Ru486: via libera alla “favola dell’aborto facile”

Con l’introduzione anche in Italia della pillola Ru486 l’aborto viene semplificato nell’immaginario collettivo. Nella realtà, invece, l’aborto chimico è più lungo, doloroso e psicologicamente più pesante rispetto a quello chirurgico. E c’è ancora molto da chiarire su una serie di morti sospette

15.12.2008 - Assuntina Morresi
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Per un beffardo paradosso, a meno di eventi improvvisi ed imprevedibili, la pillola abortiva Ru486 sarà utilizzata in Italia proprio quando è sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella la quale, insieme a chi scrive, ha condotto negli ultimi tre anni una lunga e pubblica battaglia contro questo composto chimico.

La parte tecnico scientifica della procedura di approvazione della Ru486 è stata conclusa dall’Aifa, l’ente di farmacovigilanza italiano, lo scorso febbraio, quando ne era Direttore Nello Martini, e Ministro della Salute Livia Turco. I primi di agosto la ditta produttrice del mifepristone – principio attivo della Ru486 – ha inviato all’Aifa il dossier prezzi del medicinale in vista della trattativa sul prezzo, e la prossima settimana inizierà l’ultimo passaggio, al Consiglio di Amministrazione dell’Aifa.

“La favola dell’aborto facile”, è il titolo del libro che abbiamo scritto insieme Eugenia Roccella ed io, in cui spiegavamo che l’aborto con la pillola è tutt’altro che semplice, come invece veniva propagandato fino a qualche anno fa. L’aborto viene semplificato nell’immaginario – in fondo, sono solo due pillole – ma nella realtà quello chimico è più lungo, doloroso e psicologicamente più pesante rispetto al chirurgico: l’intera procedura dura almeno quindici giorni, più della metà delle donne dichiara di aver riconosciuto l’embrione abortito, gli effetti collaterali sono numerosi e gravosi, e soprattutto preoccupano quelle morti, oramai salite ad almeno diciassette, venute alla luce una ad una, per la maggior parte scoperte da noi, e che mai sarebbero state conosciute in Europa se non ne avessimo scritto sulle colonne di Avvenire e del Foglio.

La polemica sulle morti per aborto farmacologico era nata negli Usa dopo che la diciottenne californiana Holly Patterson era stata colpita da una rarissima e fatale infezione, nel settembre del 2003: il padre iniziò subito una battaglia giudiziaria per conoscere la verità sulle cause della morte della figlia, ma la notizia è giunta in Italia solo due anni dopo, nel 2005, grazie ai nostri articoli (i principali si possono leggere sul sito http://www.salutefemminile.it , alla voce Ru486).

Il numero delle morti è ancora incerto – almeno diciassette, ma ricordiamo che dalla Cina e dall’India ci viene raccontato solo che “tante donne muoiono”, senza la possibilità di conoscere i numeri effettivi. Quel che preoccupa, però, è che per la maggior parte non sono emerse da regolari denunce delle autorità sanitarie agli enti di farmacovigilanza dei rispettivi paesi, ma sono state segnalate una ad una da parenti, attivisti pro-life, femministe, giornalisti, in generale da persone interessate all’argomento.

Sappiamo che l’Aifa ha preso in considerazione le morti da noi segnalate – erano sedici, lo scorso anno – ma che questo non è stato sufficiente per bloccare l’ingresso del farmaco del nostro paese, e che è prevalso il parere positivo espresso in sede europea.

D’altra parte, solo dopo le nostre denunce i media italiani hanno cominciato ad essere più cauti nel parlare di aborto chimico, e altre pubblicazioni contro la pillola abortiva hanno affiancato le nostre.

Nei paesi in cui è stata diffusa la Ru486, l’aborto è tornato fra le mura di casa: un aborto a domicilio, per il quale è più difficile intervenire con misure di prevenzione e di sostegno alla maternità.

Un modo per scardinare nei fatti la legge 194, che prevede che l’aborto avvenga interamente all’interno delle strutture sanitarie pubbliche: anche nell’unica sperimentazione ufficiale avvenuta in Italia, quella diretta dal ginecologo radicale Silvio Viale all’ospedale Sant’Anna a Torino, la stragrande maggioranza delle donne è tornata a casa sia dopo la prima pillola – la vera e propria Ru486, che fa morire l’embrione in pancia– che dopo la seconda – il misoprostolo, che induce l’espulsione dell’embrione – nonostante il protocollo di sperimentazione prevedesse il ricovero ospedaliero. E proprio il fatto che diverse donne avessero abortito fuori dall’ospedale ha fatto scattare un’inchiesta della magistratura torinese.

Dalla valutazione tecnico scientifica dell’Aifa non si può più tornare indietro, a meno che non siano segnalati gravi eventi avversi nel nostro paese.

Al Ministero del Welfare rimane ancora un margine per intervenire: c’è ancora da definire il prezzo e soprattutto le modalità di somministrazione e il protocollo da seguire. L’obbligo previsto dalla legge 194 di abortire presso strutture pubbliche rappresenta sicuramente un ostacolo alla diffusione del metodo farmacologico; nella stessa direzione è anche il parere del Consiglio Superiore di Sanità, che ha stabilito che il rischio che si corre con la procedura chirurgica è pari a quello con il metodo chimico solamente se in entrambe i casi si ricorre al ricovero ospedaliero.

Il Ministero del Welfare stabilirà sicuramente protocolli rigorosi per lo svolgimento di questo tipo di aborti. Ma il giorno in cui la Ru486 entrerà definitivamente in commercio in Italia, prevenire l’aborto sarà più difficile.



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