SONDAGGI CORONAVIRUS/ Troppi sbagli, l’80% teme il contagio, paura al Sud

- int. Renato Mannheimer

Gli italiani nei sondaggi si sentono spaesati perché sul coronavirus ricevono informazioni contraddittorie e considerano le misure adottate insufficienti

Coronavirus
Coronavirus (LaPresse)

Sondaggi. Per Roberto Weber (Ixè) “gli italiani sono soddisfatti dell’azione che il governo ha deciso di porre in atto contro il coronavirus”. Secondo Nicola Piepoli, invece, “in tutti i tempi tutte le misure attuate dai governi e dalle autorità preposte in caso di emergenza sanitaria sono state reputate, per principio, insufficienti, basti pensare alla caccia agli untori nel 1629 a Milano e simili episodi avvenuti tra il 1348 e il 1351 con la peste nera in Europa. Questo è un archetipo sociale che si ripete ancora oggi: è come se un governo non prendesse delle misure, sono considerate inefficaci, inutili e la stragrande maggioranza della popolazione è spaventata”. Sulla stessa lunghezza d’onda si pone anche Renato Mannheimer (Eumetra Mr): “Il panico, l’agitazione si è estesa: solo qualche giorno fa avevamo registrato che il 67% degli italiani temevano il contagio, oggi saranno 8 su 10, se non di più”.

Il timore è più diffuso nel Nord, dove si registrano i primi contagi, o conferma che la paura è radicata anche al Centro-Sud?

Questo al momento è difficile da stabilire con precisione. Sicuramente la preoccupazione è dell’Italia nel suo complesso. Probabilmente al Nord sta crescendo di più, ma neppure il Sud è immune da questa paura: già qualche giorno fa il numero di persone molto preoccupate per il coronavirus era al 27% rispetto a una media italiana del 20%.

E per classi d’età?

Ovviamente sono gli anziani i più preoccupati, perché si sentono più vulnerabili: non è molto letale il coronavirus però tra gli anziani lo è molto.

Gli italiani si ritengono sufficientemente informati sul virus e sui pericoli di contagio?

No. Gli italiani si sentono spaesati. Le informazioni sono talvolta contraddittorie, non si sa bene che cosa fare e si ritengono in larga misura impotenti. Per esempio, va messa la mascherina o non va messa la mascherina? Colpa dei cinesi o non è colpa dei cinesi?

Come vengono giudicate le misure sanitarie attuate dal governo?

Gli italiani le giudicano probabilmente insufficienti per quello che è stato fatto fino al giorno in cui si è registrato il primo contagio. Perché sembrava che l’Italia fosse non dico immune, ma non colpita dal virus. Adesso che siamo il paese europeo con più contagiati, si sono fatti l’idea che qualcosa che doveva essere fatto non è stato invece fatto. Quanto alle misure proposte in questi giorni per fronteggiare l’emergenza, gli italiani si mostrano attoniti, perché nulla sembra più sufficiente, sperano che tutto questo funzioni, ma sono un po’ scettici.

Intanto gli italiani cambiano le abitudini. Una tendenza in crescita?

Nel nostro sondaggio il 44% aveva dichiarato di aver modificato le abitudini: cerco di evitare posti affollati, frequento meno posti dove ci sono cinesi, esco meno la sera, ho annullato viaggi, porto la mascherina, mi lavo più spesso le mani. Ora in molte grandi città, anche in quelle non colpite dal contagio, la gente va meno in giro, frequenta meno cinema, bar, teatri, supermercati e luoghi pubblici in genere. Secondo me, oggi almeno il 70% degli italiani sta cambiando radicalmente alcune sue abitudini di comportamento.

Sta aumentando o potrebbe aumentare una sorta di diffidenza, se non ostilità, verso le comunità cinesi presenti in Italia?

Potrebbe anche succedere.

E stanno crescendo anche le preoccupazioni verso i possibili impatti del Covid 2019 sull’economia italiana?

La maggior parte degli italiani non si interessa molto delle sorti della nostra economia, però quelli che se ne interessano devono preoccuparsi, perché l’impatto, stando alle principali stime che circolano in questi giorni, parlano di un possibile calo del Pil dello 0,4%, il che vuol dire andare in recessione. Ma alla luce dei fatti di questi giorni, è plausibile ritenere che gli effetti saranno peggiori. Ci sono già numerose aziende, anche a Roma e non solo al Nord, che chiudono i battenti o che hanno impartito ordini di non spostarsi o di non organizzare riunioni di lavoro.

(Marco Biscella)

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