SONDAGGI/ Fiducia in Draghi al 61%, M5s diviso rischia di perdere consensi

- int. Alessandro Amadori

Stando ai sondaggi la fiducia in Draghi è al 61%, meglio fa solo Mattarella (65%). Lega al primo posto (23%), seguita da Pd (21%), FdI (17%), M5s (16%) e Forza Italia (8%)

Come si vota ballottaggio Elezioni Comunali 2020
LaPresse

SONDAGGI. Più di sei italiani su dieci hanno fiducia in Draghi, una fiducia “distribuita in misura uniforme” in tutti gli schieramenti. E in un contesto ormai cristallizzato da mesi – con la Lega ancora primo partito al 23%, seguita da Pd al 21%, Fdi al 17%, M5s al 16% e Forza Italia all’8% – le oscillazioni future dei partiti, a mo’ di elastico, dipenderanno da come si muoveranno adesso. Di sicuro, come ha dimostrato il voto sulla piattaforma Rousseau, è il Movimento 5 Stelle a rischiare più di tutti gli altri di “perdere un po’ di consensi”, perché “sull’ipotesi Draghi sta pasticciando un po’ troppo”. Invece Salvini e Berlusconi escono rivitalizzati da questa operazione. E’ il quadro che delinea Alessandro Amadori, esperto sondaggista, fondatore di Excalibur Sas e dell’Istituto Coesis Research, di cui è direttore.

Gli italiani sono favorevoli a un governo Draghi?

Gli italiani sono fiduciosi su Draghi, il concetto è leggermente diverso.

Quanta fiducia hanno in Draghi secondo i sondaggi?

A inizio febbraio, quando è diventato concreto l’incarico all’ex presidente della Bce, il premier uscente Conte era al 62% e quello entrante Draghi aveva il 61% di fiducia. Ma con una differenza.

Quale?

La fiducia in Mario Draghi è distribuita in misura più uniforme e costante fra elettori di centrosinistra, Cinquestelle e centrodestra, non ci sono variazioni forti.

E Conte?

Il suo 62% è molto più polarizzato: molto basso, intorno al 25%, fra chi vota centrodestra e molto, molto alto fra i Cinquestelle, oltre l’80%.

Insomma, Conte e Draghi partivano alla pari. Ma il premier uscente ora è caduto in una sorta di cono d’ombra. Ne risentirà anche il suo indice di fiducia?

Sicuramente la fiducia in Conte, se non sta calando già adesso, scenderà nei prossimi giorni, di certo non fino al 20%, però il processo di ridimensionamento è fisiologico. Ma più che a una lettura individualistica, molto ingenua, bisogna far riferimento al fatto che tutto è organizzato a sistemi e contesti.

In che senso?

Conte è stato molto abile a tesaurizzare una serie di condizioni di contorno favorevoli. Il suo successo è dipeso dalla somma di più fattori: Conte stesso, il contesto socio-economico, la pandemia, l’assenza di veri competitor… Uno quando si allena nel suo contesto può essere lo scattista più forte del mondo, ma se il contesto cambia può diventare in un attimo il numero 2 o 3. In ogni caso vale sempre il motto: lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

Draghi intanto sta conquistando il centro della scena politica. Cresce anche il suo indice di fiducia?

La fiducia in Draghi resta costante, perché è un personaggio sobrio, con un suo understatement molto anglosassone e una comunicazione parca, per questo non si vedono elementi né per una discesa né per un ulteriore incremento del suo indice di fiducia. Ma partire con il 61% è come partire in quarta. Tenendo anche conto che a inizio crisi la soluzione più gradita, per il 40% degli italiani, era la continuazione del governo Conte, per un altro 20% era andare subito al voto e solo al terzo posto, ma proprio e solo se doveva cambiare qualcosa, c’era l’opzione Draghi con il 12%. L’opinione pubblica ha un suo modello razionale di valutazione: sbalzi motivati non se ne vedono.

Gli italiani, secondo i sondaggi, sono d’accordo che attorno al governo si coaguli la maggioranza più ampia possibile?

Dipende da cosa si intende per maggioranza più ampia possibile. Se la intendiamo come il desiderio di tutti di salire sul carro in attesa di cominciare a litigare fra un mese, è una prospettiva che gli italiani rigettano. Se invece il convergere di tutti su un progetto nasce non come somma di eterogeneità ma come un razionale compromesso fra le varie forze politiche per l’esigenza di salvare l’Italia, è chiaro che sono favorevoli. E’ la logica dei governi di unità nazionale. Ed è quello che ha argomentato in modo efficace e ineccepibile il presidente Mattarella.

A tal proposito, la decisione di Mattarella di chiedere ai partiti un atto di responsabilità è piaciuta agli italiani? Il gradimento per il capo dello Stato è sempre elevato?

Sì. Il gradimento verso il Presidente della Repubblica viaggia da tempo sul 65%.

E gli altri leader di partito che apprezzamenti raccolgono?

Sono molto distanziati. Rispetto al tridente Mattarella-Conte-Draghi che sta sopra il 60% gli altri leader politici sono staccati di almeno 20-30 punti.

Gli italiani sono per un governo tecnico o politico?

Dal punto di vista demoscopico, i governi tecnici rientrano nel novero delle creature mitologiche come gli unicorni, perché vogliono dire tutto e niente. Gli italiani vogliono governi politici, che nascono da progetti politici. Anche salvare il paese è un progetto politico. Nulla vieta, poi, che dentro questo progetto possano trovar posto dei tecnici di grande spessore, a partire non solo dallo stesso Draghi. Ora la sfida politicamente più complessa che dovrà affrontare sarà comporre il giusto mix, creando un “Dream team” in cui ci sia una presenza politica significativa, ma al tempo stesso con una componente tecnica di fuoriclasse, persone competenti e dal curriculum molto robusto.

Che cosa si aspettano da lui gli italiani?

Non si aspettano mega-progetti, ma due o tre cose essenziali, già ricordate dallo stesso Draghi. Innanzitutto, implementare nel modo più veloce possibile e con efficienza teutonica, silenziosa ma visibile, la campagna vaccinale. In parallelo, si aspettano che i 209 miliardi del Next Generation Eu arrivino davvero alla messa a terra, ai destinatari. Hanno fiducia in Draghi, perché è uno che nella sua vita ha maneggiato bene fantastiliardi di euro. Lo considerano la persona giusta al posto giusto, vogliono che faccia questo.

La crisi da cui è scaturita la scelta di affidare a Draghi la formazione di un nuovo esecutivo è stata considerata dagli italiani incomprensibile. M5s, Pd e Italia Viva hanno pagato dazio?

In questo momento l’unico partito che, dal punto di vista demoscopico, ha un po’ perso sentiment popolare è Italia Viva di Renzi. Ha fatto il gioco sporco e l’opinione pubblica ha faticato a capirlo: d’accordo con lui era appena il 18%, non d’accordo il 78%, tanto che all’inizio della crisi i sentimenti dominanti erano rabbia e preoccupazione. Renzi, se vogliamo, ha fatto una mossa coraggiosa, ma Italia Viva ha pagato un po’ pegno, con le intenzioni di voto calate dal 2,7% al 2,3%. Per gli altri partiti è come un elastico, dipende tutto da come si muoveranno adesso.

A bocce ferme, come si presenta oggi la mappa delle intenzioni di voto dei diversi partiti?

La Lega resta al primo posto con il 23%, il Pd è al 21%, poi Fratelli d’Italia che tiene il suo 17%, M5s intorno al 16%, Forza Italia all’8%, Azione di Calenda è salito al 3,5%, mentre LeU, +Europa e Iv oscillano tra il 2% e il 2,5%. E le bocce sono ancora ferme.

Se e quanto possono guadagnare – o perdere – i partiti che sostengono Draghi?

Impossibile dirlo adesso. Gli italiani non sono come le nuvole in cielo. Le posizioni di partenza sono fisse da tempo e lo stallo alla messicana – immagine spesso evocata – indica un mutare dei rapporti di forza che è sì rapido e liquido, ma richiede dei mesi, non cambia da un giorno all’altro.

Il partito più in fibrillazione è senza dubbio il M5s. Sulla piattaforma Rousseau gli iscritti si sono spaccati: al 60% i favorevoli al governo Draghi, il 40% contrari…

M5s sta pasticciando un po’ troppo e le sue difficoltà sono comprensibili, perché con la caduta di Conte è stato di fatto disarcionato. Però, essendo tutti gli altri partiti già riposizionati, il processo decisionale incerto e ondivago, più agli occhi dell’elettorato d’opinione che sullo zoccolo duro del Movimento, potrebbe far perdere ai grillini dei consensi.

E i partiti di centrodestra?

Salvini, aprendo a una nuova fase in cui bisogna salvare l’Italia e come capo del partito più consistente, come intenzioni di voto e come voti reali, non poteva dire di no al governo voluto dal Capo dello Stato, dunque ha preso una decisione comprensibile, anche alla luce della grande fiducia che l’elettorato di centrodestra nutre nei confronti di Draghi. Stesso discorso vale per Berlusconi, che esce rivitalizzato da questa operazione.

Gli italiani sono più preoccupati dell’emergenza sanitaria o della crisi economica?

La priorità delle priorità è risolvere il problema sanitario, Sappiamo tutti che se non usciamo dall’emergenza coronavirus non ci sarà mai una ripresa economica.

(Marco Biscella)



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