SONDAGGI/ Paura per il lavoro (51%), il 29% non può permettersi il caro bollette

- int. Enzo Risso

Sondaggi: Pd 20,7%, Lega 20% e FdI 18,8%. Ma gli italiani hanno paura di perdere il lavoro (51%). E il 29% non avrebbe soldi per pagare bollette più care

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(LaPresse)

Tre partiti – Pd, Lega, FdI – si dividono il 60% dell’elettorato italiano occupando la vetta (o quasi), dicono i sondaggi di Enzo Risso, direttore scientifico di Ipsos. È un periodo in cui le variazioni sono minime e dove Salvini e Letta si compensano a vicenda: il primo è penalizzato dalla pandemia, mentre il segretario del Pd se ne avvantaggia.

Se il quadro politico è stabile, quello economico e sociale non è confortante: il 51% degli italiani ha paura di perdere il lavoro, mentre il 62% non si fida di banche e imprenditori e il 17% (7-8 milioni di persone) potrebbe avere difficoltà ad acquistare generi alimentari.

Centrodestra e centrosinistra hanno già metabolizzato al loro interno la rivoluzione ecologica, con una sensibilità green diffusa sia nel centrosinistra (80-85%) sia nel centrodestra (70-75%). Però c’è un 29% di italiani che in presenza di un caro bollette avrebbe difficoltà a pagarle.

Qual è il primo partito?

I dati pubblicati da Ipsos sul Corriere della Sera a fine ottobre assegnavano al Pd il 20,7%, alla Lega il 20% e a FdI il 18,8%. Il quadro non è mutato molto in questi giorni. Vi troviamo tre partiti che sono a distanze brevi, entro il margine di errore statistico. Siamo in una fase profondamente fluida e incerta, nella quale gli scostamenti sono minimi. Ci sono tre partiti che si spartiscono più o meno il 60% degli elettori. Quindi parlare di primo o secondo partito è sempre difficile e va fatto con molta cautela, considerando anche il peso di un possibile specchio distorto.

Sarebbe?

Una parte delle persone che oggi non dicono di votare un determinato partito vanno nell’astensione; vuol dire che un partito quel voto lo ha momentaneamente perso, ma il suo rivale non lo ha guadagnato. L’aumento percentuale di un partito può essere semplicemente effetto del calo verso l’astensione e non dovuto al fatto che ha guadagnato reali nuovi consensi.

Dunque non è FdI il primo partito?

No, è terzo.

Il Pd secondo vari sondaggisti è in crescita. Sono voti provenienti da M5s?

In parte sì, in parte sono voti dell’astensione che tornano, come diciamo noi, in chiaro. Magari perché apprezzano più l’attuale segretario di quelli precedenti.

Cosa può dirci delle coalizioni, centrosinistra e centrodestra?

Sono entrambe intorno al 48-47%.

A cosa è dovuta questa stabilità complessiva della situazione?

Questa fase è caratterizzata da alcuni leader politici che si trovano a giocare su un campo che non è il loro. Calciatori costretti a giocare su un campo da tennis, per capirci. Se preferisce può cambiare l’esempio a piacere.

Ad esempio?

Salvini. In questo momento il leader della Lega non riesce ad esprimere tutto il suo potenziale. 

Da cosa dipende?

Dal fatto che la pandemia ha cambiato l’agenda. Il Covid limita l’attenzione rispetto a temi che gli sono molto più confacenti: l’immigrazione e la sicurezza restano problemi reali, non sono spariti, sono soltanto sopiti perché l’attenzione mediatica è altrove. In più c’è una deformazione del quadro politico.

Cosa vuol dire?

Non ci sono una maggioranza e un’opposizione votate dagli elettori, c’è un governo di emergenza voluto dal presidente della Repubblica. Con alcune conseguenze: la patente di opposizione data a FdI è forse inadatta. FdI, legittimamente dal suo punto di vista, è un partito che ha deciso di non partecipare all’accordo di unità nazionale, di non partecipare al governo. In questo modo sfrutta il vantaggio di essere in quella posizione, senza rompere con gli alleati storici.

Se Salvini tornasse a giocare a calcio, che potenziale avrebbe?

C’è un 30% di elettori di centrodestra che può tranquillamente votare la Lega o FdI. Quello di centrodestra è diventato un elettorato molto infedele, si sposta facilmente, può votare Lega, FdI ma anche FI. 

Eppure forza Italia non è più quella di una volta.

Però nell’ultimo anno abbiamo visto anche una crescita costante della fiducia in Berlusconi. Ad un pezzo dell’elettorato di centrodestra appare come un punto di garanzia e mediazione, soprattutto in ragione della rivalità in atto tra FdI e Lega.

C’è invece un leader premiato da questa situazione politica?

Il più facilitato è Letta, che infatti ha guadagnato consensi in questo periodo. È una figura moderata, ha una personalità riflessiva che esprime meglio il proprio potenziale in una fase ispirata alla mediazione.

Il suo potenziale espansivo?

Può recuperare tutto quello che ha perduto il Pd nel corso degli ultimi due anni e tornare al 23-24%, rubando consenso ai 5 Stelle.

Quanto varrebbe un centro composto da FI e Pd?

Gli elettori che dal 1994 ha avuto un leader in Berlusconi e un avversario nella sinistra Pds-Ds-Ulivo-Pd l’avvertirebbero come un’operazione dei dirigenti e non tutti li seguirebbero.

Gli incerti?

Valgono il 42% e sono il primo partito italiano. Sono persone indecise o che pensano di non andare a votare. Dentro ci sono ex elettori di tutti i partiti, più una quota ormai  fisiologica che vale il 25-30%. 

La fase degli scostamenti minimi di cui ci sta parlando si inaugura con Draghi?

I due fatti “macro” degli ultimi anni sono la vittoria dei 5 Stelle nel 2018 e il fatto inedito di un partito che stando al governo raddoppia i consensi, come la Lega tra il 2018 e il 2019. Nell’ultimo anno abbiamo assistito a un assottigliamento della Lega a favore di FdI, ma anche di M5s verso il Pd. Con l’arrivo di Draghi al governo il quadro ha rallentato la sua evoluzione e si è aperta una fase di scostamenti e oscillazione meno evidenti.

Il boom del 2019 è dovuto al fattore Lega o al fattore Salvini?

Al fattore Salvini, ovviamente. 

Che cosa preoccupa di più gli italiani questa fase?

Lavoro ed economia. Il 51% di italiani ha paura di perdere il posto di lavoro, davanti ci sono solo Sudafrica e Spagna. In Germania sono il 10%, in Uk il 16%, il Francia il 19%. C’è un altro aspetto che rappresenta una zavorra per la crescita italiana ed è la montagna della sfiducia. 

Perché la chiama in questo modo?

Il 62% di italiani pensa che non ci si possa fidare delle banche, che il privato imbrogli, imprenditori in primis. È chiaro che un paese con questo deficit di sfiducia stenta nella ripresa. 

Chi ha minato la fiducia?

La classe dirigente italiana – dunque non solo la classe politica – non suscita nel suo complesso grandi entusiasmi. E solo il 22% di italiani ad esempio pensa che gli imprenditori siano persone disposte ad ascoltare i dipendenti.

E gli altri?

Pensano che gli imprenditori siano concentrati unicamente a fare il loro interesse, con un piglio da comandanti o padroncini.

Questa maggioranza si fida più dello Stato?

La pandemia ha dimostrato che se non ci fosse la sanità pubblica staremmo peggio. Lo Stato grazie al Covid ha recuperato fiducia, viene visto come una macchina burocratica di cui però non si può fare a meno, perché il privato non può fare tutto.

Gli italiani sono consapevoli che siamo in una fase di guerra commerciale globale, e che per questo motivo e per il rincaro delle materie prime il costo della vita potrebbe diventare molto più salato?

No, non c’è alcuna contezza di questo. Però il 29% pensa che in presenza di un caro bollette avrà difficoltà a pagarle. Il 40% ha difficoltà a pagare il dentista, il 26% pensa di avere difficoltà ad acquistare generi non alimentari, il 17% anche ad acquistare alimentari. 17% vuol dire 7-8 milioni di persone.

La fiducia nel governo?

Intorno al 56-57%, con un’oscillazione dell’1-2%. Quella in Draghi è inalterata, intorno al 60%.

C’è un partito più verde degli altri?

Tema complesso. Troviamo una notevole sensibilità verde sia nell’elettorato di sinistra (80-85%) sia in quello di centrodestra (70-75%).

Non era così.

Nei primi anni duemila la questione ambientale era un tema percepito come radical chic, poi è stato via via abbracciato da pezzi sempre più ampi del ceto medio per differenziarsi. Vent’anni dopo è un valore per la maggioranza del paese.

Lei su Domani ha pubblicato un grafico in cui si vede che per il 78% degli italiani siamo vicini ad una sorta di punto di non ritorno in cui il clima della Terra può cambiare improvvisamente.

È la percezione dello stato della crisi.

Come si traduce?

Il 77% degli italiani è convinto che per cambiare, le imprese innanzitutto non possano pensare solo a fare profitti ma debbano concentrarsi sul benessere delle persone e la tutela della natura. Siamo il primo paese europeo, seguiti da Francia (75%), Germania (73%), Uk (69%). Solo il 10% di italiani pensa che la spinta green sia pericolosa.

Chi paga il cambiamento del modello di sviluppo?

Gli italiani, ma anche gran parte dell’opinione pubblica dei paesi del G20, chiede alle imprese uno sforzo primario, di adeguare il proprio modo di produrre. Di fare per prime e di più la loro parte.

Ha dei dati su questo?

Il 65% vorrebbe che fosse reso pubblico se un’azienda produce o non produce in modo sostenibile, in modo da potersi comportare di conseguenza, comprando i suoi prodotti o penalizzandola.

Vuol dire che restiamo a livello di singolo prodotto, non di sistema.

Fino a ieri gli italiani sapevano che avere prodotti sostenibili ha un costo supplementare. È disposto a pagarlo tra il 3 e il 7% degli italiani. Oggi sono disposti a pagare un po’ di più, solo a patto che anche l’impresa faccia la sua parte.

Che parte dovrebbe vere lo Stato nella transizione secondo gli italiani?

Dovrebbe affiancare e sostenere le imprese, con agevolazioni e finanziamenti, a realizzare il cambio di modello.

C’è spazio per un partito verde?

Direi che, in termini generali, lo spazio potenziale, per afflato valoriale, c’è, ma lo spazio di un partito dipende dal fatto che ci sia un leader in grado di costruirlo. Vale per il centro, di cui da tanti anni si parla ma di cui vediamo sempre di più le ceneri, e anche per il tema ambientale.

Non ritiene che gli italiani sottovalutino il costo della transizione ecologica o ne abbiano una percezione ancora sfuocata?

Esiste sempre un gap tra consapevolezza e disponibilità a pagare. Il quadro di consapevolezza, però, significa che l’opinione pubblica è meno disponibile a fare sconti sul tema, sia alla politica sia all’impresa.

A proposito di spazi politici. Non sappiamo quando valga Fedez in termini di consenso, però è un leader d’opinione ed ha aperto un dominio web lanciando un evidente messaggio politico. C’è spazio anche per lui?

Lo spazio nel campo politico si configura sempre intorno a un leader aggregante e a un’idea che racconta e raccoglie un’esigenza profonda. Come c’è stato spazio per Grillo o per altri personaggi che dal mondo dello spettacolo sono transitati verso la politica, ci potrebbe essere anche per Fedez. Come diceva Mitterrand: “viene eletto colui che racconta al suo popolo quel pezzo di storia che ha voglia di ascoltare in quel preciso momento, a condizione di essere l’eroe di quella storia”. Dipenderà anche da lui, dalle sue intenzioni.

(Federico Ferraù) 

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