MEETING/ Vian: trent’anni di lealtà intellettuale e di passione

«Tutto meno che un messaggio di circostanza». Giovanni Maria Vian, direttore dell’Osservatore romano, commenta il messaggio di saluto del Papa ai partecipanti e agli organizzatori del Meeting. «Benedetto XVI ha toccato le questioni e le istanze più radicali dell’esistenza»

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«Mi sembra tutto meno che un messaggio di circostanza». Giovanni Maria Vian, direttore dell’Osservatore romano, ha appena letto il messaggio di saluto del Papa ai partecipanti e agli organizzatori del Meeting. Un testo profondo, quello inviato dal Segretario di Stato Tarcisio Bertone a nome di Benedetto XVI al vescovo di Rimini mons. Lambiasi, in occasione dei trent’anni della manifestazione. «Il Papa tocca le questioni e le istanze più radicali dell’esistenza – dice Vian -. Va al fondo del pensiero cristiano».

“La conoscenza è sempre un avvenimento”, dice il titolo del Meeting. Un tema molto caro al Papa, fin dal discorso di Ratisbona…

Benedetto XVI è un uomo di ricerca e il tema del conoscere sta al centro della sua riflessione. L’uomo contemporaneo, privo di punti fermi, ne è rimasto spiazzato. “La pura obiettività risulta pura astrazione”, ammonisce il Papa. “Non il distacco e l’assenza di coinvolgimento sono l’ideale da rincorrere”, al contrario: serve “un coinvolgimento adeguato”. L’affettività è centrale.

“L’onestà intellettuale di colui che conosce – dice Benedetto XVI nel suo messaggio – sta tutta in quella somma arte di ‘ospitare l’oggetto’ in modo che esso possa rivelare se stesso quale veramente è, anche se non in modo integrale ed esaustivo”. Come sfida questo pensiero il mondo politico e culturale di oggi?

Il problema del rapporto di conoscenza è un problema di onestà intellettuale e di passione. Ma attenzione: coinvolge in realtà tutti, gli intellettuali e quelli che intellettuali non sono. È una questione fondamentale, umana. Proprio come il concetto di avvenimento, legato a quello di conoscenza: non riguarda solo i teologi, ma tutti noi. Soggetto e oggetto “sono due realtà vive”. Ecco perché l’“incontro”, come avvenimento, è il culmine della conoscenza.

Le sembra che il Meeting abbia sempre svolto questo compito?

Penso di sì. Sia nel senso dell’approfondimento più ristretto, perché offre molto a chi vuole andare al fondo delle grandi questioni, sia in quello più ampio e accessibile, perché dà moltissimo anche ai visitatori comuni. Diversamente non si spiegherebbe il suo successo.

Il Papa insiste molto sull’importanza della dimensione affettiva, che mette al centro del rapporto di conoscenza. Ma c’è bisogno di dirlo ai giovani, per i quali oggi l’affettività è assolutamente preponderante?

Questo che lei dice è vero. L’uomo contemporaneo ha una grande fiducia nell’affettività. Una fiducia che i papi hanno puntualmente raccolto, facendone una sfida: basti pensare a Giovanni Paolo II, ma anche a Paolo VI. Lo stesso Benedetto XVI, che ha insegnato ai giovani per tanti anni, fa tuttora degli incontri a Castel Gandolfo con i suoi antichi allievi, e ha coinvolto una nuova cerchia di giovani studiosi. Il fatto è che l’affettività, oggi, non basta. È ambigua.

A cosa pensa?

È un’affettività fragile, perché è esposta alle mode a al consumo. Ecco il perché dell’insistenza sulla purificazione degli occhi e del cuore: la razionalità può conoscere la verità e Dio “solo grazie a un cuore purificato e sinceramente amante del vero che ricerca”. Ma qui il discorso si fa teologico. Non a caso richiama il discorso di Gesù a Nicodemo.

Trent’anni sono il tempo di un bilancio. Qual è stato l’apporto del Meeting alla vita della Chiesa?

Direi che se c’è una cosa che caratterizza il Meeting, è quella di non poter essere confinato all’interno dei temi che riguardano prettamente la realtà della Chiesa. Sono stati trent’anni pieni di discussioni, anche polemiche, nei quali il Meeting ha incontrato il mondo. Mi pare che sia sempre stato animato dalla volontà di far incontrare persone, andando al di là dell’appartenenza ecclesiale cattolica. E questo impegno ha mobilitato un lavoro culturale di primo piano.

Viceversa, c’è qualche sfida che il Meeting deve raccogliere a partire da un messaggio come questo?

Direi la sfida della formazione, così cara a don Giussani. Mi pare che sia una sfida oggi ancor più urgente, proporzionata al declino culturale evidente, e drammatico, che vediamo oggi. Va raccolta e continuata, guardando sempre di più al confronto con le realtà sia all’interno sia all’esterno della Chiesa. Mi sembra d’altra parte che questo il Meeting lo abbia sempre fatto, aprendo le proprie sale ad ospiti di diverse nazioni. È importante che questa realtà resti aperta. C’è sempre il rischio, diciamo così, di restare tra gli amici. È un rischio che va sempre superato.



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