo giorno”.

Se si fossero attivati un po’ prima e il Consiglio dei ministri non avesse avuto fretta nel fissare la data, si poteva pensare di ottenere per questa via una sorta di tempo supplementare.

Sfumata questa possibilità, se la legislatura dovesse proseguire, si può comunque immaginare che altre sorprese potrebbero non mancare.

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