SPILLO/ Se il caso Gozzini-Meloni incrocia la riforma della giustizia

- Stefano Bressani

Da tre giorni il caso Gozzini-Meloni riempie il dibattito politico-mediatico. È indicativo di quanto sarà difficile metter mano alla riforma della giustizia

sondaggi politici
Giorgia Meloni (LaPresse)

Caro direttore,
da tre giorni il caso Gozzini-Meloni riempie il dibattito politico-mediatico sui terreni ormai consolidati dell’etica pubblica corrente. Non c’è dubbio che se un professore di Cambridge avesse dato della “sow” a una leader politica britannica (a una qualunque “person” di qualunque “gender”) sarebbe stato cacciato nell’arco di una notte. E nessun appiglio minimo gli sarebbe stato offerto dall’acceso confronto appena concluso – nella celebre città universitaria inglese – attorno all’aggiornamento del codice linguistico interno ai colleges.

Nel referendum di inizio dicembre fra i 7mila scholar della comunità di Cambridge il criterio della “tolleranza” – sostenuto dai supporter più aperti del free speech – ha prevalso su quello più rigido del “rispetto”, promosso dai pasdaran del politically correct. Ma nessun criterio avrebbe salvato l’uscita radiofonica dello storico dell’Università di Firenze da un probabile bando perenne. Per questo sarà interessante vedere come si muoveranno ora le autorità accademiche fiorentine e nazionali: tenuto conto, anzitutto, che Giovanni Gozzini è docente di un ateneo di Stato.

A Cambridge o ad Harvard (atenei privati) i primi a chiedere la testa di un docente “scorretto” – magari per molto meno rispetto a un’offesa personale a sfondo sessista – sarebbero colleghi e studenti. In Italia – per ora – non è stato certamente banale aver ritrovato fra i primi a esprimere solidarietà personale a Giorgia Meloni il Capo dello Stato, da cui dipende anche l’Università di Firenze. E per alcuni versi, il caso e la reazione di Sergio Mattarella sembrano poter assumere rilievo anche su un altro terreno caldo nell’attualità civile nazionale: lo stato della giustizia e le sue prospettive di riforma.

Qualche giorno fa la senatrice a vita Liliana Segre ha dato – giustamente – pubblicità all’essersi sottoposta alla vaccinazione anti-Covid. Ciò le ha meritato una nuova raffica di attacchi d’odio su alcuni social media. La Procura di Milano ha ritenuto – giustamente – di aprire subito un fascicolo d’indagine contro ignoti per ipotesi di “odio razziale”. La Polizia postale è stata incaricata di identificare gli autori dell’hate speech contro Segre. Nel caso dell’onorevole Meloni – parlamentare eletta – l’autore è già identificato: perché la Procura di Firenze non ha – almeno finora – ritenuto di valutare l’esercizio dell’azione penale contro Gozzini? Attende forse un esposto, una “querela di parte”? Nell’ennesimo “caso Segre”, salvo smentita, sono bastati i titoli di giornale.

Nessuna “riforma della giustizia”, nessuna ricostruzione della fiducia dei cittadini nella loro magistratura sembra possibile fino a che la cronaca suggerirà interrogativi del genere. Mentre resta d’attualità un’altra questione: il contrasto all’odio è una battaglia civile o un argomento da talk show elettorale? E a proposito: perché la “commissione Segre” non è mai partita? 

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