SOUL/ Il nuovo film Pixar rovinato da spiegazioni e messaggi

- Emanuele Rauco

Il nuovo film Disney Pixar, scelto per aprire la Festa del cinema di Roma, sembra avere due grandi limiti che risiedono entrambi nella scrittura

soul film WEB1280 640x300

La costruzione di mondi immaginari impossibili e perfetti è ciò che ha reso grandi i film Pixar: l’universo dei giocattoli in Toy Story, quello degli insetti di A Bug’s Life, le automobili di Cars e i mostri infantili di Monsters & co., fino al futuro inumano di Wall-E e ai meandri della mente umana di Inside Out. In Soul, l’ultimo film della casa di produzione digitale di Disney, è proprio la costruzione a frenare la riuscita del film.

Scelto dalla Festa del cinema di Roma per aprire l’edizione 2020 (con codazzo di polemiche a seguito della decisione di Disney di lanciarlo in streaming e non in sala), il film ha un’idea di partenza che sembra un po’ Inside Out con l’anima e l’Altro Mondo al posto del cervello umano e della psiche. Il protagonista infatti è un aspirante musicista che in molti definirebbero fallito che sta per suonare nella band di una grande jazzista: ma proprio quel giorno cade in un tombino e finisce in coma. Da lì, la sua anima si aggira tra Al di là e limbi vari per cercare di tornare sulla Terra a cogliere quell’occasione.

Scritto da Pete Docter e Kemp Powers (anche registi) con Mike Jones, Soul parte come un’avventura tra i possibili universi che seguono la vita e diventa però una commedia fantasy sullo scambio di personalità e la seconda occasione come tantissime ce ne sono state nel cinema degli anni ’70 e ’80, intrigante solo per il lavoro fatto su New York.

Sono due i grandi limiti del film e risiedono entrambi nella scrittura: da una parte, Soul è un film estremamente ambizioso e adulto, la costruzione del mondo narrativo di cui dicevo è molto articolata, cerca di fondere e smussare concezioni diversissime del post-morte, dello spirito, dell’anima, vuole far convergere mistiche diversissime, ma per farlo deve perdere moltissimo tempo a spiegarlo, sacrificando il divertimento del gioco all’illustrazione delle sue regole; dall’altra, proprio perché pensato per gli adulti – seppure nel tono giocoso e nei colori brillanti – si concentra quasi esclusivamente sul “messaggio”, fa della morale insita in ogni favola l’unico, sottolineato, asfissiante fine del film intero, a scapito della fantasia, della meraviglia.

Basti pensare agli altri film Pixar dalla struttura simile per accorgersi di cosa manca in Soul: una naturalezza d’approccio che trasformava il meccanismo in poesia, il gioco in emozione, mentre qui avviene il contrario ed è un paradosso visto che per tutto il film si usa il jazz e le sue improvvisazioni come metafora della bellezza della vita, musica che ha bisogno di perdersi per rivelare la propria bellezza mentre tutto il film non riesce mai a lasciarsi andare. È indicativo che i momenti migliori siano quelli in cui si abbandona il foto-realismo e l’umanità e si raffigura l’Altrove, i suoi personaggi, i linguaggi possibili dell’animazione e del disegno digitali.

Perché quando l’aderenza alla realtà fisica prende il sopravvento, Docter – a differenza del suo Up – non riesce a renderla magica, sembra girare a vuoto, ha bisogno di facili soluzioni narrative per dare un senso un po’ banale al film. Per tramutarlo da favola in parabola, purtroppo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA