SONDAGGI/ Il Pd (20%) inchioda Renzi al 3%, Lega sopra il 30%, Conte in calo

- int. Roberto Weber

I sondaggi di Ixè: gli italiani non apprezzano una manovra percepita come recessiva. L’elettorato potenziale di centrodestra può arrivare a superare il 50%

sondaggi politici
Nicola Zingaretti e sullo sfondo Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Matteo Salvini (Lapresse)

Sondaggi. La manovra è stata accolta con “una certa tiepidezza, non disfattismo” da due italiani su tre, una delusione che sta intaccando la fiducia nel premier Conte (in discesa al 44%), con ricadute rischiose sia sulle sorti del governo che di quelle del M5s, alle prese con un difficile riposizionamento non ancora metabolizzato. Oggi il Movimento guidato da Di Maio è tornato sotto il 20% (19,7%), scavalcato, anche se di un’incollatura, dal Pd (20,4%): entrambi gli alleati di governo, tuttavia, non hanno ampi margini di espansione. E Renzi? Italia Viva galleggia sul 4%, ma il suo leader ha un indice di fiducia presso gli italiani molto basso – appena il 14% -, una zavorra che può limitarne la crescita in termini di consenso. Ben diverse invece le potenzialità della Lega: torna a risalire oltre il 30% (30,7%) e può addirittura aspirare a un elettorato potenziale del 40%. Ma il partito di Salvini, leader tutt’altro che alle corde, corre un rischio: i suoi elettori non sono “molto radicati” e se nel mondo moderato emergesse “una personalità di spicco” – che al momento non c’è né si vede all’orizzonte –, il Carroccio potrebbe subire un travaso non indifferente. Ecco quel che osserva Roberto Weber, responsabile dell’area sondaggi di Ixè, sotto la crosta dei numeri grezzi, sempre più vicini alla realtà e senza scossoni nei trend di gradimento di partiti e leader politici.

La manovra 2020 è stata accolta in maniera tiepida dagli italiani: solo uno su tre ha espresso un giudizio positivo. Si sono accorti che è recessiva e che non rappresenta quella svolta tanto sbandierata quanto attesa?

Sicuramente gli italiani non colgono l’elemento espansivo della manovra. Basta pensare al cuneo fiscale: verrà, ma sarà minimo, limitato. Oppure alla notizia dei 240 euro alle famiglie per i figli fino a 18 anni: è scivolato alla seconda metà del 2020. Non c’è, insomma, quello che gli italiani alla fine desiderano: un’impostazione più radicale, un segno di stacco chiaro rispetto a prima. È un’impronta che, al di là del fatto che si possa sulle singole misure essere d’accordo o meno, negli altri governi era ben presente, mentre qui non si vede. Se poi aggiungiamo le schermaglie continue o le tante fughe in avanti e all’indietro di Renzi, che in Parlamento più che nel Paese gioca un ruolo pesante, tutto ciò rende la navigazione del Governo per nulla facile.

Su alcune misure – per esempio, l’inasprimento della lotta all’evasione – il livello di approvazione è molto alto.

Vero, ma proprio sulle tasse solo il 32% degli italiani crede che si recupereranno risorse attraverso il contrasto all’evasione fiscale. Vuol dire che neanche gli stessi elettorati dei due partiti al governo ci credono.

Il varo della manovra quanto può influire sul trend di consenso e di apprezzamento del premier Conte?

La fiducia in Conte è in calo, risulta oggi al 44% (era al 52%, ndr), la più alta tra i leader politici sulla scena. Attenzione però: dovesse scendere in misura progressiva, questo diventerebbe un problema.

Per il Governo?

Sì, perché tutto è ancorato alla sua figura, è tutto nelle sue mani.

Anche i due alleati di governo – Pd e M5s – sono in calo di consensi. Che cosa pesa?

Innanzitutto, il M5s paga ancora l’essere passato da una posizione populista a una di responsabilità di governo e sta facendo fatica nel suo processo di riposizionamento. In secondo luogo, l’elettorato Cinquestelle è estremamente composito, ha uno spettro, fatte le dovute distinzioni e proporzioni, che si poteva ritrovare nella vecchia Dc. Se dovesse venire meno un riferimento forte come Conte, potrebbe andare incontro a guai anche seri, perché il M5s è a rischio fratture multiple: il suo elettorato può tornare ai suoi bacini di provenienza, di destra, di sinistra o di centro. Non hanno una vita facile e anche per Conte tenere questo aggregato multiforme non è semplice.

E il Partito democratico?

Il Pd, che in questo momento soffre Italia Viva di Renzi, che è al 4%, di cui il 2,5-3% è stato sottratto appunto al partito di Zingaretti, non ha una dimensione espansiva ampia, è molto circoscritta al suo mondo e non gode di apporti significativi dall’esterno.

La Lega invece torna sopra il 30%. Stare all’opposizione fa bene a Salvini?

Rispetto all’ultimo mese e mezzo la Lega non va male e oggi è ancora il partito trainante, il partito-rifugio degli elettori di centrodestra. Salvini, che tutti davano per finito dopo la crisi agostana, non è affatto tagliato fuori. Non scordiamoci, poi, che questo è un Paese moderato. L’asse della conservazione-moderazione è più forte del centro-sinistra, sia esso riformista, rivoluzionario, antagonista o populista. Ha più voti, ha più consensi. Non mi stupisce che la Lega sia in risalita, piuttosto mi colpisce che in quel mondo lì, per un ventennio dominato da Berlusconi, non emerga nessuno.

In che senso?

Se nel centrodestra emergesse una personalità di spicco, ci sarebbe lo spazio per recuperare voti alla stessa Lega: il suo 30% non è così forte e radicato. Possono perdere voti, ma non a favore di Renzi o della sinistra, ma solo a favore di qualcuno espressione di quest’area moderata. Ma al momento non c’è nessuno.

Berlusconi però ha dichiarato che Salvini è il leader del centrodestra. Che effetto possono avere queste parole sugli elettori di quell’area?

Il nodo è se poi raggiungono davvero un accordo.

Dopo il duello tv da Vespa, chi tra Renzi e Salvini è uscito vincitore, in termini di capacità di spostare o attirare consensi?

Salvini ha parlato ai suoi come doveva fare, e alcune delle cose dette hanno senz’altro avuto effetto anche sull’elettorato dei Cinquestelle. Che poi Salvini non sia più quello di due mesi fa, è sicuro, anche perché è cambiato il ruolo.

Renzi?

Ha parlato in un modo che richiede una decodifica più complessa, ma certamente non ha saputo “arrivare” agli elettori grillini. E poi resta la domanda di fondo inevasa: perché si è alleato con i Cinquestelle, che fino alla settimana prima odiava, ha irriso e respinto sdegnosamente?

Italia Viva può essere un potenziale concorrente per il centrodestra sull’elettorato moderato?

Più che il consenso che Italia Viva raccoglie, tra il 3,5% e il 4%, io guarderei il dato della fiducia: Renzi è sgradito a gran parte dell’opinione pubblica, sia a destra che a sinistra. Ha un tasso di fiducia bassissimo, al 14% quando invece Conte è al 44%. Mi pare perciò difficile che l’operazione Italia Viva possa riuscire ad ampliarsi molto, per quanto lo aiuteranno i giornali, le televisioni, pezzi importanti dell’establishment politico. Renzi ha perso credibilità, non vedo segni di recupero. E in un partito personale, o funziona la persona, soprattutto fuori dalla cerchia degli aficionados su Facebook, oppure Italia Viva potrà arrivare al 4%, al 5%, magari anche al 6%, ma oltre sarà difficile.

Proprio Ixè, analizzando i bacini potenziali, proietta però Renzi al 12%…

Sì, ma la Lega arriva al 40%, FdI al 27%, l’intero centrodestra oltre il 50% e anche i Verdi hanno un bacino potenziale molto ampio. Queste sono, chiamiamole così, linee di fuga, ma nel caso di Renzi per arrivare a quel 12% dovrebbe beneficiare del dissolvimento del Pd, cosa che non avverrà, perché Zingaretti è uomo che conosce la politica, sa come muoversi.

A proposito di bacini potenziali, che cosa raccontano questi numeri?

Tre cose. Uno: il Pd non andrà peggio, credo che manterrà i suoi consensi attuali, passando anche da qualche sconfitta, ma ha poca dimensione espansiva. Due: la forza espansiva delle forze di centrodestra è decisamente più cospicua. Tre: in mezzo, come un vaso di coccio, ci sta il M5s, che non si sa se si riassetta, magari calando ancora un po’ verso il 16-17% come già avvenuto, ma di certo non sparirà.

Un’ultima domanda: secondo lei, alle regionali del 27 ottobre in Umbria come andrà a finire?

Fino a venti giorni fa le distanze erano ravvicinate, ma c’era anche molta incertezza. Adesso, se metto insieme le disavventure sul fronte dei finanziamenti post-terremoto del candidato appoggiato da M5s e Pd, la riluttanza ad andare a votare di molti elettori Cinquestelle per il disorientamento che sta vivendo il Movimento e il trend che si vede a livello nazionale, le probabilità che i democratici perdano l’Umbria sono molto alte. Il che non significa che poi perderanno l’Emilia-Romagna, perché lì sarà tutta un’altra partita.

(Marco Biscella)

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