SPILLO/ La chance per fermare i cambiamenti climatici

- Loris Rizzo

Una ricerca della Oxford Smith School of Enterprise and the Environment evidenzia cinque aree di intervento per unire l’aiuto all’economia e all’ambiente

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È stata recentemente pubblicata una ricerca da parte della Oxford Smith School of Enterprise and the Environment, che vede tra gli autori anche il Premio Nobel Joseph Stiglitz, sulle politiche per affrontare l’emergenza e il rilancio delle economie dei Paesi colpiti dal Covid-19. È stata condotta un’indagine che ha coinvolto 231 tra dirigenti di banche centrali e ministeri delle Finanze più altri esperti di economia, relativamente ai risultati attesi su 25 tipi di interventi statali in merito a 4 aspetti: la velocità di implementazione, il multiplo economico atteso, l’impatto climatico potenziale e la desiderabilità generale degli esiti finali.

Per inquadrare il problema è bene dire che il cambiamento climatico è un’emergenza simile al Covid-19 che si dipana più lentamente e con conseguenze molto più gravi. Entrambe comportano fallimenti di mercato, esternalità, cooperazione internazionale, complessità scientifica, domande sulla resilienza del sistema, leadership politica e azioni che vertono sul supporto pubblico.

Per il 2020 è prevista una caduta delle emissioni di gas serra dell’8%, il valore più alto mai registrato. Per fare un paragone, la diminuzione di emissioni fu del 4% durante la Seconda guerra mondiale, del 3% durante la recessione del 1991-92 e dell’1% durante la crisi energetica 1980-81 e la crisi finanziaria del 2009. Il fatto è che per tenere l’incremento delle temperature globali sotto 1.5°C la diminuzione dovrebbe essere del 7,6% ogni anno fino al 2030. Di più, questo stesso calo dovrebbe essere ripetuto ogni anno fino al 2050 per arrivare all’obbiettivo delle zero emissioni serra.

Altro problema evidenziato dalla crisi del 2009 è che a fronte di un calo delle emissioni di CO2 globale dell’1%, nel 2010 queste crebbero del 4,5%, molto sopra la media del 2,4% dei cinque anni precedenti. Questo avvenne anche a causa delle politiche fiscali e di incentivi messe in campo dai governi per affrontare la recessione.

La crisi attuale è senza precedenti perché coinvolge sia il lato dell’offerta che quello della domanda: il primo con moltissime aziende che hanno dovuto interrompere la produzione, il secondo dovuto all’impossibilità di acquisto di beni e servizi considerati non essenziali e dai comportamenti sociali dovuti alle politiche di distanziamento. Ci saranno conseguenze pesantissime sul Pil delle economie più sviluppate, visto in calo per il 2020 del 6% stimato dal Fondo monetario internazionale, e sul debito globale che già alla fine del 2019 era al 322% del Pil mondiale. Per tutto questo è evidente che i primi interventi da parte di governi, banche centrali e organismi internazionali sono stati improntati alla sopravvivenza di persone e aziende tramite l’erogazione diretta di liquidità e il posticipo o l’annullamento di pagamenti.

Altrettanto evidente è che le politiche di tutela ambientale e di sviluppo delle energie alternative sono ancora meno sostenibili oggi senza un intervento pubblico, visto il precipizio nei consumi e di conseguenza nei prezzi dei combustibili fossili.

Prendendo in considerazione questi e altri aspetti della crisi attuale, e le lezioni imparate dalle precedenti, gli autori hanno evidenziato cinque aree di intervento per quella che in Italia potremmo definire “Fase 2”, che potrebbero ottenere importanti risultati sia dal punto di vista del recupero economico che della difesa ambientale e climatica:

– Investimenti in infrastrutture per la produzione e lo stoccaggio di energie rinnovabili (anche di idrogeno), la modernizzazione delle reti di distribuzione e le tecnologie Ccs (Cattura e sequestro del carbonio).

– Spesa per l’efficientamento energetico degli edifici, comprendendo l’isolamento esterno, il rinnovo dei sistemi di riscaldamento e raffreddamento e l’immagazzinamento dell’energia domestica.

– Investimenti in istruzione e riqualificazione di lavoratori e disoccupati verso settori economici legati alla decarbonizzazione e alla Quarta rivoluzione industriale quali AI, robotica, manifattura distribuita, nuove energie, nuovi sistemi per la produzione del cibo.

– Investimenti di capitale nelle aree naturali per aumentare la resilienza dell’ecosistema quali riforestazione e ripristino di aree particolarmente inquinate e nella riduzione di impatto ambientale di agricoltura e allevamento.

– Spesa in Ricerca e Sviluppo in tecnologie sostenibili quali elettrolisi, pompe di calore, stoccaggio di energia, genetica sulle piante, rimozione di gas serra.

Nella ricerca viene messo in evidenza che il ruolo dei legislatori e degli amministratori è essenziale per ottenere i risultati sperati. Il disegno degli interventi, la proattività e flessibilità nell’implementazione e la verifica dei risultati sono importanti tanto quanto la decisione di dove investire.

A questo proposito è interessante notare che delle 25 aree di intervento analizzate, la peggiore sia dal punto di vista del recupero economico che ambientale è risultata il salvataggio delle compagnie aeree. Questo mentre il Governo italiano sta per mettere altri tre miliardi di soldi pubblici in Alitalia.

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