MEETING 30/ 2. O’Callaghan: la mia scoperta sui Vangeli di Qumran

- La Redazione

Come tappa di avvicinamento alla trentesima edizione del Meeting di Rimini oggi proponiamo l’intervento del papirologo JOSÉ O’CALLAGHAN, cui si deve la scoperta del frammento del Vangelo di Marco nella grotta 7 di Qumran

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Eccellentissimi signori e cari amici, anzitutto desidero esprimere la mia gratitudine agli organizzatori di questo importante “Meeting per l’amicizia tra i popoli”, per l’onore che mi è stato fatto di concludere le riunioni con le mie modeste parole, a riguardo della mia identificazione di un frammento di papiro, della grotta 7 di Qumran come un pezzo del vangelo di Marco 6, 52-53.

 

In questa occasione chiedo che mi si permetta di fare un po’ di storia dei miei lavori di identificazione. Devo confessare che non avevo mai avuto la pretesa di rintracciare un frammento neotestamentario, nella grotta 7 di Qumran. Il mio contatto con questa grotta si dovette al fatto che stavo redigendo un catalogo dei papiri greci dell’Antico Testamento. Poiché in quella grotta erano già stati identificati due papiri della LXX, dovevo interessarmi di quelli, e così sono entrato nella grotta 7 di Qumran.

Diciannove sono i frammenti rintracciati in questa grotta. In realtà i pezzi di papiro sono ventuno, ma il numero diciannove comprende tre blocchi di terra grigiastra mescolata con ghiaia e solidificata, sopra la quale i frammenti di papiro hanno lasciato la loro impronta, come conseguenza di un prolungato contatto. Pertanto il bilancio di questa grotta è alquanto insignificante e, all’apparenza, di scarsissimo interesse letterario. Senza alcun dubbio c’è qualcosa di molto importante di cui tener conto: tutti i frammenti sono di papiro e per di più scritti su di una sola facciata. Conseguentemente si tratta di pezzi di rotolo e non di codice, il che depone a favore dell’antichità dei frammenti.

Fra tutti i papiri di questo modesto insieme attirò la mia attenzione particolarmente quello catalogato col numero cinque. Devo confessare, come umile figlio di Sant’Ignazio di Loyola, che ho la mia “passione dominante”. Essa consiste, nell’ambito della mia specializzazione, nell’identificazione di piccoli frammenti disparati. In questa occasione mi lasciai trasportare di nuovo da questa mia curiosità scientifica e, in conformità con l’edizione ufficiale, supposi che si trattasse di una genealogia. Effettivamente nella linea quattro del detto frammento si legge: nnes, che potrebbe verosimilmente esser parte della parola egennesen, la cui radice, anche nelle nostre lingue, significa generare. Dopodiché, con pazienza di certosino, rintracciai tutti gli innumerevoli passi dell’Antico Testamento in cui si sarebbe potuto trovar testimonianza della detta radice, ma mi vidi obbligato a desistere, poiché in nessuno di essi si trovava la concordanza di lettere che rendesse accettabile l’identificazione.

Ero sul punto di abbandonare il mio impegno di identificazione di detto frammento, quando, più per reagire alla delusione del momento che per vera convinzione scientifica, osai verificare se nel Nuovo Testamento potesse esserci qualcosa di corrispondente ai frammenti conservati in questo papiro. Anche la ricerca genealogica nel Nuovo Testamento si rivelò infruttuosa. Tuttavia ad un certo punto mi venne l’intuizione di supporre che il gruppo nnes avrebbe potuto far parte della parola Gennesaret, però il lago o territorio di Gennesaret si incontra una sola volta in tutto l’Antico Testamento: primo dei Maccabei 11, 67.

Per contro nel Nuovo Testamento incontrai un passo nel quale esisteva una corrispondenza perfetta sia al gruppo delle lettere di Gennesaret, sia alle altre caratteristiche del detto frammento di papiro: uno spazio di separazione nella linea tre per dividere due sezioni del testo, la seconda delle quali con inizio kai (equivalente alla congiunzione copulativa e). Effettivamente in Marco 6, 52-53, col versetto 52 termina la narrazione del miracolo di Gesù che cammina sulle acque e con il versetto 53 inizia quella delle guarigioni di Gennesaret. Si tenga presente che questo nuovo periodo comincia con la congiunzione e, peculiare dello stile di Marco. Il frammento che viene riferito è il seguente: «In realtà non avevano ben capito il fatto dei pani, perché il loro cuore era indurito» (versetto 52). Il versetto 53 inizia così: «E avendo concluso la traversata giunsero a Gennesaret e sbarcarono».

Personalmente cercai di dimenticarmi di questa identificazione perché la consideravo io per primo inaccettabile. E dopo aver lavorato nella biblioteca del Biblico, tornai nella mia stanza, nella quale poco dopo entrò un mio collega tedesco, a cui timidamente proposi la possibilità di aver rintracciato un papiro di Marco databile all’anno 50. Immediatamente mi interruppe dicendomi: «È impossibile!». Mi mancava solo questo per perdere ogni coraggio; lasciai il mio lavoro ed andai ad ossigenarmi per le bellissime strade della Roma antica. Non volevo più pensare alla ventura corsa circa la recente identificazione.

Non volevo più pensare, ma di fatto non potevo evitarlo. E se per un caso fortuito tutto quello era vero? Io proseguivo nei miei lavori accademici all’Istituto Biblico, le mie lezioni, i miei seminari, ma quasi un’ossessione si impadroniva di me a cui resistevo. Infine dopo una settimana tornai con maggior calma a verificare l’identificazione e di nuovo riscontrai la coincidenza di lettere ed altri aspetti paleografici con il frammento di Marco. Poi andai a trovare quello che allora era Rettore del Biblico, attualmente Cardinale e Arcivescovo di Milano, Mons. Carlo Maria Martini, a cui proposi la mia possibile identificazione. In quel momento egli aveva una riunione, ma mi chiese che gli presentassi una sorta di bozza del mio lavoro, manifestando, come era ovvio, una certa sfiducia nella mia ricerca.

Il giorno seguente, era domenica, lo ricordo perfettamente dato che stavo lavorando nella mia stanza, mi si presentò in camera con la bozza che gli avevo consegnato e con molta circospezione e prudenza scientifica mi propose obiezioni al mio lavoro a cui era necessario che rispondessi. Dopo questa conversazione Mons. Martini decise che il mio lavoro fosse sottoposto alla supervisione di svariati docenti del Biblico, i quali non opposero alcuna seria difficoltà alla pubblicazione del mio articolo. Con grande prudenza e circospezione scientifica Mons. Martini, ascoltato il parere favorevole dei miei colleghi del Biblico, volle conoscere l’opinione di un eminente specialista di papirologia dell’Università italiana. Perciò andai a Trieste a confrontare i miei lavori con il Professor Sergio Daris, a cui una volta di più sono grato per la gentilezza e per la competenza.

Discutemmo l’argomento circa sei ore e, dopo il suo parere favorevole, ritornai a Roma. A questo punto il Rettore del Biblico autorizzò la pubblicazione dei miei lavori, che furono pubblicati fra le ipotesi, come un suggerimento scientifico, data l’estrema delicatezza dell’argomento in essi trattato.

Immediatamente dopo la pubblicazione del mio articolo nella Rivista Biblica, l’organo scientifico del nostro Istituto Biblico, lasciai Roma ed andai a Barcellona per evitare l’assalto dei giornalisti.

Ma due giorni dopo il mio arrivo nella città, dove desideravo rimanere ignoto a tutti, mi si presentò un gruppo della televisione Nord-Americana, che voleva farmi un’intervista per gli Stati Uniti. Da quel momento tutto fu un calvario per me, che sono un uomo tranquillo e dal lavoro nascosto. Subii innumerevoli interviste di giornalisti spagnoli e stranieri che non sempre, nonostante la loro buona volontà, espressero nelle loro cronache ciò che il povero specialista diceva, e che non poche volte, alla ricerca del sensazionalismo del momento, esageravano oltre ogni misura. Oggigiorno è impossibile evitare l’intromissione dei mezzi di comunicazione sociale, ma perché vi rendiate conto dell’obiettività dell’informazione, posso ricordare un giornale della sera di Barcellona che, con grandi titoli, annunziava ai quattro venti: “Padre O’Callaghan ha scoperto un papiro di Marco anteriore a Gesù Cristo (!!!)”. Noi che lavoriamo in campo scientifico siamo uomini che di solito amiamo la nostra intimità e preferiamo essere lasciati in pace con i nostri pensieri ed indagini. Disgraziatamente nel mio caso fu tutto il contrario. In molte parti del mondo si diffuse la notizia e frequentemente con evidenti esagerazioni ed imprecisioni incommensurabili.

Le reazioni nel mondo culturale seguirono tre orientamenti ben definiti: gli entusiasti della mia identificazione, gli indifferenti che con giusta prudenza cercavano di saperne di più per decidere ed infine i nemici acerrimi la cui posizione io ho sempre rispettato quantunque talvolta abbia lamentato che gli attacchi non si siano mantenuti ad un livello strettamente accademico. È fuori di dubbio che quando si propone una teoria scientifica nuova, opposta ad una opinione universalmente accettata, è necessaria una adeguata polemica per chiarire gli elementi che si propongono nella teoria e verificare se la proposta scientifica stia a galla oppure no; per questo esprimo il mio ringraziamento a quanti con i loro apporti contribuirono a chiarire la mia teoria.

Attualmente sono passati già molti anni, quasi 20, dal momento in cui comparve la mia proposta. Molti articoli sono stati pubblicati e si sono fatte molte verifiche informatiche per dimostrare la legittimità delle mie proposte. Credo con buona coscienza di poter dire che la mia umile proposta conserva la sua iniziale validità e ricorderò qui le parole del Professor Carsten Peter Thiede nella sua benemerita opera: «In base alle regole del lavoro paleografico e di critica testuale, è certo che 7Q5, la sigla del papiro della grotta 7 di Qumran, è Marco 6, 52-53, il più antico frammento conservato di un testo del Nuovo Testamento, scritto attorno al 50, e sicuramente prima del 68». E che il passo come tale non provenga da una raccolta formata prima di Marco, ma presupponga un vangelo già completamente terminato, era già stato affermato giustamente dallo stesso Kurt Aland, prima che cercasse di confutare l’identificazione del frammento senza tener conto delle sue principali caratteristiche.

Anche in questo caso non dobbiamo prescindere da un periodo di trasmissione orale precedente la formazione dei vangeli ma, come correttamente annota il Card. Martini, «sarebbe forse necessario considerare il tempo della “tradizione orale” del materiale evangelico come un po’ meno lungo di quanto non si supponesse oggi da parecchi critici. Così, pur senza mutare il quadro sostanziale che riallaccia l’origine dei vangeli ai ricordi degli apostoli e alla loro predicazione orale, si potrebbe pensare ad esempio che si cominciò a mettere per iscritto tale predicazione già durante il secondo decennio dopo la morte di Gesù».

Possiamo a questo punto chiederci: “A che punto è, attualmente, l’accettazione della mia teoria?”. Posso dire che il prossimo mese di ottobre, nell’Università cattolica di Eichstätt in Germania, si terrà un simposio internazionale in appoggio alla mia proposta. Fino a questo momento sono già tredici i professori che hanno promesso la loro presenza e che proporranno comunicazioni sopra la questione del 7Q5. Senza stare a citare i nomi, posso con certezza nominare le Università o i centri di studio che saranno rappresentati limitandomi a citare le città: Bonn, Eichstätt (due docenti), Gerusalemme, Lucerna, Monaco, Offenburg, Tubinga (due docenti), Uppsala, Vienna, Wupertal, Princeton (USA). Si aspettano ancora altre collaborazioni, ma dato che non sono sicure preferisco non nominarle. Mi permetto di citare alcune parole di Tommaso Ricci su questo simposio: «Il prossimo ottobre, nel cuore della Baviera, attorno alla sigla 7Q5 si daranno battaglia studiosi di ogni parte del mondo. Una battaglia il cui sottofondo è molto di più che una questione di papiri e di date».

E qual è questo sottofondo che supera aspetti cronologici e paleografici? La vera questione di tutta questa problematica è la seguente: se la tradizione orale è molto lunga, le impressioni che gli uomini vanno trasmettendosi corrono il pericolo di modificare la realtà degli avvenimenti iniziali: questo lo sappiamo per esperienza personale. Si tende ad esagerare peggiorando o migliorando la figura del personaggio in oggetto e così, trattandosi di Gesù, un uomo di doti umane straordinarie (questo l’accettano tutti), dopo una serie di mutamenti di impressioni e trasmissione di avvenimenti della sua vita, quell’uomo si trasforma a poco a poco in un Dio e si passa da una categoria umana fuori serie ad un piano di divinità nel quale Cristo non è soltanto un uomo ma anche Dio. Conseguentemente la divinità non si afferma in virtù di credenziali originarie ma per dilatazione di racconti formatisi nella primitiva comunità cristiana. Per contro, se ora abbiamo un papiro di Marco dell’anno 50, risulta che solo a pochi anni dalla sua morte ci viene riferito dei miracoli del Signore da parte di autori che l’hanno visto personalmente o almeno ne hanno udito parlare da testimoni oculari o auricolari.

Credo che a questo proposito risultino molto opportune le parole del Professor Albert Vanhoye, ex Rettore dell’Istituto Biblico ed attuale Segretario della Pontificia Commissione Biblica: «Come sempre purtroppo accade, ogni volta che ci si avvicina alle fonti che storicamente provano la verità della fede, si grida allo scandalo; e tutte le volte invece che le ricerche dicono il contrario vengono accolte con grandissimo favore. Le critiche che O’Challaghan dovette subire, furono tremende. Le sue scoperte indispettirono molto i biblisti: era dato per scontato che dalla morte di Cristo alla stesura del Vangelo di Marco, fossero passati quarant’anni. Scoprire invece che ne passarono meno di venti, manderebbe all’aria tutta l’esegesi neotestamentaria».

Sembra conveniente concludere con le giuste parole del mio collega del Biblico, Professor Ignace de la Potterie: «La distinzione dell’esegesi moderna fra il Cristo della fede e il Cristo della storia verrebbe messa in crisi. E teniamo presente che il Vangelo di Marco è quello che più esalta la divinità di Cristo con la sua potenza miracolosa».

È opportuno ormai che ponga fine alle mie povere parole, ringraziandovi per la vostra amabile attenzione. Devo dire che per me è una grande consolazione poter rivolgermi a questa grande assemblea, dove ci sono tanti giovani. Il titolo del Meeting di quest’anno affronta il tema della libertà della persona, che nel Cristianesimo raggiunge la sua piena realizzazione, ed è precisamente a Cristo che dobbiamo questa totale liberazione. Personalmente, dopo lunghi anni di silenzio e incomprensioni, sono molto contento che i miei lavori ci permettano di avvicinarci al Cristo amico. Non ho mai preteso di fare apologetica nelle mie ricerche, non posso però nascondere la mia soddisfazione, perché i miei lavori e fatiche hanno potuto servire a conoscere meglio la straordinaria figura del Dio incarnato, Gesù di Nazareth.

(José O’Callaghan, Meeting di Rimini 1991)

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