SPILLO/ Se il cloud nazionale nasce già in mani straniere

- Alessandro Curioni

Il nostro Paese è pronto a costruire il cloud nazionale per la Pa, un’infrastruttura il cui timone difficilmente sarà in mani italiane

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Foto di StartupStockPhotos da Pixabay

Con poco clamore è iniziata la corsa verso il cloud “nazionale” della nostra Pubblica amministrazione. Gara quasi miliardaria che dovrebbe andare in scena a luglio. Ovviamente i grandi player del settore si preparano per avere le carte in regola. Si concretizzano alleanze strategiche e TIM si allea con Google, mentre Fincantieri si accorda con Amazon. Risponde Leonardo che rafforza la sua partnership con Microsoft, mentre Fastweb potrebbe avere un’importante spalla in Oracle.

Leggendo i nomi dubito che a qualcuno sia sfuggito come i nostri campioni nazionali abbiano scelto di allearsi con le Big Tech per affrontare una sfida del genere. A questo punto dovremo prendere atto di una realtà e rassegnarci a un’altra. Procediamo dalla prima che attiene all’impossibilità dei nostri campioni nazionali di sostenere sfide di questo livello: lo dimostra la strategia che hanno tenuto. Perché TIM e Fincantieri o Leonardo non hanno scelto di allearsi tra loro?

Le risposte possibili sono due. La prima “psicologica”: in Italia siamo esterofili e il partner internazionale ha un fascino irresistibile. La seconda “sostanziale”: non abbiamo la tecnologia “proprietaria”, le relative competenze e il controllo dell’infrastruttura. Forse entrambe hanno pesato, ma in ogni caso si giunge direttamente alla realtà a cui dobbiamo rassegnarci: il gap tecnologico che separa il nostro Paese (ma anche tutta Europa) rispetto alle Big Tech è talmente grande che ormai è considerato incolmabile. Tutti si sono rassegnati. La diretta conseguenza è che il “cloud nazionale” sarà inevitabilmente “internazionale”.

Per quanto personalmente sia contrario all’autarchia, sono ugualmente refrattario alla “sottomissione”, in qualsiasi forma si presenti, e se penso alle alleanze di cui sopra mi risulta difficile immaginare che, in ultima analisi, il timone della nave sia in mani italiane. Magari saranno salvate le apparenze, ma negoziare sui termini contrattuali con Amazon, Google, Oracle o Microsoft è un’impresa per cui si deve muovere l’intero mondo. A titolo esemplificativo, faccio presente che pochi giorni orsono al G7 (parliamo delle sette nazioni più importanti del mondo) hanno festeggiato come un trionfo il fatto di essere riuscite a raggiungere un accordo per fare pagare almeno il 15 per cento di tasse ai colossi del web. Immagino che molti tra i lettori abbiano ben presente quale sia la tassazione minima per qualsiasi altra impresa del mondo. Ci sarebbe  da aprire un dibattito.

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