Sondaggi politici/ Lega al 24%, Pd segue al 21%. Renzi e Calenda appaiati al 2,5%

- Carmine Massimo Balsamo

Sondaggi politici, le intenzioni di voto aggiornate al 12 agosto 2020: per il 33% l’Italia dovrebbe uscire dall’Ue e dall’euro.

sondaggi politici
Centrodestra a Palazzo Chigi: Tajani, Salvini e Meloni (laPresse, 2020)

Approfonditi i dati di Termometro Politico, è tempo di analizzare i sondaggi politici dell’Istituto Piepoli, che fanno il punto della situazione sulle intenzioni di voto in caso di ritorno alle urne. Nessuna novità degna di nota in termini di “classifica”: primo partito d’Italia resta la Lega, quotata al 24% e in calo dello 0,5%. Subito dietro spazio al Partito Democratico: i dem di Nicola Zingaretti restano ancorati al 21%. A differenza dei sondaggi politici di TP, Piepoli dà il Movimento 5 Stelle sopra Fratelli d’Italia: grillini stabili al 18%, FdI sale al 16%, in crescita dello 0,5%. Forza Italia non va oltre il 6%, mentre c’è da registrare l’esponenziale crescita di Italexit: il nuovo soggetto politico lanciato dall’ex pentastellato Paragone è quotato al 4%. Non ci sono delle buone notizie, invece, per Matteo Renzi e Carlo Calenda: sia Italia Viva che Azione sono dati al 2,5% dei consensi.

SONDAGGI POLITICI: 33% PER USCITA DA UE E DA EURO

Torniamo adesso sui sondaggi politici di Termometro Politico: l’istituto ha chiesto agli italiani un giudizio sull’Unione Europea e sull’euro e ci sono dati a tratti sorprendenti. Un italiano su tre, il 33% per l’esattezza, sarebbe d’accordo nell’uscire sia dall’Ue che dalla moneta unica. Per il 5,4% sarebbe meglio uscire solo dall’Unione Europea, mentre per il 7,4% sarebbe meglio uscire solo dall’euro. Per un italiano su due, il 50,8%, sarebbe meglio non uscire né dall’Europa né dalla moneta unica. Il restante 3,4% ha preferito non rispondere al quesito.

Poi i sondaggi politici di TP hanno acceso i riflettori sulla decisione di mantenere il segreto sui verbali del Comitato Tecnico Scientifico. Per il 41,6%, è stato deciso così perché emergerebbe una impreparazione e sottovalutazione della situazione almeno nella prima fase a febbraio e marzo. Per il 26,1% perché l’emergenza non è finita e gli esperti su un tema così delicato hanno diritto alla riservatezza delle proprie considerazioni. Per il 15% probabilmente perché vi sono considerazioni ritenute troppo allarmanti per l’opinione pubblica, mentre per il 10,2% perché vi sono previsioni catastrofiche palesemente errate di cui non si vuole dare conto. Il restante 7,1% ha preferito non rispondere al quesito.



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