SMART WORKING NELLA PA/ L’ombra del voto di scambio

- Natale Forlani

Nelle pieghe del Decreto rilancio c’è anche un emendamento, voluto da M5s, per prorogare l’uso dello smart working nella Pubblica amministrazione

Una donna a lavoro
Pixabay

Nel corso dei lavori parlamentari per la riconversione in legge del Decreto rilancio è stato introdotto un emendamento proposto dal M5S, ispirato dalla Ministra della funzione pubblica Dadone, che proroga l’utilizzo massiccio dello smart working, per almeno in 50% del personale sino alla fine del 2020, e dispone che la struttura dirigenziale delle pubbliche amministrazioni dello Stato si attivi per allargarla al 60% nel 2021.

L’orientamento assunto dal Parlamento, per esplicita rivendicazione dei proponenti, punta a trasformare il lavoro a distanza con l’utilizzo delle tecnologie informatiche da un intervento introdotto in condizioni emergenziali per contenere i contagi Covid, in una modalità operativa strutturale della Pubblica amministrazione per la gestione delle prestazioni erogate dal personale per le attività interne all’amministrazione e verso gli utenti dei servizi.

Un autentico ribaltamento dell’approccio dell’ottica della riforma della Pubblica amministrazione, dominata sino a 4 mesi fa dalla sindrome dei “furbetti del cartellino”. Cioè dall’esigenza di accentuare le forme del controllo dei comportamenti del personale, timbrature, assenteismo, visite fiscali, subordinando a queste una parte significativa delle valutazioni sul rendimento dei dirigenti e dei dipendenti.

Nell’ottica precedente anche le forme più semplici del telelavoro venivano guardate con diffidenza. Come una sorta di aggiramento legale delle verifiche sui comportamenti del personale. Motivo del bassissimo utilizzo storico di queste modalità, anche per la finalità di favorire la conciliazione dei carichi familiari con quelli lavorativi.

Il balzo in avanti provocato dalla pandemia ha fatto gridare al miracolo. La dimostrazione che il cambiamento è possibile e portatore di innovazioni destinate a migliorare la qualità della vita delle persone e della collettività, con un incremento notevole della produttività individuale e delle organizzazioni di erogazione dei servizi. Potenzialità che vengono confortate da studi e buone pratiche diffuse nei Paesi sviluppati, e che trovano conferme anche in molte esperienze avviate nelle grandi aziende italiane.

Ma il cambiamento repentino degli orientamenti per quanto riguarda la Pubblica amministrazione appare sospetto. Valutare il funzionamento dello smart working in relazione agli effetti dei provvedimenti amministrativi che hanno disposto il blocco di una buona parte delle attività produttive e dell’erogazione dei servizi non è certamente la condizione migliore. Più semplicemente, come hanno sottolineato due autorevoli esperti del lavoro e dell’Amministrazione, i professori Pietro Ichino e Sabino Cassese, per molti dipendenti pubblici il lavoro da casa si è tradotto nei mesi recenti in una sorta di sospensione lavorativa stipendiata. Tanto da indurre gli osservatori più maliziosi a proclamarla come la prova dell’inutilità di buona parte degli apparati pubblici.

Senza assecondare queste derive è lecito però dubitare della validità dell’orientamento assunto della maggioranza parlamentare, in assenza di una seria verifica della sperimentazione effettuata e del ripensamento delle procedure e dei criteri di valutazione delle attività amministrative. Che allo stato attuale, come ricordato, vanno nella direzione opposta.

Il funzionamento dello smart working presuppone, infatti, una rigorosa definizione delle modalità di erogazione dei servizi verso i clienti interni e gli utenti, e dei sistemi valutazione delle prestazioni del personale, preceduta da un’accorta analisi degli ambiti dove queste modalità possano essere effettivamente attuabili senza penalizzare il risultato finale. Che non può che essere quello del miglioramento della qualità dei servizi e della facilitazione dell’accesso per i cittadini.

Pensare che questo possa essere indotto dall’introduzione di una percentuale astratta per l’utilizzo dello smart working che possa valere per il welfare, la sanità, l’istruzione, la difesa, la giustizia, come se fossero attività comparabili, è semplicemente una follia. Invece è assai realistico che l’orientamento assunto dal Parlamento possa prefigurare una sorta di diritto imprescindibile allo smart working finalizzato a privilegiare le aspettative del personale. Una sorta di riedizione del voto di scambio elettorale nell’era della digitalizzazione.

Sarebbe stato più saggio aprire un confronto con le parti sindacali per valutare gli ambiti e le condizioni per l’espansione dello strumento, condizionando la scelta agli obiettivi di miglioramento della qualità dei servizi e alla mobilità del personale tra le amministrazioni, dato che lavorare presso il proprio domicilio consente di ridurre le problematiche della distanza dai luoghi di lavoro.

L’insieme degli interventi che, a vario titolo, vengono messi in campo per riformare la Pubblica amministrazione – semplificazioni, ripristino del turnover, smart working – assomigliano a un assemblaggio sconclusionato di provvedimenti che, in assenza di una visione d’insieme del ruolo della Pubblica amministrazione, rischia di generare un caos organizzativo senza precedenti. Un modo per affossare l’amministrazione, non per rigenerarla.

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