SMART WORKING/ I vantaggi del nuovo Protocollo nazionale sul lavoro agile

- Emanuele Lanosa

Il 7 dicembre scorso è stato siglato il Protocollo nazionale sul lavoro in modalità agile, che sembra avere un’impostazione interessante

Una donna a lavoro
Pixabay

Il 7 dicembre scorso è stato siglato il Protocollo nazionale sul lavoro in modalità agile, esito di un confronto, iniziato ad aprile, tra le parti sociali (sindacati e Confindustria) e il ministro del Lavoro Andrea Orlando. L’obiettivo è quello di definire nuove linee guida per lo smart working, declinando la legge 81 in un mercato del lavoro radicalmente cambiato, dopo quasi due anni di emergenza sanitaria. Come testimonia il gruppo di studio, voluto dal ministero del Lavoro e diretto dal Professor Pasqualino Albi, docente di Diritto del lavoro presso l’Università di Pisa, il ricorso al lavoro agile è più che raddoppiato rispetto al periodo pre-pandemico.

Il primo elemento positivo da rilevare è la volontà del Governo di non appesantire ulteriormente il ricorso allo smart working con un nuovo intervento legislativo. L’accordo quadro, infatti, prende le mosse dalla legge n. 81 del 22 maggio 2017, sancendo però alcuni principi che andranno declinati dalla contrattazione collettiva e individuale, a seconda delle specificità dei rapporti di lavoro e delle realtà aziendali. “Una scelta ragionevole e pragmatica”, usando le parole di Maurizio Del Conte.

In secondo luogo, è opportuno sottolineare che nel redigere il testo in questione sono stati coinvolti studiosi, tramite il gruppo di studio sopra citato, e le parti sociali. Il ministro del Lavoro decide di affidarsi a chi conosce direttamente le realtà produttive arrivando così a concertare un protocollo che sia il più possibile rispondente alle esigenze di aziende e lavoratori. Questa scelta mostra chiaramente una tendenza del Governo Draghi a voler coinvolgere la società civile nel percorso decisionale, molto di più di quanto è stato fatto dagli esecutivi precedenti; che fossero di questa legislatura o di quelle passate. Marina Brollo, professoressa di Diritto del lavoro presso l’Università di Udine e membro del gruppo di studio voluto dal ministero, sostiene che l’accordo “pone il nostro Paese come apripista nell’Unione europea nell’utilizzo del metodo del dialogo sociale per affrontare le complesse sfide del futuro”.

Non tutto il mondo del lavoro, però, è concorde nel considerare questo accordo innovativo. Ad esempio, il professor Pietro Ichino, in un articolo pubblicato il 9 dicembre, sostiene che “nessuno dei 15 articoli di cui l’accordo si compone contiene alcuna disposizione che abbia un apprezzabile contenuto pratico aggiuntivo rispetto a quanto previsto dalla legge (n. 81/2017), che da quattro anni disciplina compiutamente la materia, o comunque dal diritto del lavoro vigente”.

Si potrebbe però interpretare che la volontà dell’accordo fosse quella di orientare la contrattazione collettiva, senza sostituirsi a essa. Lasciando alle relazioni industriali l’applicazione “tailor made” di accordi di smart working, offrendo delle linee guida che siano in equilibrio tra le esigenze aziendali e le opportunità e tutele offerte ai lavoratori. Lasciando molto spazio alla regolamentazione pattizia tra le parti.

Al fine di valutare l’andamento successivo degli accordi di smart working, con l’art. 14 l’accordo sancisce la creazione di un Osservatorio bilaterale (Governo e parti sociali) che abbia l’obiettivo di monitorare i risultati raggiunti, lo sviluppo della contrattazione a tale riguardo e l’andamento delle linee di indirizzo contenute nel protocollo. Al fine di valorizzare le buone prassi e garantendo una costante revisione dell’accordo, a fronte di un costante progresso tecnologico.

Utilizzando le parole di Luigi Sbarra, Segretario generale della Cisl, con cui ha commentato l’accordo, si spera che si apra “una fase nuova, in cui il lavoro agile, dapprima diffusosi come strumento di lavoro in sicurezza durante la pandemia, diviene modalità lavorativa strutturale ed entra nei contesti organizzativi aziendali”.

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