SOCIAL & SICUREZZA/ Privacy a rischio? La colpa è dei nostri click ossessivi

- Alessandro Curioni

Un algoritmo della Clearview AI per il riconoscimento facciale ha permesso di identificare un omicida attraverso le immagini sui social. Per il NYT è allarme privacy. Un po’ esagerato

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(LaPresse)

Potrà mai un’azienda che offre alla polizia degli Stati Uniti un servizio di riconoscimento facciale “porre fine alla privacy come la conosciamo”? Così ha titolato il New York Times a proposito di Clearview AI, balzata agli onori delle cronache per avere contribuito alla cattura di un omicida in Indiana.

La particolarità era che il soggetto non aveva patente e non era schedato. L’algoritmo messo a disposizione da Clearview AI è riuscito a rintracciarlo attraverso le immagini pubblicamente disponibili su alcuni milioni di siti tra cui Facebook e YouTube.

Fatemi dire che forse il titolo del NYT è eccessivo per due ragioni, una banale e una che non lo è. La prima è la semplice constatazione che per “porre fine” a qualcosa significa che questo “qualcosa” effettivamente esiste, e aggiungere un “come la conosciamo” presuppone che in qualche modo la gente sappia di cosa si sta parlando.

Rispetto alla prima questione sarebbe opportuno tenere presente che la privacy è “il diritto di chiunque di mantenere le proprie questioni e relazione personali segrete” o anche “la condizione di essere da soli”. In buona sostanza, si tratta di un diritto alla riservatezza che dipende dalla personale volontà del singolo di non rivelare informazioni relative alla sua vita privata. Se ci guardiamo attorno l’idea stessa di privacy sembra già finita da un pezzo, senza la necessità di ulteriori interventi.

Se poi affrontiamo il secondo tema, scopriamo che la scarsa conoscenza in materia trova ampia conferma nel comportamento tipico dell’utente medio, che afflitto da una sorta di sindrome da click ossessivo-compulsivo, sfugge alla lettura di qualsiasi tipo di informativa, indicazione o specifica, che possano aiutarlo a capire quale fine fanno i suoi dati. Pur di ottenere quello che vuole nel minor tempo possibile, baratta un intero pezzo della sua vita per un qualsiasi servizio della società dell’informazione.

Dunque il New York Times ha ampiamente esagerato, perché ha parlato di qualcosa che non esiste e se anche ci fosse è interessante solo per una minoranza.

Se, infine, entriamo nel merito della notizia ci sono due aspetti che richiedono una certa attenzione. In primo luogo, essa è l’ennesima conferma che in generale il tema del riconoscimento facciale è uno dei trend emergenti per quell’industria che si muove a cavallo tra sorveglianza, sicurezza e nuove tecnologie. Algoritmi intelligenti destinati a questo tipo di attività sono ormai un’area di investimento anche per molti big player (Apple e Samsung l’hanno reso parte integrante dei loro dispositivi).

In secondo luogo, una tematica chiave è quella posta dall’eterna necessità di trovare un compromesso tra la sicurezza dello Stato e del cittadino e la pervasività degli strumenti di indagine. Basti pensare al tema delle intercettazioni telefoniche come è stato vissuto nel nostro paese, ma questa volta potrebbe essere molto più semplice, perché nella percezione comune quello che succede in Rete sembra essere “figlio di un dio minore”.

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