IL CASO/ Sbai: come cambia il mio Marocco, senza il velo e l’estremismo islamico

- Souad Sbai

SOUAD SBAI ci parla di come sta cambiando il Marocco, che ha intrapreso una strada verso il riformismo e la modernità

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Solo qualche giorno addietro è morto a Casablanca Abed Al-Jabri, filosofo marocchino considerato in tutto il mondo arabo l’Averroè dei nostri giorni e criticato dagli estremisti per il suo approccio riformista teso a divellere ciò che Tareq Heggy, intellettuale egiziano, ha definito nel suo ultimo libro “le prigioni della mente araba”.

 

Tra le pubblicazioni più note di Al-Jabri figura “Critica della ragione araba”, monumentale opera in quattro volumi che presenta i fondamenti di un razionalismo, tradotta con il titolo “La ragione araba” in francese, in inglese e in italiano. Il mondo arabo ha perso dunque un grande intellettuale.

In Occidente invece si è ancora fermi al dibattito sulla liceità di indossare il velo integrale. Mentre ancora alcuni esponenti politici di una certa sinistra, che di fatto appoggiano un pensiero estremista, si accaniscono a posizionarlo entro la cornice degli obblighi legati al credo religioso musulmano, non solo la stampa marocchina – Al Ahdath al Maghrebiya, nello specifico – ha pubblicato un articolo dall’eloquente titolo “È tempo di abolire il niqab”, ma addirittura personaggi estremisti hanno chiaramente detto che il niqab non ha nulla a che vedere con la cultura arabo-musulmana.

Nel panorama dei Paesi musulmani, il Marocco manifesta oggi una grande energia riformatrice che non riguarda solo le questioni legate a esigenze di revisione e di riforme di istituti sociali ormai desueti, ma il riassetto di una geomorfologia sociale ed economica che è tesa a creare le basi solide di uno Stato moderno.

In questo solco si situano le riforme in atto nello stato marocchino, avviate sotto le spinte delle organizzazioni non governative, delle associazioni e della società civile e che hanno avuto il loro primo traguardo con la riforma del codice di famiglia, la Moudawana. Era il 2003 quando il Marocco, secondo paese del mondo arabo, dopo la Tunisia, ha adottato misure in favore delle donne.

Grazie all’iniziativa di un potente movimento popolare, con l’appoggio del re Mohammed VI, le donne hanno ottenuto maggiore eguaglianza, in particolare il diritto di sposarsi senza l’approvazione di un tutore – contrariamente a quanto oggi accade in altri Paesi arabi dove le donne sono considerate minorenni a vita – e quello di prendere l’iniziativa, in un procedimento di divorzio, su basi più egualitarie. Il nuovo codice di famiglia, inoltre, per la prima volta fa riferimento alle Convenzioni Internazionali sui diritti dei Minori che il Marocco ha ratificato contribuendo a percorsi di maggiore tutela e responsabilità nei confronti dei figli.

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Il ruolo e il peso delle donne va via via crescendo: prova ne è il numero di candidate femminili che si sono presentate alle ultime elezioni amministrative marocchine. Molte sono diventate sindaco: a Marrakech è arrivata al vertice dell’amministrazione Fatima Al Mansouri che ha stracciato l’esponente – uomo – di un partito di stampo islamico.

 

E che dire ancora della crescita esponenziale di donne che lavorano nel giornalismo cartaceo e audiovisuale, nell’imprenditoria, e che mano a mano conquistano posizioni e professionalità una volta impensabili? Il ruolo della società civile e dell’associazionismo che si batte per allargare la sfera dei diritti civili e individuali in Marocco è stato fondamentale per il processo di ammodernamento del Paese.

 

Possiamo dunque affermare senza ombra di dubbio che il sistema-paese Marocco cresce velocemente: come ha ricordato l’ambasciatore italiano a Rabat, Umberto Lucchesi Palli, in un’intervista rilasciata alla rivista “Diplomazia economica Italiana”: Mohammed VI, attuale sovrano,ha operato riforme profonde ed incisive in tutti i campi, dal potenziamento delle infrastrutture all’incoraggiamento delle riforme economiche ispirate a una crescente liberalizzazione dei vari settori; dai massicci investimenti nelle energie rinnovabili (il Marocco si situa oggi al settimo posto nel mondo con 9 miliardi di dollari investiti) all’accentuata internazionalizzazione economica e commerciale del Regno.

 

In questa linea si inserisce il partenariato privilegiato con l’Unione Europeatramite la firma dello Statuto Avanzato volto all’approfondimento della cooperazione in vari settori tra cui è importante menzionare il nuovo accordo per la liberalizzazione degli scambi per tutti gli ortofrutticoli, in vista dell’apertura della zona di zona libero scambio con l’Unione Europea prevista per il 2012.

 

L’Alto Commissariato per la Pianificazione, che ha presentato i principali indicatori economici osservati nel quarto trimestre 2009 e quelli stimati e previsti per il primo e il secondo trimestre 2010, ha reso poi noto che, nel primo trimestre del 2010, il Pil del Marocco è cresciuto del 4,6% su base annua. Grande rilievo hanno poi i progetti per la creazione di un grande hub marittimo mediterraneo nella località di Tangeri.

 

Tuttavia i progressi che sta compiendo il Marocco non corrispondono agli atteggiamenti di una parte della comunità dei suoi cittadini all’estero, che restano spesso vittime di un’arretratezza culturale che ostacola il processo di sana integrazione nei Paesi di immigrazione. In Italia, quasi l’80% viene dal mondo rurale, mentre Paesi come il Canada hanno raccolto il fior fiore dei cervelli emigrati.

 

Come dunque sanare questa discrasia? È necessario lavorare sull’integrazione e sulla seconda generazione per sollevarla dall’ignoranza e affrancarla dal pericolo delle derive (religiose) identitarie di stampo radicale che si annidano in seno alle comunità di origine.

 

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Abbandonare gli immigrati alla ricerca di un’identità affannosamente cercata significa spalancare le porte del radicalismo che millanta, offrendola a buon mercato, un’identità fallace, distorta, piegata a determinate logiche politiche e a un certo estremismo.

 

Non possiamo permetterci di dare spazio a tali derive: bisogna impegnarsi nei fatti, con onestà, attraverso un reale onere finanziario tradotto in politiche di integrazione di breve, medio e lungo termine, a rendere questi immigrati italiani, a farli sentire a casa propria. Per non ripetere gli errori del resto d’Europa, con i danni sociali che ne sono conseguiti.

 

Se il Regno del Marocco ha ormia imboccato con decisione la strada del riformismo e della modernità, i marocchini all’estero non possono, non devono compiere il processo inverso.

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