SPILLO/ Quella cultura della crescita da recuperare (anche in Italia)

- Gianfranco Fabi

È una cultura civile quella che ha consentito la crescita delle società industriali, una cultura che può essere alla base anche delle attuali necessità di sviluppo

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Sotto il profilo economico l’emergenza pandemia ci ha fatto passare in poche settimane da uno scenario di crescita difficile, almeno per l’Italia, a una drammatica necessità di limitare la portata di una recessione non solo profonda, ma caratterizzata da crescenti disuguaglianze a livello sociale.

Riavviare la crescita diventa così una priorità assoluta dopo che, giustamente, si è cercato di tamponare le perdite più gravi per i due mesi di lockdown a cui è seguita una graduale, e per molti aspetti stentata, riapertura delle attività.

È vero, le strade i negozi sono tornati ad affollarsi, almeno nelle grandi città, ma per settori come il turismo e il trasporto aereo si dovrà probabilmente attendere fino al 2021 per ritornare a una dimensione e a una tendenza di crescita vicina a quella degli anni scorsi.

Forse non è vero, come spesso si sente dire, che nulla sarà come prima, ma resta il fatto che l’emergenza comporterà probabilmente, tra le tante altre cose, anche la frenata di due tendenze che avevano dominato gli ultimi decenni: la globalizzazione, la crescita degli scambi mondiali, e l’urbanizzazione con lo sviluppo esponenziale delle grandi città.

Sta di fatto che l’epidemia è partita da una grande città, una Wuhan fino a pochi mesi fa sconosciuta e che abbiamo scoperto avere tanti abitanti quasi come l’intera Lombardia ed essere una delle decine di megalopoli che hanno cambiato il volto della Cina negli ultimi anni. E nelle grandi metropoli come New York, Londra, Madrid si è registrato il maggior numero di vittime in proporzione alla popolazione. La lotta al virus peraltro ha messo in crisi il modello sociale delle città: il distanziamento è diventato una regola, gli uffici si sono svuotati grazie al lavoro svolto da casa, i luoghi di aggregazione si sono trasformati in un pericolo.

È quindi cambiato qualcosa nelle relazioni umane e in questa fase le scienze sociali dovrebbero avere un ruolo almeno altrettanto importante delle analisi economiche. Non solo per scoprire che può essere solo parziale e limitato il ruolo delle politiche monetarie così come delle tradizionali politiche economiche basate su incentivi da una parte e penalizzazioni dall’altra. Ma anche per mettere in risalto le potenzialità di un’innovazione che mai come ora appare, con il connubio tra informatica e telecomunicazioni, un esempio di quella distruzione creativa vagheggiata da Joseph Schumpeter.

Anche la tecnologia tuttavia non può bastare se non è accompagnata da una civiltà economica che si basi su elementi come la fiducia, la cooperazione, il rispetto delle regole, la solidarietà, la partecipazione, il rispetto della dignità delle persone. E si potrebbe continuare a lungo nel delineare i fattori culturali che possono moltiplicare gli effetti positivi dell’innovazione.

Di particolare interesse in questa prospettiva il libro di Joel Mokyr, docente di economia e storia all’Università dell’Illinois, “Una cultura della crescita. Le origini dell’economia moderna” (Ed. Il Mulino, pagg. 552, € 38). “La crescita mediante l’innovazione – scrive Mokyr – dipende in gran parte da un legame diretto tra la cultura e la tecnologia, tramite gli atteggiamenti nei confronti della natura e le convinzioni riguardo alle relazioni tra gli esseri umani e il loro ambiente fisico”.

Nel libro si passano in rassegna gli ultimi cinquecento anni di storia europea dimostrando come i periodi di maggiore vivacità economica, rivoluzioni industriali comprese, siano stati quelli in cui il confronto delle idee sia stato più aperto e appassionato, in cui le istituzioni sono state più libere e corrette (cioè non condizionate dalla corruzione e dai privilegi), in cui la competizione poteva offrire significativi riconoscimenti al merito.

È in fondo una cultura civile quella che ha consentito la crescita delle società industriali, una cultura che può essere alla base anche delle attuali necessità di sviluppo nell’era della rivoluzione digitale. Perché il dibattito delle idee nasce soprattutto dal confronto tra le persone. E la cultura, quella vera, non è altro che il riconoscere e valorizzare ogni persona, nella sua dignità e nel suo destino.

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