MEETING 30/ Shaath e Shalom: Israele e Palestina insieme per la pace in Terrasanta

- La Redazione

Riproponiamo oggi gli interventi di NABIL SHAATH e SILVAN SHALOM, rispettivamente ministro degli Esteri della Palestina e di Israele tenuti al Meeting di Rimini del 2004

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Nabil Shaath: Desidero innanzitutto ringraziare calorosamente tutti, tutti coloro che mi hanno permesso di essere qui con voi oggi, il mio caro amico Franco Frattini, tutti coloro che hanno organizzato questo splendido Meeting di Rimini, il Primo Ministro di San Marino, il signor Piatti, tutti, tutti meritano i miei più profondi ringraziamenti, per avermi dato questa splendida opportunità.

Ho la possibilità di rivolgermi a un pubblico più ampio e più disposto a costruire qualcosa al quale io mi sia mai rivolto. Mi piace questa splendida città, una città che è stata distrutta pesantemente dalla guerra, ed è stata ricostruita; adesso abbiamo una bellissima spiaggia lungo Rimini, e abbiamo qui la sede di Comunione Liberazione, una sede per tutta l’umanità; ci dà speranza, è piena di creatività questa città e ci consente di raggiungere ciò che è inaspettato, al di là di qualsiasi speranza. “Il nostro progresso non consiste nel presumere di essere arrivati, ma nel tendere continuamente alla meta”. Questo slogan è splendido, questo insistere, questa speranza, questa creatività, questa umanità e questo amore per la vita, questo amore per l’umanità, è tutto quello che mi ha portato a Rimini, per coinvolgervi in quelli che sono i nostri problemi difficili, l’ottenimento della pace nella Terrasanta.

Io vengo dalla Terrasanta, vengo da una Terrasanta in agonia, una Terrasanta che soffre, una Terrasanta colpita dalla guerra e dalla distruzione, vengo dalle splendide Betlemme e Gerusalemme, e da tutti quei siti storici che vengono menzionati nella Bibbia. Io spero che la mia venuta qui possa avvicinarci, anche solo di un passo, alla pace in Terrasanta. Devo riconoscere, davanti a voi, che esiste un legame che lega me, personalmente, e tutti i Palestinesi, all’Italia e agli Italiani; si tratta di un legame di amore e amicizia. Raggiungere la pace in Terrasanta è l’obbiettivo più importante per i Palestinesi, gli Israeliani, gli Arabi, i cittadini del Mediterraneo, in effetti per tutti i cittadini del mondo.

So che il nostro non è l’unico problema del Medio Oriente, ce ne sono altri, e l’Italia si è impegnata nel tentativo di risolvere molti dei problemi esistenti nel Medio Oriente, però c’è un aspetto strategico, un aspetto di grande importanza e di forte simbolismo, circa la guerra che viene condotta in Terrasanta, ed è la soluzione a quel problema che contribuirà a risolvere il tema dei rapporti fra i fedeli delle tre grandi fedi monoteiste: il cristianesimo, l’ebraismo, l’islam. Potremo così aprire le porte alla pace, alla sicurezza e alla prosperità, in tutta la regione del Medio Oriente e quindi anche del Mediterraneo.

È stato per noi un motivo di grande piacere arrivare alla firma degli accordi di Oslo. Dal nostro punto di vista è lì che è iniziata la strada della pace e senza dubbio grossi sono stati i passi avanti realizzati all’epoca. Innanzitutto mi è stato possibile tornare nel mio Paese dopo quarant’anni di esilio, e molte altre istituzioni palestinesi hanno potuto ritornare in Palestina e hanno potuto ricostruire questo nostro Paese.

So che Israele ha potuto compiere passi importanti, riallacciando rapporti e ottenendo il riconoscimento di molti paesi nel mondo, dalla Cina al Senegal; questo dopo aver firmato gli accordi con la Palestina. So che c’erano stati dei primi germogli di rapporti tra Israele e Palestinesi, e molti paesi arabi hanno avviato relazioni con Israele solo dopo la firma degli accordi di Oslo tra Palestinesi e Israeliani. In seguito all’accordo firmato ad Oslo, i Palestinesi e gli Israeliani, per la prima volta hanno potuto parlare di sicurezza, dopo molto tempo. Ancora questo processo, però, non si è completato e di conseguenza, dal momento che non c’è ancora un accordo definitivo, noi siamo di nuovo impegnati in un confronto con conseguenze sanguinose, per il mio popolo, ma sono certo con conseguenze sanguinose anche per Israele.

Il nostro è un problema molto speciale e vorrei brevemente discutere con voi di alcune soluzioni, di alcuni strumenti che potremmo utilizzare per superarlo. Però ritengo di dover iniziare menzionando, innanzitutto, un grave problema umanitario, problema che tutti i Palestinesi sentono fortemente nel loro corpo, nel loro sangue. A causa del confronto ci sono diverse migliaia di prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane. Mille di questi settemila prigionieri sono prigionieri cosiddetti “amministrativi”, che possono essere trattenuti per un periodo infinito, senza che contro di essi sia stata formulata alcuna accusa specifica. Durante il periodo di occupazione, da parte di Israele, della Cisgiordania, nel 1967, centinaia di migliaia di prigionieri palestinesi sono stati catturati da Israele e detenuti nelle carceri israeliane, in tutti questi anni. Questi prigionieri sono stati incarcerati nella carceri israeliane in violazione della Convenzione di Ginevra; le loro vite non sono sicuramente felici, anzi, conducono una vita molto, molto difficile. In gran parte si tratta di giovani donne e giovani uomini che devono subire difficili condizioni di vita, umiliazioni, a volte sono costretti a spogliarsi per essere perquisiti, non possono vedere i parenti, i familiari, vengono demonizzati, e adesso sono in un periodo di sciopero della fame, è la loro seconda settimana di sciopero della fame. Non vogliono chiedere di essere liberati domani, la loro richiesta è di essere trattati nel modo corretto, come esseri umani, con una propria dignità di esseri umani che sono prigionieri politici. Io invito il Ministro Shalom e i ministri israeliani a parlare con loro, ad ascoltare le loro richieste, a migliorare seriamente le loro condizioni, prima che sia troppo tardi, e alla fine di liberarli. Lasciate che questi prigionieri siano liberi, perché vogliamo libertà per tutti nel Medio Oriente.

Per ritornare alla mia prima introduzione. Sapete, noi siamo un caso molto difficile: abbiamo due popoli che avanzano richieste sulla stessa Terrasanta. Non è lo Stato tipico di un paese coloniale. Il colonialismo ormai è finito ovunque nel mondo e, tuttavia, i nostri popoli e il nostro popolo è ancora a soffrire sotto l’occupazione ed è minacciato in quella che è la propria esistenza. Abbiamo i coloni che cercano disperatamente di accaparrarsi ogni appezzamento di terreno; casi di questo tipo, soprattutto quando ad essi si aggiungono toni estremisti, etnici e religiosi, diventano cronici e diventano difficili da risolvere, come in Sudafrica, come in Irlanda del Nord, come a Timor Est, come a Cipro, come in Bosnia, come in Kosovo. E questi casi hanno bisogno di un approccio particolare. In una situazione di questo tipo, che è cronica, che però a volte prende dei risvolti acuti, così come sta accadendo oggi, c’è bisogno di una soluzione di lungo termine. Molte sono state le soluzioni avanzate: i Sudafricani hanno scelto di avere un solo Paese per tutta la popolazione, per i coloni e per gli indigeni, e abbiamo visto il successo di questo unico Paese in Sudafrica, una splendida esperienza. Abbiamo visto un’unità del tutto simile, e i primi successi ottenuti nell’Irlanda del Nord. Ma vediamo anche divisioni e vediamo l’emergere di due stati altrove, ad esempio nell’ex Jugoslavia, come nel sottocontinente indiano, o a Cipro, che si stanno muovendo verso una soluzione federale all’interno di un unico paese.

Noi è questa la strada che abbiamo scelto, almeno all’inizio, ci siamo rifiutati di dividere il paese. È un po’ come la storia della vera madre del Re Salomone, la madre che non voleva vedere il proprio bambino diviso in due, lacerato, e tuttavia abbiamo visto che è impossibile raggiungere questo obbiettivo, è molto difficile avere un solo paese per entrambi, Israeliani e Palestinesi, e pertanto non ci sono altre soluzioni se non l’esistenza di due paesi: l’uno che viva a fianco dell’altro in pace. Per quanto difficile sia questa divisione, a volte occorre dividere il paese, per risparmiare il bambino, per risparmiare e avere un futuro migliore. Ma avere due stati l’uno accanto all’altro significa porre fine all’occupazione dell’uno nei confronti dell’altro, occorre porre fine ai nuovi insediamenti che si accaparrano continuamente territori. Il piano di divisione delle Nazioni Unite, del 1947, dava ai Palestinesi il 44% del territorio della Palestina. Dopo trentadue anni, con ulteriore occupazione da parte di Israele, siamo arrivati solo al 22% del territorio della Palestina e oggi, con l’attività dei coloni e dei nuovi insediamenti e la costruzione delle barriere di sicurezza, delle zone di sicurezza, delle strade di sicurezza, Israele sta parlando di concederci soltanto il 50% della striscia di Gaza della Cisgiordania e questo significa solo l’11% del territorio storico della Palestina.

Noi vogliamo la terra per la pace, noi vogliamo due Stati, uno a fianco dell’altro, in pace, sicurezza, sullo stesso piano di uguaglianza. Noi vogliamo che questi due Stati siano vitali, vogliamo vivere in pace, insieme, e vogliamo risolvere il problema dei profughi. Il presidente Bush, nel 2002, ha riconosciuto che non ci può essere altra soluzione, a meno che questa non si basi sull’esistenza di due Stati, con una Palestina autonoma, indipendente, libera e sovrana, ponendo fine all’occupazione israeliana, iniziata nel ‘67, riconoscendo il diritto di Israele a vivere in pace, ad esistere e ad essere Stato sovrano e costruendo una vita per entrambi questi paesi con sicurezza. Ebbene, questo è un obbiettivo che noi riconosciamo. È un obbiettivo che l’Europa riconosce, e che l’Italia, nell’incontro di Venezia del 1980, con l’Unione europea riconosce, e da allora l’Europa ha fatto del proprio meglio per fare sì che questo obbiettivo venga conseguito.

La soluzione non è impossibile, abbiamo dimostrato, a noi stessi e al mondo, con la firma degli accordi di Oslo, che possiamo sanare le nostre ferite, che possiamo deporre le armi, che possiamo allungare la mano e vivere in pace. Lo dobbiamo fare, non abbiamo alternative, abbiamo anche gli strumenti per farlo. Franco ne ha parlato, c’è una Road Map, riconosciuta da tutta la comunità internazionale. E non dipende solo dagli Stati Uniti, dipende anche dall’Europa, dalla Russia, dalle Nazioni Unite. Questa Road Map prevede un piano estremamente chiaro, inizia con il porre fine alla violenza da parte di entrambe le parti, allo stesso tempo, e prosegue per fasi progressive, fino ad arrivare alla fine di ogni terrorismo, fino ad arrivare alla fine di tutte le attività di insediamento, raggiungendo il ritiro di Israele e il ritorno al tavolo negoziale, con degli osservatori internazionali. Noi saremmo ben lieti se questi osservatori venissero dall’Italia, perché noi abbiamo fiducia nell’Italia, abbiamo fiducia nell’Europa e vorremmo che l’Europa svolgesse un ruolo più significativo. L’Europa ha raggiunto un certo equilibrio, ha determinate responsabilità e per questo auspichiamo un ruolo più significativo, ma l’Europa ha anche sofferto, ha sofferto due guerre mondiali di agonia e l’Europa non consentirà nessun nuovo olocausto. Non consentirà nessuna persecuzione contro alcun popolo, perché l’Europa crede nel diritto dei popoli all’autodeterminazione.

È proprio per questo che vorrei, davanti a voi, in questa sala, ribadire che noi palestinesi, e l’Autorità Palestinese, ci impegniamo a favore di una pace giusta e duratura; ci impegniamo all’attuazione della Road Map, ci impegniamo a raggiungere un cessate il fuoco, ci impegniamo a por fine alla violenza, accettiamo l’invio di osservatori internazionali e vorremmo ritornare al tavolo negoziale, al più presto. Noi ci impegniamo a creare una democrazia che consenta ai nostri cristiani, ai nostri musulmani di vivere insieme ai vicini ebrei, e vogliamo sviluppare una società della tolleranza, vogliamo che Betlemme e Gerusalemme siano accessibili a tutti i pellegrini del mondo. Vorremmo una nuova opportunità di costruire le nostre istituzioni, di tenere libere elezioni. Diamo il benvenuto alla promessa fatta da Franco Frattini, a nome dell’Europa, di stare al nostro fianco, di appoggiarci, di poter ritornare alla pace. Io tornerò in Palestina portando con me queste parole calorose, porterò con me questa presenza e questa promessa di pace che tutti avete formulato oggi. Grazie.

Silvan Shalom: Grazie, desidero ringraziare il Ministro Berardi di San Marino e gli organizzatori del Meeting per la loro calorosa ospitalità e per averci permesso di essere qui, a discutere di quelli che sono gli urgenti bisogni del Medio Oriente. Desidero ancora ringraziare il mio caro amico Franco Frattini, per il suo invito e per i suoi sforzi che hanno consentito la mia partecipazione. Franco è sempre stato un amico di Israele e un amico della pace. E sono lieto di poterti di nuovo incontrare Franco e poter continuare a profondere insieme uno sforzo, per raggiungere la pace nella nostra regione. Sono certo che non potremo trovare un accordo su tutti i punti, ciò nondimeno è importante stabilire una piattaforma di fiducia, istituire una struttura di dialogo che consenta di affrontare quelle che sono le reciproche preoccupazioni e quelli che sono i nostri bisogni, in modo da fare sì che a trarne vantaggio siano i nostri cittadini.

È un grande piacere poter partecipare a questo Meeting; le preoccupazioni condivise da tutti i partecipanti, qui, per il futuro del mondo, per il benessere del Medio Oriente, sono per me motivo di grande forza e incoraggiamento. Venendo qui a Rimini so che sono tra amici. Vedo molti giovani in questo Auditorium, il che mi dà speranza per il futuro. Con queste giovani generazioni noi possiamo nutrire speranza per un futuro migliore, in Europa e in Medio Oriente. Franco, ancora una volta, grazie per l’invito.

I legami fra tanti milioni di europei con la Terrasanta creano un vincolo speciale fra di noi. La visita di Sua Santità Giovanni Paolo II in Israele, nell’anno 2000, per molti cittadini di Israele è stato uno dei momenti più significativi nella nostra storia nazionale. La visita del Santo Padre in Israele, la visita in Terrasanta, è stata una visita di pace, una visita di speranza, una visita per il futuro, per le tre religioni monoteiste, per i cristiani, gli ebrei e i musulmani. Israele è orgoglioso della propria storia, è orgoglioso di aver mantenuto la libertà di fede per tutte le religioni, e continuiamo a garantire la sicurezza e santità dei siti religiosi per tutte le fedi, in Terrasanta.

Quale credente, io sono certo che le tre religioni monoteistiche abbiano una missione, che è quella di raggiungere la pace, di garantire la comprensione fra tutti i popoli. C’è così tanto che ci unisce e in modo particolare la nostra fede, la nostra fede in quella che è la santità della vita umana. Io sono convinto, pertanto, che le religioni possano e debbano essere una forza che portino al bene, nella nostra regione e nel mondo. Coloro che usano le religioni per portare avanti un ordine del giorno politico, di distruzione, sono i nemici di tutti noi e non fanno che produrre sofferenza; là dove, invece, dovrebbero esserci speranza e opportunità per tutti. La mia preghiera è che questo dibattito, che si tiene qui a Rimini, possa inviare un messaggio di genuina fratellanza, di vera comprensione fra popoli, che possano aiutarci a portare la pace, a garantire la sicurezza e a garantire il benessere dei nostri popoli e della nostra regione.

I cittadini dell’Europa, naturalmente gli italiani, che hanno avviato questo dibattito sul futuro del Medio Oriente, hanno fatto una cosa giusta. In Israele vediamo l’Italia e l’Europa, come nostri interlocutori naturali. Noi condividiamo una storia culturale e intellettuale comune e condividiamo valori comuni, abbiamo molti punti in comune. Condividiamo gli stessi valori di democrazia, lo stato di diritto, parità di diritti e condividiamo con l’Europa anche obbiettivi comuni di pace, sicurezza, di opportunità economica e sviluppo; esistono inoltre vastissimi scambi commerciali e rapporti economici. Israele è l’unica democrazia nella regione medio-orientale e l’Europa ha così tanto in comune che ci sono anche coloro che credono che Israele debba unirsi all’Unione europea.

Da quando sono stato nominato Ministro ho cercato di rafforzare il legame fra Israele e l’Europa. Periodicamente incontro i leader europei, parlo loro, anche regolarmente al telefono. Esiste un momento in questa fase attuale che è di grande rilevanza, e questi sforzi vengono portati avanti anche a livello governativo. Sono stati firmati degli accordi fra Israele e l’Europa e stiamo portando avanti un dialogo strategico. Una delegazione europea è in questo momento in Israele, e proprio mentre stiamo discutendo, questa delegazione discute proprio dell’adesione di Israele a quello che è il programma degli stati vicini all’Europa.

Al contempo, però, a livello pubblico, i nostri rapporti, invece, soffrono. I nemici di Israele stanno cercando di minare quelli che sono i rapporti fra l’Unione europea e Israele. Di grande preoccupazione per noi è l’emergere di sentimenti antisemiti in Europa. Questa ondata di antisemitismo, negli ultimi quattro anni, è la più forte, tra fenomeni simili, a cui abbiamo assistito, a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Abbiamo questa ondata che sta diventando sempre più forte, ci sono gli attacchi; stereotipi e pregiudizi stanno facendosi strada all’interno di quello che è il dialogo dell’opinione pubblica. L’antisemitismo è un pericolo molto forte nei confronti degli ebrei e nei confronti delle loro comunità, in tutto il mondo, e inoltre conduce all’ostilità nei confronti dello Stato di Israele. Il che mette in pericolo i nostri sforzi diplomatici che vogliono arrivare a pace e sicurezza per i nostri cittadini. Israele s’impegna a fare tutto quanto in suo potere per combattere contro questi nemici. Abbiamo bisogno del vostro aiuto. Che vivano a Parigi, a Gerusalemme o Stoccolma o ancora a Istanbul, noi vogliamo che gli ebrei possano condurre normalmente le proprie vite senza paura di attacchi verbali o fisici, ma aggiungerei qualcos’altro. Questa ondata di ostilità nei confronti degli ebrei e nei confronti dei loro diritti fondamentali in quanto individui e anche nei confronti della loro nazione, questa ondata non rappresenta una sfida solo per Israele e il mondo ebraico, ma è una sfida pesante per la comunità internazionale nel suo complesso. Se gli ebrei non possono pregare in sinagoga, senza paura, le società europee sono anch’esse in pericolo.

Nei miei incontri con i responsabili dell’Unione europea io ho suggerito la creazione di un comitato interministeriale Israele-Unione europea, per combattere l’antisemitismo, il razzismo e il terrorismo. Questi fenomeni sono tutti correlati e si autoalimentano reciprocamente; è fondamentale, pertanto, che questi fenomeni siano affrontati insieme. Io sono convinto che la stragrande maggioranza dei cittadini europei condivida quello che è il nostro rifiuto nei confronti dell’antisemitismo. Nelle mie conversazioni con i Ministri degli Esteri, con i Primi Ministri, con i Presidenti Capi di Stato e di Governo di tutto il continente, ho potuto riscontrare che c’è una forte volontà di aiutarci. In effetti, molti governi europei, fra cui la Francia, l’Italia e altri, hanno adottato iniziative concrete per poter affrontare questo problema.

Al contempo, ancora altro resta da fare. Esiste realmente la necessità di azioni concrete e immediate, in modo particolare nel campo dell’istruzione delle generazioni più giovani; abbiamo inoltre bisogno di cambiare i termini del dibattito su Israele. Israele e gli ebrei vengono prontamente incolpati di qualsiasi problema, all’interno di questo processo di pace e questo è terribile, ed è fonte di vera preoccupazione. Questa ondata di antisemitismo e di incitazione all’antisemitismo, presente oggi nel mondo arabo, sta diventando un problema strategico, avvelena il dibattito pubblico su Israele, nel mondo arabo e anche in Europa. Spetta ai leader morali e politici di qualsiasi società, senza aspettative, guidare i popoli allontanandoli da queste culture, misculture di fede, evitando queste ondate di antisemitismo contro Israele e gli ebrei, che chiudono gli occhi e le menti alla possibilità della pace, per sostituirla con una cultura di tolleranza. Servono espressioni concrete di collaborazione, serve uno scambio che va costruito, all’interno dei mezzi di comunicazione e con i governi; l’istruzione, la scienza, il mondo economico, devono essere utilizzati per rafforzare il messaggio di tolleranza e di aspettativa.

Noi non possiamo limitarci a smantellare le infrastrutture del terrore, dobbiamo altresì costruire un’infrastruttura di pace. Nei miei innumerevoli incontri con i leader arabi trasmetto sempre un messaggio, nel senso che è nell’interesse della nostra regione normalizzare i rapporti, porre fine a queste ondate di antisemitismo dei mezzi di informazione contro Israele, e lo faccio sulla scena internazionale, nelle sedi internazionali e all’interno delle Nazioni Unite; dovremmo, invece, concentrarci nella costruzione di un ambiente che respinga l’antisemitismo e che dia reale potere a coloro che vogliono la pace. Io spero che quando si riunirà di nuovo il Meeting sarà stato possibile aver fatto passi avanti, reali, verso il raggiungimento dell’obbiettivo della pace e della tolleranza.

Abbiamo la possibilità di farlo. La risposta internazionale al terrore e agli attacchi terroristici dell’11 settembre, insieme alla guerra condotta dagli Stati Uniti in Iraq, all’interno della quale anche l’Italia ha svolto un ruolo importante e incoraggiante, hanno avviato il Medio Oriente sulla strada di un grande cambiamento. L’ambiente strategico, nella nostra regione, è diverso oggi, rispetto a quello che era un anno fa, laddove il terrore, nel Medio Oriente, era tollerato e persino compreso e appoggiato, ora esiste un consenso internazionale, una mobilitazione internazionale contro questo terrore. Dal punto di vista tattico il terrorismo ha ancora un fortissimo impatto, ma dal punto di vista strategico è ormai in una fase di guerra difensiva.

Adesso abbiamo la possibilità di cambiare la regione, di cambiarla in meglio. L’inizio del cambiamento comincia a essere visibile; in regioni dove sarebbe stato impensabile – ad esempio la Libia -, si comincia a parlare di ammodernamento, di riforme, sempre più spesso. Queste possibilità devono essere colte appieno. Con le enormi difficoltà che le società si trovano a dover affrontare in tutto il Medio Oriente e che, forse, poco hanno a che vedere con il conflitto arabo-israeliano, è chiaro, a tutti noi, che la pace fra Israele e i suoi vicini potrà contribuire a rendere la regione medio-orientale un luogo migliore per tutti i popoli che vi abitano. Voglio assicurarvi di una cosa: lo Stato di Israele cerca di vivere in pace con tutti i suoi vicini.

Dalla sua indipendenza, cinquantasei anni fa, Israele si è sviluppato, nonostante la guerra e l’ostilità che lo hanno circondato, e si è sviluppato fino a diventare un Paese moderno, prospero, un Paese democratico di più di sei milioni di abitanti. Per noi la pace è un valore in quanto tale, è al centro delle nostre preghiere, al centro del linguaggio che noi utilizziamo. Io mi chiamo Shalom e Shalom vuol dire pace. La nostra storia è chiara, laddove c’è un vero interlocutore di pace, la pace è stata siglata e Israele era pronto a stringergli la mano. Questo è stato vero col Presidente Sadat, Presidente dell’Egitto. Egli si è recato a Gerusalemme, nel 1977, e questo è accaduto anche con Re Hussein di Giordania, è stato firmato un trattato di pace con la Giordania, nel ’94 e lo stesso accade oggi.

Israele è pronto a concludere questa pace con tutti i suoi vicini, con la Siria, il Libano e la Palestina. E voglio dire che siamo pronti a fare una pace vera, non una pace della quale possono parlare solo i giornali, ma una pace che porti realmente fine alla violenza e all’ostilità e che introduca a cambiamenti reali per i cittadini della nostra regione. Una pace che garantisca che i popoli di qualsiasi nazionalità e di qualsiasi confessione religiosa possano vivere nel nostro Paese, senza temere alcuna persecuzione. In questo periodo, l’anno scorso, il Governo israeliano, accettava proprio la Road Map e il piano di pace che la Road Map comprendeva. Siamo pronti a tener fede ai nostri impegni.

A mio giudizio la Road Map è l’unico piano operativo realizzabile che consenta di giungere ad un accordo negoziato del conflitto. Tutta la Comunità internazionale, sotto la guida degli Stati Uniti e dell’Unione europea, è disposta a contribuire ad attuare l’ordine del giorno della Road Map, con le riforme della Palestina e con misure antiterrorismo, perché questa è l’unica strada. Si riconosce, nella Road Map, l’unica strada che possa condurre a veri negoziati fra le parti, che dovranno poi addivenire alla pace, e dovrà portare altresì al raggiungimento dei legittimi obbiettivi di entrambe le parti.

Noi siamo pronti a riprendere immediatamente i negoziati. Abbiamo deciso di venire qui con un messaggio di pace. Prima che iniziasse questo dibattito, vorrei comunque farvi sapere che, anche se ci saranno pochi eventi a dimostrarlo, il Governo palestinese di Abu Ala sta celebrando, proprio in questa settimana, il suo primo anno di insediamento. È stato un anno però di mancanza di azione e non sono state assunte le responsabilità del caso, non è stato un anno di leadership e di cambiamento. Vorrei che sapeste che, per un anno intero, il Primo Ministro Abu Ala non ha voluto incontrare la sua controparte israeliana, il Primo Ministro Sharon. Naturalmente, si potrebbe sostenere che la colpa debba ricadere su Israele, ma in tutta onestà, cari amici, arriva il momento in cui non c’è più spazio per le scuse e i pretesti, e arriva il momento in cui occorre passare all’azione, il momento della leadership, ed è arrivato questo momento.

Il popolo palestinese deve assumersi le proprie responsabilità, per quello che deve essere il proprio destino, il popolo palestinese deve costruire, non accusare. Yasser Arafat è ancora al potere e continua, nonostante il suo coinvolgimento diretto nelle attività terroristiche, a godere del prestigio che gli viene dalla legittimazione internazionale e, fino a quando la situazione rimarrà questa, il cambiamento è fortemente improbabile. Tuttavia, abbiamo bisogno di una nuova leadership; a Gaza e a Ramallah assistiamo, ogni giorno, alle richieste nei confronti di nuova leadership. Il motivo per cui insisto con fermezza, sulla necessità di un cambiamento nella leadership, è che sono convinto che il modo migliore per superare questa impasse è il dialogo e il contatto con i nostri vicini palestinesi. L’assumere posizioni unilaterali non fa parte della nostra strategia, è un imperativo che ci è stato imposto, perché manca una leadership responsabile dall’altra parte. Sarebbe di gran lunga preferibile poter arrivare a negoziati, ad accordi, alla loro attuazione, ad accordi che implichino impegni reciproci.

Nella Fase Uno della Road Map si invita l’Autorità Palestinese a introdurre riforme, la si invita ad intervenire con fermezza contro il terrorismo, e questo non è un caso. È assolutamente necessario riformare la Palestina, una riforma che porterà un Governo responsabile ad introdurre lo Stato di diritto, a smantellare le milizie, le organizzazioni del terrore, a porre fine all’antisemitismo, a porre fine all’incitamento all’odio nelle scuole e nei mezzi di informazione. Nessuno può mettere in dubbio l’importanza cardinale di questi elementi, rispetto alla possibilità di raggiungere la pace.

La Comunità internazionale può svolgere un ruolo fondamentale nel promuovere e attuare questo ordine del giorno. È stata la Comunità internazionale che ha elaborato la Road Map e ha incluso determinati requisiti nella prima fase. La Comunità internazionale non deve desistere da queste richieste; nel contempo Israele non rimarrà con le mani in mano, noi continueremo attivamente a percorrere qualsiasi strada che consenta di rafforzare la sicurezza del nostro popolo e la prospettiva di pace. Il piano di ritiro di Israele è conseguenza diretta dell’incapacità della leadership palestinese di collaborare con noi, per l’attuazione della Road Map. A causa dei continui attacchi terroristici, e in assenza di una controparte palestinese responsabile, Israele sta pensando di ritirarsi dalla Striscia di Gaza, al fine di aumentare la sicurezza e di istituire una piattaforma più promettente, per il ritorno al tavolo negoziale. Questo piano di ritiro offre, alla controparte palestinese, la possibilità di farsi carico delle proprie responsabilità, responsabilità per quello che sarà il proprio destino, per quelle che saranno le proprie vite, piuttosto che limitarsi ad accusare semplicemente. La Comunità internazionale può contribuire realmente al successo di questa iniziativa, a vantaggio di tutte le parti interessate. Israele è in contatto costante con la Comunità dei Donatori e con la Banca Mondiale, in uno sforzo congiunto di ricostruire l’economia palestinese e di gettare le basi per un futuro più forte per entrambe le parti.

In questo contesto consentitemi di dire alcune parole sulla situazione dei prigionieri; ho sentito il Ministro Shaath, ho sentito la sua richiesta, richiesta di rilascio dei prigionieri. Possiamo rilasciare degli assassini? Assassini che hanno ucciso più di un migliaio di cittadini israeliani innocenti? Che hanno ucciso bambini sugli autobus, donne nei bar, cittadini comuni nelle strade? Ecco perché dobbiamo proteggere il nostro popolo, ecco perché stiamo costruendo il nostro muro di sicurezza. Questi sono gli accordi che sono stati menzionati.

Gli accordi di Oslo hanno creato l’Autorità Palestinese, hanno consentito il ritorno ai Territori, purtroppo però, questi accordi di Oslo hanno comportato il fenomeno dei kamikaze, fenomeno che era sconosciuto fino ad allora. Il muro è un’opera difensiva, è un’opera non violenta, dà una risposta provvisoria all’ondata del terrore palestinese, ondata che ha fatto cadere più di mille vittime israeliane e ha ferito decine di migliaia di israeliani, li ha ridotti sulla sedia a rotelle, ha creato orfani, ha creato vedove, ha provocato il dolore delle famiglie. Ma, cosa più importante, là dove il muro può sempre essere smantellato, le vite umane che sono cadute, a causa del terrore, non possono ritornare. Negli ultimi dodici mesi abbiamo visto che, laddove viene costruita una barriera di sicurezza, diminuiva in modo significativo il numero di attacchi da parte di kamikaze. Israele completerà questa barriera di sicurezza per proteggere il proprio popolo, per proteggerlo dagli estremisti; nel farlo continuerà ad utilizzare e a garantire l’equilibrio fra la sicurezza dei nostri cittadini e quello che è il benessere dei nostri vicini palestinesi. La barriera di sicurezza non è il problema vero, è solo una risposta al problema, che è quello della violenza continua palestinese e il rifiuto dell’Autorità Palestinese di intervenire, per prevenire questo terrore. La soluzione non sta nelle Nazioni Unite, la soluzione sta a Gaza e a Ramallah, non al Tribunale dell’Aia, né alle Nazioni Unite di New York.

La guerra contro il terrorismo, naturalmente, non è soltanto una preoccupazione locale. Ci sono terroristi che agiscono sul piano internazionale e uccidono perfino i politici, e sono i nemici di ciascuno di noi, sono i nemici di tutto ciò che stiamo cercando di costruire: comprensione, partnership, pace, prosperità e la promessa di un domani migliore. Dobbiamo continuare la nostra guerra contro le organizzazioni terroristiche, le dichiarazioni e gli atti di condanna non sono sufficienti, abbiamo bisogno di passi concreti e proattivi, per poter tagliare tutti i canali di finanziamento a questi gruppi, ogni canale di supporto morale a questi terroristi.

Ciascun paese deve e può svolgere un ruolo all’interno di questa guerra; questo è vero anche per i palestinesi, come per qualsiasi altro paese. I palestinesi possono alzarsi e contrastare la Jihad, possono alzarsi per difendere i diritti dei palestinesi, proprio come ci si può alzare per difendere i diritti degli israeliani, per opporsi ad Al Qaeda, e opporsi ad Al Qaeda vuol dire combattere per la democrazia, la pace e la libertà nel mondo.

Cari amici, i punti che ho evidenziato credo siano fondamentali per il successo del nostro sforzo di pace. Nessuna iniziativa di pace può sopravvivere se il terrorismo continua ad avere la meglio. I terroristi devono essere combattuti se vogliamo che la pace sia possibile, ma come ho detto precedentemente, non è abbastanza smantellare le infrastrutture del terrore, dobbiamo, insieme, costruire una infrastruttura della pace.

Cari amici, ciascuno di noi può svolgere il proprio ruolo in questa costruzione, leaders e semplici cittadini allo stesso modo, dobbiamo lavorare attivamente, per promuovere la comprensione e la cooperazione, l’accettazione e il dialogo in modo che quello che è lo splendido potenziale dell’uomo, per una vera pace, possa trovare piena soddisfazione. Israele, da parte sua, è determinato a fare tutto ciò che è in suo potere per promuovere questo obbiettivo, cercando sempre di garantire, ovviamente, la sicurezza dei propri cittadini, contro coloro che vorrebbero far loro del male.

È mia speranza che, insieme con una controparte responsabile palestinese, si possano compiere reali passi avanti verso la pace e la sicurezza; pace e sicurezza che sono necessarie per il prossimo futuro.

Abbiamo bisogno di tutto l’aiuto che ci potete dare per poter portare un barlume di speranza ai popoli del Medio Oriente. Grazie.

Nabil Shaath: Non sono venuto qui per dare vita a una polemica, pensavo di venire qui per lavorare a favore della pace. La logica non è quella di salvare solo il mio popolo, la logica della pace è quella di salvare il mio popolo e altri popoli allo stesso tempo. Due popoli vincono soltanto se fanno la pace, se un popolo viene sconfitto non c’è pace.

Non sono venuto per fare un conto delle vittime, perché credo che ogni palestinese caduto e ogni israeliano caduto siano una perdita, per ciascuno dei nostri popoli. Mi spiace veramente che mille israeliani – come ha detto il Ministro Shalom – siano caduti a causa di questi scontri. Ma io credo che avrebbe dovuto esprimere il proprio rammarico anche per i 4000 palestinesi che sono stati uccisi, e il 60% di queste 4000 vittime erano bambini.

Dobbiamo porre fine a queste morti, dobbiamo porre fine all’occupazione, dobbiamo dare il via al nostro cammino, lungo la strada della pace, e non lo si fa scegliendo il proprio nemico. Non è che noi negoziamo con noi stessi, negoziamo con altre controparti. Noi non abbiamo diritto di decidere se il Primo Ministro Sharon sia il legittimo rappresentante di Israele, e gli israeliani non hanno diritto di decidere chi debba essere il nostro leader. Noi eleggiamo il nostro leader democraticamente e la mano in pace che ha firmato gli accordi di Oslo è stata la mano di Arafat, insieme alla mano di Isaac Rabin. Vorrei dire che dobbiamo smettere di scegliere i nostri rappresentanti reciprocamente, dobbiamo smettere di continuare ad accusare la controparte; dobbiamo cominciare da noi stessi.

Due terzi del popolo israeliano e due terzi del popolo palestinese vogliono la pace e non c’è altra risposta se non la pace, ed è questo senso della storia dei due popoli, è poter vedere quello che è il vostro senso della storia, qui, che mi dà speranza per una pace. Grazie.

Silvan Shalom: Israele vuole la pace, non meno di altri paesi al mondo. Lo abbiamo dimostrato in passato, per la pace siamo disposti a fare rinunce dolorose. Il Ministro Frattini parlava del diritto ad esistere di Israele. Credete, che adesso, nel ventunesimo secolo, l’unico paese del mondo che cerca di esistere è quello di Israele? E questo diritto viene ancora messo in discussione? È così normale per ciascun paese vivere in pace, in sicurezza; e c’è un solo Paese, in tutto il mondo, che è colpito da questa minaccia, la minaccia che proviene dall’esterno, minaccia che lo vuole distruggere. Noi vogliamo la pace – come ho detto prima – vogliamo la pace del mondo.

La parola pace viene utilizzata da noi in tantissime sfaccettature. La pace è una legge, quando utilizziamo il termine legge vuol dire pace, quando diciamo “Goodbye”, “Arrivederci” vuol dire pace. Pace è il nome di battesimo, pace è il cognome, pace, secondo la Bibbia, è il nome di Dio. Voglio che sappiate che vogliamo porre fine al terrorismo e alla violenza, ma noi abbiamo sofferto negli ultimi tre anni e mezzo, abbiamo subito più di ventimila attacchi terroristici – lo ripeto, più di ventimila attacchi terroristici -, attacchi perpetrati dai terroristi che agiscono in nome di Dio e uccidono bambini, donne, anziani. Tutti noi dobbiamo condannare questi terroristi e vorremmo sentire la leadership palestinese rivolgersi a questi terroristi per chiedere loro di smettere questa attività. Noi non abbiamo mai inviato alcun kamikaze ad uccidere civili innocenti palestinesi. Ma ci sono stati moltissimi kamikaze palestinesi che sono venuti nelle nostre città per uccidere innocenti, civili.

Noi stiamo cercando qualsiasi strada per raggiungere la pace. E voglio veramente utilizzare questa sede per invitare i palestinesi a ritornare al tavolo negoziale, ancora una volta, affinché i negoziati possano riprendere, voglio invitarli a riprendere il dibattito di pace per poter porre fine alla tragedia della nostra regione. Facciamo pace. Grazie.

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