SPILLO/ Meglio Rousseau o un eurodeputato che raccomanda il genero?

- Stefano Bressani

Si parla tanto di un europarlamentare che sostiene la candidatura del proprio genero, quasi non ci fossero situazioni altrettanto deprecabili

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Beppe Grillo e Davide Casaleggio (LaPresse)

Caro direttore,
il sito di un grande quotidiano d’informazione denunciava ieri con grande risalto il caso di un eurodeputato che sta sostenendo il genero candidato alle prossime elezioni regionali: anche con un mailing massiccio presso un’associazione venatoria di cui l’europarlamentare è presidente. Tralasciamo intenzionalmente nomi e sigle. Così come scontiamo – approvandole senza riserve – le critiche a un familismo apparentemente inestirpabile nell’intera vita pubblica italiana, fra le istituzioni elettive e i vasti territori dell’amministrazione (non escluse magistratura e università). 

Non sembra d’altronde questa la notizia nell’Italia dell’agosto 2020. Lo pare molto di più il fatto che un quotidiano con decenni di radicamento nella storia nazionale – anche nei 72 anni di democrazia costituzionale – sbatta direttamente in prima pagina come “mostro” un italiano regolarmente eletto da altri italiani per il suo modo di far politica. Un parlamentare italiano che – a viso aperto – propone un altro italiano per una carica elettiva: con metodi che possono sembrare bizzarri,  “clientelari”. Ma non sono così lontani dai metodi con i quali sono state promosse presso i corpi intermedi nel corpo elettorale le candidature di Alcide De Gasperi, Pietro Nenni, Ugo La Malfa, Palmiro Togliatti; e poi di Aldo Moro, Giulio Andreotti, Giovanni Spadolini, Bettino Craxi. Non da ultimo: così sono state raccolte anche le preferenze che hanno consentito il primo approdo in Parlamento del presidente della Repubblica in carica, Sergio Mattarella. Con loro, decine di migliaia di altri italiani sono stati eletti così nei diversi organi della democrazia rappresentativa: quando le leggi elettorali erano più aderenti al criterio proporzionale. Camera e Senato, oltre ai consigli di venti regioni, un centinaio di province e otto migliaia di comuni erano composti da italiani che si presentavano al setaccio della società italiana. 

È un’Italia e sono generazioni di politici italiani sui quali i giudizi sono inevitabilmente i più diversi. All’inizio degli anni 90, ad esempio, fu la magistratura (un apparato non elettivo dello Stato costituzionale) a condurre inchieste e a emettere sentenze giudiziarie che suonarono come una condanna senza appello per quell’Italia e quella politica. Sotto la potente spinta di Mani Pulite, le leggi elettorali della seconda Repubblica hanno abbandonato il proporzionale, ma l’Italia non è mai guarita dai mali che venivano attribuiti al sistema di voto: a cominciare dallo stato delle finanze pubbliche. E un quarto di secolo dopo le valutazioni sulla distruttiva offensiva antipolitica di Mani Pulite sono già molto problematiche (quasi al pari di quelle sulla coeva stagione delle privatizzazioni). La crisi profonda magistratura – il potere non elettivo che ne fu protagonista – è invece l’emblema più drammatico dei rischi e dei fallimenti annunciati dell’antipolitica ideologica: quella votata  – ha detto una volta un magistrato, candidato non eletto al Parlamento – a “correggere gli errori della democrazia”. 

Il risultato è del resto stato visibile a tutti nell’ultimo anno: quando perfino la presidenza della Repubblica è stata fatta attendere dalla piattaforma Rousseau (privata e segreta) per l’entrata in carica del secondo governo di Giuseppe Conte. Un premier mai eletto da nessun italiano, che negli ultimi mesi ha deciso su tutti gli italiani con stile da presidente bielorusso.

Meglio Conte raccomandato in camera oscura da Rousseau? O un eurodeputato che raccomanda il genero come consigliere regionale con una lettera-ciclostile a un club di cacciatori? Non è un quesito accademico: il 20-21 settembre gli italiani voteranno (democraticamente) su questo: su un colpo di mannaia che vorrebbero calare sul Parlamento un comico mai eletto e ineleggibile e l’erede “familista” di un teorico della post-democrazia tecnologica. Mai eletti e neppure mai candidati né il padre, né il figlio. 



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